La notte più lungaLa lotta contro il regime iraniano non si combatte solo nelle piazze

Il 23 dicembre, al Teatro Parenti di Milano, andrà in scena “E poi fu l’alba”, spettacolo di cui Linkiesta è media partner. Monologhi, canzoni, racconti collegheranno un poema della tradizione persiana all’attualità politica del Paese

AP/Lapresse

Yalda, in Iran, è la festività del solstizio d’inverno, celebra la notte più lunga e buia dell’anno. Per celebrarlo, il prossimo 23 dicembre, al Teatro Franco Parenti di Milano andrà in scena “E poi fu l’alba”, con la regia di Ashkan Khatibi, attore fuggito dall’Iran un anno fa – e arrivato da poco in Italia – dopo un arresto, una serie di interrogatori brutali e ripetute minacce da parte del regime degli ayatollah. Lo spettacolo, di cui Linkiesta è media partner, è una celebrazione festiva e al contempo un inno alla lotta e alla forza della ribellione.

Ricorrendo a diversi generi teatrali – musicale, teatro d’ombre – le artiste e gli artisti in scena presenteranno il poema Shāh-Nāmeh del celebre poeta iraniano Firdusi. «Sarà un mix di monologhi, canzoni, racconti, in un intreccio fortemente politico che collega un capolavoro antico persiano alla situazione attuale in Iran» dice a Linkiesta Rayhane Tabrizi, attivista della dissidenza iraniana che sarà sul palco con Taher Nikkhah, Sanam Naderi, Ashkan Khatibi, Delshad Marsous e Ramtin Ghazavi (Tenore iraniano del teatro alla Scala di Milano).

Tornando alle radici storiche, culturali e spirituali dello Yalda, che sono profondissime in Persia e mesopotamia, connesso al culto di Mitra, Tabrizi ricorda che «si festeggiava anche in Italia fino al 313 d.C., anno dell’Editto di Costantino. Ma nella cultura persiana è fortemente sentito e viene celebrato ogni anno, anche se il regime sempre ha cercato di eliminarlo in qualche modo. Per fortuna il popolo sempre ha resistito, perché questa festa è il simbolo della vittoria della luce sull’oscurità».

In “E poi fu l’alba” il racconto epico dell’ombra gettata da un regnante malevolo sulla Persia si intreccia quindi, seguendo raffinati parallelismi, con l’attualità politica avvalendosi della testimonianza diretta delle donne iraniane che ogni giorno lottano per conquistare libertà e diritti. Per chi andrà in scena sarà quindi più di un semplice spettacolo. «È uno spettacolo che aiuta a capire la malvagità del regime della repubblica islamica e la natura demoniaca di Khamenei, pensato per raccontare la storia e la politica con l’arte, che è una chiave d’accesso al cuore delle persone», sottolinea Rayhane Tabrizi.

Negli scorsi giorni, come ha scritto Carlo Panella proprio qui su Linkiesta, è stato impressionante vedere la sedia vuota di Narges Mohammadi durante la cerimonia di assegnazione del Nobel per la Pace 2023. L’attivista e vice-presidente del Centro dei Difensori dei Diritti Umani è stata imprigionata dalle autorità iraniane nel maggio 2016 ed è in pessime condizioni di vita. Impressionanti sono state anche le due sedie vuote dei genitori di Masha Amini – la cui uccisione a settembre 2022 da parte della polizia religiosa a Teheran fece esplodere il movimento “Donna, Vita, Libertà” – durante la cerimonia di assegnazione del premio Sacharov del Parlamento Europeo. All’ultimo momento, in aeroporto i Pasdaran hanno impedito loro di partire.

«Atti del genere sono contro l’umanità, libertà, uguaglianza e democrazia», spiega Tabrizi. «L’Iran, purtroppo dal 1979, anno della Rivoluzione khomeinista, è una prigione a cielo aperto con muri alti e spessi, riuscire a uscirne è un miracolo. Tutti i diritti fondamentali che qui in occidente diamo per scontati, In Iran sono calpestati e negati. Ma questa sarà solo ulteriore benzina sul fuoco della nostra rivoluzione, della nostra voglia di cambiamento. Perché vogliamo che Narges possa abbracciare sua figlia il prima possibile, che i genitori dei ragazzi massacrati dal regime possano celebrare liberamente con tutto il popolo».

La morte di Mahsa Amini, ormai quindici mesi fa, ha riportato gli occhi sul mondo sull’Iran e sulle violenze perpetrate dal regime degli ayatollah sul suo popolo, anzi contro il suo popolo. Gli iraniani e le iraniane però non sono in lotta da sedici mesi: la loro è una battaglia per i diritti umani e civili che, come dice Rayhane Tabrizi, va avanti da quarantaquattro anni.

Il mondo ha iniziato di sentire la nostra voce da poco, e anche grazie all’impegno constante della diaspora che mettono pressione ai governi occidentali per spingerli a fare qualcosa, agire, ridurre i loro rapporti politici e commerciali con il regime di ayatollah. E non è solo una lotta delle donne iraniane: è coinvolta tutta la popolazione, e per la prima volta in quattro decenni chi è fuggito all’estero e chi vive ancora nel Paese ha iniziato a parlare con un’unica voce, con manifestazioni, proteste, atti di dissenso politico e anche, appunto, spettacoli, eventi pubblici e tanto altro.

Perché, come spiega Tabrizi, «siamo arrivati al punto di non ritorno, abbiamo superato la fase del terrore. Abbiamo già toccato il fondo, non esiste più nulla che ci possa fermare».

Gli ultimi due mesi di conflitto tra Israele e Hamas, così come la guerra criminale che la Russia di Vladimir Putin conduce da quasi due anni contro l’Ucraina, hanno rivelato il ruolo del regime di Teheran nel fomentare odio e alimentare conflitti in tutto il mondo. «Ormai tutti sanno benissimo – dice l’attivista iraniana – il ruolo del regime di ayatollah in guerra di Ucraina, perché i droni utilizzati per invadere l’ucraina e uccidere il popolo ucraino sono forniti dal regime. E abbiamo anche le prove dei legami del regime con Hamas, autore della strage del 7 ottobre».

Poco meno di un mese fa, durante Linkiesta Festival, sempre dal palco del Teatro Parenti, Tabrizi faceva un quadro degli intrecci internazionali che rendono sempre più difficile isolare l’Iran sul piano politico.

Un punto su cui insiste spesso l’attivista quando deve raccontare i nodi centrali della condizione politica dell’Iran è la ricchezza del Paese. Un territorio pieno di risorse naturali, dagli idrocarburi ai minerali, che anche se sotto sanzioni internazionali riesce a vendere e generare profitto, magari battendo mercati non convenzionali, o illegali. «Purtroppo troppo spesso Europa e Stati Uniti decidono di chiudere più di un occhio sui profitti economici del regime, fatti sul sangue del popolo iraniano. Ma questa situazione può cambiare solo se la comunità internazionale riesce a prendere una posizione seria accompagnata da azione concrete su questo tema, ad esempio condannando i funzionari del Paese, il presidente, lo stesso Khamenei», dice Rayhane Tabrizi.

Con il sostegno del mondo libero, il cambiamento che gli iraniani e le iraniane sognano e meritano è quantomeno possibile. Senza, diventa una chimera e rende ancora più difficile la vita di chi mette tutto in gioco per rovesciare il regime della repubblica islamica. È venuto il momento che l’impegno contro il regime degli ayatollah esca definitivamente dai confini dell’Iran e diventi una lotta di tutti, dell’Europa, degli Stati Uniti, globale. Perché un Iran democratico garantirebbe un mondo più sicuro e più libero per tutti.

Indirizzo:
Via Pier Lombardo 14, 2013, Milano
Per il biglietto:
02 59995206
[email protected]