Comunità europeaCome risolvere le innumerevoli contraddizioni della riforma del Trattato di Lisbona

Il numero eccessivo di emendamenti alla rischia di rendere il testo finale complesso e contraddittorio. Alcuni elementi chiave come la cittadinanza europea e il diritto di recesso dall'Unione sono stati trascurati. Bisognerebbe avviare un dibattito per raggiungere un ampio consenso e superare l'immobilismo e la cecità dei governi nazionali

LaPresse

Nel nostro ultimo editoriale abbiamo esaminato il risultato del voto nella sessione plenaria del Parlamento europeo, che si è tenuta a Strasburgo il 22 novembre, sul progetto di revisione del Trattato di Lisbona o meglio dei trattati di Lisbona (il TUE e il TFUE) che furono posti su un piano di uguaglianza dal Consiglio europeo di Salonicco nel giugno 2003 trasformando il breve trattato-costituzionale elaborato dalla Convenzione sull’avvenire dell’Europa in quello che Giuliano Amato definì un «ermafrodito» dove «il trattato-maschio prevalse sulla costituzione-femmina». Abbiamo sottolineato i passi indietro compiuti dall’Assemblea, le cui cause devono essere ascritte a tre ragioni convergenti: 

  • la decisione dei sei relatori (divenuti cinque dopo la scelta sovranista del PiS polacco, di Fratelli d’Italia e dello spagnolo Vox di abbandonare il comitato redazionale) di scegliere la via di una revisione molto dettagliata dei trattati di Lisbona in contrasto con la proposta iniziale dei gruppi politici di concentrarsi su due articoli del TUE e poi della commissione affari costituzionali di selezionare trenta elementi essenziali dei trattati da modificare. Cosicché le proposte di emendamenti ai trattati sono diventate duecentocinquanta nell’illusione che ciò avrebbe rafforzato il consenso in aula rendendo invece il testo finale illeggibile, contraddittorio e sottomesso a reciproci compromessi fra i gruppi politici
  • la mancanza di trasparenza e di pubblicità dei lavori del comitato di redazione nella convinzione che ciò avrebbe reso più facile l’accordo fra i relatori nel chiuso dei reciproci accordi secondo la logica del minimo comun denominatore
  • il doppio gioco del PPE e del suo capogruppo Manfred Weber che hanno formalmente sostenuto la linea del comitato di redazione ma hanno di fatto aperto la porta alle richieste soppressive del Gruppo ECR e del Gruppo ID aiutandole con l’imposizione di voti divisi o separati o per appello nominale su oltre centosessanta emendamenti in un numero molto maggiore dei voti separati o divisi o per appello nominale richiesti dagli altri gruppi.

Cosicché sono cadute in aula, a causa della convergenza fra i sovranisti di destra e una parte maggioritaria del Gruppo della Sinistra (ricordate “la linea di divisione” del Manifesto di Ventotene?) le proposte per introdurre il voto a maggioranza qualificata nel Consiglio e nel Consiglio europeo nell’armonizzazione fiscale, nel bilancio pluriennale e nelle risorse proprie, nella difesa, il referendum paneuropeo mentre non sono stati accolti per il voto contrario del centro-destra nuovi emendamenti sulle questioni sociali, sulle politiche migratorie e sulla lotta alle discriminazioni sessuali.

Purtroppo, e con una ampia maggioranza che ha unito PPE, Renew Europe, i Verdi e quasi tutti i parlamentari S&D oltre a ECR e ID è stato respinto l’emendamento del gruppo della Sinistra che proponeva di premettere all’art. 42 TUE un testo simile all’art. 11 della Costituzione italiana per il rifiuto della guerra come strumento per la soluzione delle controversie fra Stati.

Come abbiamo ricordato il 27 novembre, il voto del 22 novembre – frutto del tentativo del comitato di redazione di imporre in blocco un compromesso secondo la logica del minimo comun denominatore – ha messo in luce profonde divisioni fra i gruppi e nei gruppi ispirate dalle reticenze dei governi nazionali come è dimostrato dal fatto che nel PPE i voti favorevoli sono stati quarantasei su centosettantotto membri, nel gruppo S&D novantasette su centoquarantuno, nel gruppo della sinistra sei su trentasei mentre più compatti sono stati a favore i Verdi con cinquantacinque voti su settantuno, i Liberali con settantadue voti su centouno e, dimostrando una rigorosa disciplina sovranista, nell’ECR con sessantadue contrari su sessantasei membri (quattro assenti) e nel gruppo ID  con cinquantadue contrari su sessanta (con otto assenti) con un risultato finale che registra una esigua maggioranza semplice nei voti espressi, dopo le abituali correzioni nel voto elettronico (duecentonovantasei a favore duecentosettantacinque contro e quarantaquattro astensioni) ben lontano dalla maggioranza assoluta di trecentocinquantatré membri.

Insieme ai passi in avanti nella ripartizione delle competenze fra l’Unione europea e gli Stati membri (con l’eccezione rilevante della transizione ambientale), nel voto a maggioranza qualificata, nel rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo e della democrazia partecipativa vale la pena, tuttavia, di ricordare i silenzi della commissione affari costituzionali e poi dell’aula su quegli elementi che consideriamo essenziali per il passaggio a un’Europa autenticamente federale:

  • il principio della attribuzione delle competenze che rimane nelle mani degli Stati membri lasciando loro il potere di restituirsi competenze attribuite all’Unione europea
  • la cittadinanza europea che si aggiunge a quella nazionale e non la sostituisce 
  • il diritto di recesso dall’Unione europea indipendente dalla sua evoluzione
  • il primato del diritto dell’Unione europea su quello degli Stati membri nei settori di competenza dell’Unione europea
  • l’eguale valore giuridico del TUE e del TFUE e la frammentazione della politica estera fra i due trattati
  • le procedure di adesione all’Unione europea che escludono o rendono marginale il ruolo del Parlamento europeo e dei parlamenti nazionali.

Dopo il voto del 22 novembre il progetto approvato dal Parlamento europeo è stato inviato al Consiglio con l’obbligo di trasmetterlo senza dibattito e senza voto al Consiglio europeo che ha il potere di convocare o di non convocare – senza limiti di tempo – una convenzione per esaminare i progetti di modifica dei trattati e formulare per consenso delle raccomandazioni a una conferenza intergovernativa che decide all’unanimità sull’eventuale revisione dei trattati in vista della ratifica da parte di tutti gli Stati membri.

Il servizio giuridico del Consiglio – andando al di là e contro il Trattato – ha invece sostenuto che il Consiglio «decide» di trasmettere il progetto del Parlamento europeo al Consiglio europeo e cioè di sottoporlo a un voto «di procedura», come si dice nel linguaggio istituzionale, come «punto A» e cioè con un sistema di voto che si applica normalmente ai due terzi delle decisioni del Consiglio quando si è trovato un accordo unanime nel Comitato dei Rappresentanti Permanenti (Coreper) a meno che uno Stato membro si opponga a questo voto procedurale.

Nel Coreper le delegazioni francese e tedesca si sono opposte all’iscrizione come «punto A» all’ordine del giorno del Consiglio affari generali del 12 dicembre che precede il Consiglio europeo del 14-15 dicembre.

È ora aperta la possibilità che il progetto del Parlamento europeo venga iscritto come «punto A» al Consiglio Ambiente del 18 dicembre (che, a fine presidenza spagnola, ha un ordine del giorno carico di molte decisioni legislative, fra cui la modifica del regolamento sugli “imballaggi”). Questa possibilità non è ancora certa perché non è scontato che il Coreper dia il suo accordo e la presidenza spagnola potrebbe rinunciare a forzare la mano nel caso in cui si manifestasse informalmente una maggioranza contraria di almeno quattordici governi.

Il dossier passerebbe allora alla presidenza belga che potrebbe tentare di iscriverlo all’ordine del giorno del Consiglio affari generali del 29 gennaio o del 20 febbraio in tempo utile per il Consiglio europeo del 21-22 marzo, normalmente dedicato alle questioni economiche, o piuttosto a un Consiglio europeo straordinario ad aprile che Charles Michel vorrebbe dedicare all’approvazione della agenda strategica 2024-2029 ben prima di conoscere il risultato delle elezioni europee.  

Questo calendario ipotetico rafforza la proposta che abbiamo avanzato il 27 novembre, rivolta ai presidenti dei gruppi politici o a un intergruppo di parlamentari, affinché il progetto votato il 22 novembre venga rinviato alla commissione affari costituzionali che verifichi le incongruenze e le contraddizioni del testo proponendo emendamenti innovativi, organizzando un’audizione degli “ambasciatori” nella Conferenza sul futuro dell’Europa e dei partner sociali ed esprimendo un nuovo voto il 14 febbraio 2024 (e cioè nel giorno del quarantesimo anniversario dell’approvazione del “Progetto Spinelli”) in vista di un secondo dibattito nella sessione plenaria di fine febbraio con l’obiettivo di garantire una più ampia partecipazione al voto e una approvazione del progetto alla maggioranza assoluta dei membri del Parlamento europeo.

Così la proposta del Parlamento europeo avvierebbe un dibattito pubblico sulla revisione dei trattati di Lisbona in vista delle elezioni europee dal 6 al 9 giugno 2024 sulla base di un indispensabile ampio consenso. Tale consenso creerebbe le condizioni politiche per l’apertura di una fase costituente capace di superare l’immobilismo e la cecità dei governi che – di veto in veto, di distinguo in distinguo – rischiano di condurre l’Unione europea verso la sua dissoluzione. 

È invece necessario e urgente coinvolgere tutte le forze politiche e le associazioni rappresentative della società civile anche nei paesi candidati con un metodo trasparente e autenticamente democratico ed è questo l’impegno assunto dal Movimento europeo, dai suoi militanti chiamando a impegnarsi i suoi membri collettivi