Catarsi politicaChe cosa resterà dell’Europa se non ripenserà la narrazione che dà di sé?

Dobbiamo smetterla di coniugare solo al passato i discorsi sul genocidio, la decolonizzazione e l’antifascismo. E dobbiamo farlo ora, perché in Ucraina ci troviamo di fronte a una crisi le cui conseguenze definiranno il resto del ventunesimo secolo

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Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine, con gli articoli di World Review del New York Times. Si può comprare già adesso, qui sullo store, con spese di spedizione incluse. E dal 17 novembre anche in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia

Un progetto di Voxeurop in collaborazione con Eurozine indaga attraverso sei saggi il futuro dell’Europa, rileggendo alla luce del conflitto scatenato dall’invasione russa dell’Ucraina uno storico intervento del 2003 di Jürgen Habermas e Jacques Derrida. Qui si può leggere il primo intervento, scritto da Carl Henrik Fredriksson e Klaus Nellen.

Il secondo Congresso internazionale degli scrittori in difesa della cultura, che si svolse nel 1937 a Valencia, capitale della Repubblica spagnola dopo l’attacco delle truppe falangiste di Francisco Franco a Madrid, divenne noto come uno spettacolare atto culturale di opposizione al fascismo. Vi parteciparono più di cento scrittori da tutto il mondo. Il loro impegno in quello che chiamavano «umanesimo rivoluzionario e lotta per la dignità umana e la libertà dei popoli», merita di essere ricordato nel momento, storicamente simile, in cui ci troviamo oggi. Farlo potrebbe aiutarci a comprendere meglio la situazione internazionale che rappresenta l’invasione fascista della Russia e la guerra neocoloniale di sterminio contro l’Ucraina. Per i delegati a Valencia il principale problema politico era la scelta di non intervento delle democrazie occidentali, che essi condannarono fortemente, più e più volte. All’opposto, i progressisti di oggi nel mondo culturale e in quello politico si sono ritirati nelle loro torri d’avorio della non-escalation e del non intervento, oppure portano avanti il sogno poetico di un pacifismo astratto, che non è altro che un eufemismo per indicare la resa al fascismo.

In questo momento l’Europa sta affrontando una sfida e questa sfida non è nient’altro che la realtà vissuta dall’Ucraina nell’ultimo anno e mezzo: cosa fare riguardo alla devastazione in corso? È una domanda che contiene diversi livelli esistenziali – militari, politici, psicologici, sociali, ecologici, economici e molti altri – e che non si presta a risposte catartiche. Al contrario, contiene solo dolore infinito, da ogni punto di vista. L’espressione migliore di questa sfida persistente potrebbe essere il famoso dipinto di Edvard Munch Il grido: oggi ci troviamo precisamente in un momento di ansia, incertezza e distorsione. L’opera di Munch nacque da un attacco di panico vissuto dal pittore nel 1892 e proprio il panico sarebbe una reazione appropriata davanti ai crimini di guerra della Russia, ben più delle valutazioni pseudorazionali a cui stiamo invece assistendo. La comunità internazionale sembra gradualmente accettare le atrocità come inevitabili, una risposta che in passato sarebbe stata impensabile. Il panico sarebbe forse una risposta politica più efficace, perché potrebbe innescare un indispensabile e urgente intervento internazionale.

Il war porn e le fantasie della ricostruzione
In Europa si possono individuare due diversi approcci alla guerra nella sfera pubblica, che riflettono altrettanti atteggiamenti socio-politici rispetto alle atrocità che stanno avvenendo. Il primo è il cosiddetto “war porn”, ovvero una sorta di romanticizzazione delle rovine. E, come qualsiasi altra pornografia, anche il war porn è osceno. Qui, le macerie servono semplicemente da scenografia mediatica, mantenendo alta l’economia dell’attenzione mentre queste rovine vengono letteralmente e costantemente prodotte dalla guerra in corso. Il secondo approccio è la fantasia politica della ricostruzione postbellica. Psicologicamente si tratta di una strategia seducente, perché consente di mettere a tacere la dura realtà della guerra stessa, concentrandosi su un futuro ipotetico. Il tutto mentre la guerra infuria senza che se ne veda la fine.

Ventunesimo secolo. Ora è il momento perfetto perché l’Europa riveda e rielabori le proprie narrazioni, delle storie che gli europei raccontano da decenni, ingannando sia loro stessi che gli altri. Questo momento storico è stato definito “Zeitenwende” (cambiamento epocale), ma un termine più preciso, ripreso dalla storia culturale europea, sarebbe quello che Aristotele chiamava “peripeteia”, ovvero un ribaltamento drammatico delle circostanze, un cambiamento drastico da uno stato di cose verso il suo opposto.

La revisione delle narrazioni: il genocidio
La guerra della Russia contro l’Ucraina e contro l’Occidente è caratterizzata da una logica edipica; il compito dell’Europa in questo tempo di emergenza è soprattutto quello di smettere di non guardare per imparare a vedere, per poter ripensare e cambiare in profondità le narrazioni centrali della sua storia, giacché esse sono essenziali per il suo futuro. La prima narrazione è il discorso sul genocidio. Questo principio fondamentale dell’Europa postnazismo, la cui integrazione politica era basata sull’idea di una responsabilità comune per l’Olocausto, è stato brutalmente messo in discussione dall’invasione russa dell’Ucraina. Oltre ai campi di filtraggio, alle deportazioni di massa, ai rapimenti e alle torture, le forze armate russe dal 24 febbraio 2022 in poi hanno danneggiato o distrutto circa 1.600 siti culturali ucraini. La Russia punta alla distruzione dell’infrastruttura culturale del Paese come parte dei suoi attacchi alle strutture civili.

Secondo Rafał Lemkin, l’uomo che ha forgiato il termine “genocidio”, la distruzione del patrimonio culturale fa parte delle azioni che rientrano nella sua definizione. Per Lemkin il genocidio consiste essenzialmente nella barbarie (attaccare le persone) e nel vandalismo (attaccare la cultura). Il secondo elemento, tuttavia, è stato omesso nella Convenzione Onu sul genocidio del 1948. Le ragioni sono chiaramente coloniali: alcune delle potenze occidentali temevano che i popoli indigeni (ed ex schiavi) potessero usare la convenzione contro di loro. Le Nazioni Unite hanno invece adottato la Convenzione dell’Aia del 1954 che protegge il patrimonio culturale in caso di conflitto armato, un compromesso che ha spostato il problema su un piano completamente diverso. La vera domanda non è come proteggere la cultura in tempo di guerra (anche se è ovviamente vitale), ma come fermare il genocidio. Appena comincia la distruzione intenzionale su larga scala della cultura, la conclusione dovrebbe essere che ci troviamo di fronte a un genocidio.

Ma l’Europa preferisce ancora parlare del genocidio in termini di politica della storia, di cultura della memoria e di “venire a patti con il passato”, spesso evitando di applicare il termine al presente per paura della sua “relativizzazione”. Questo è un tipico esempio di ciò che in tedesco viene chiamato “Schuldabwehr”, la deflessione della colpa. Trauma e colpa per le atrocità passate sono riemerse quando l’Europa si è confrontata con la barbarie russa in Ucraina. Il problema dell’Europa non è la “relativizzazione” del genocidio, ma la riluttanza a riconoscere che un genocidio è in corso in Ucraina, proprio perché il genocidio sta accadendo ora! Ecco perché l’Europa tende a sostenere che non si tratti di un genocidio “puro”, che il genocidio sia difficile da dimostrare, nonostante il fatto che gli obiettivi genocidiari della Russia siano stati apertamente dichiarati e pubblicamente esposti dai mezzi d’informazione russi e dai responsabili del governo, compreso il leader del Cremlino. Se l’Europa accettasse la premessa che in realtà sta assistendo, e da tempo, a un genocidio in Ucraina, senza cercare di fermarlo, dovrebbe ammettere che ha permesso che avvenisse. Sul suo territorio. Di nuovo.

La decolonizzazione
Il secondo filone narrativo europeo che necessita una revisione è l’uso della parola “decolonizzazione”. Questo è diventato un altro termine di moda nel dibattito pubblico internazionale, ma il problema fondamentale è che è percepito e applicato in una forma apolitica e culturalizzata. La decolonizzazione è vista semplicemente come un mezzo di rappresentazione, mentre qualsiasi vero anticolonialismo riguarda anzitutto la giustizia. Senza la giustizia, la decolonizzazione rimane vuota e retorica. L’attacco della Russia all’Ucraina, che deriva da una mentalità colonialista profondamente radicata, rende ancora più urgente la questione. La decolonizzazione non riguarda solo la commemorazione o la rappresentazione di varie esperienze comunitarie indigene (per quanto importanti possano essere), ma significa anche chiedere conto dei crimini coloniali a quelli che li hanno commessi.

L’approccio etnografico alle questioni decoloniali, comune in numerosi progetti culturali in tutta Europa, rievoca spesso degli stereotipi coloniali e dei cliché che si adattano comodamente alla fantasia neoimperiale, sia delle potenze coloniali passate sia di quelle contemporanee, fingendo che il colonialismo sia già un caso chiuso e che tutto ciò che dobbiamo fare ora sia “celebrare la diversità”. Invece, la decolonizzazione non è una parata “multikulti” [il riferimento è alle politiche pubbliche multiculturali tedesche negli anni Settanta e Ottanta, ndr] di diverse cucine del mondo. Se così fosse, sarebbe il peggiore risultato della guerra, sia per il popolo ucraino sia per i tatari di Crimea, perché significherebbe che la causa giusta dei colonizzati è stata completamente persa.

In questo contesto la confusione deriva dal fatto che la decolonizzazione è stata effettivamente esternalizzata dai responsabili verso le loro vittime: il cosiddetto Sud globale o l’Est postsovietico dell’Europa. Se gli occidentali o i russi fossero lasciati a sé stessi senza alcuna pressione dalle altre parti del mondo, non si preoccuperebbero affatto della decolonizzazione! Si tratta di una prospettiva profondamente perversa, in cui la decolonizzazione diventa una sorta di terapia o esercizio psicologico per i colonizzati e viene ridotta a storie personali e radici familiari, mentre dovrebbe essere esattamente il contrario, ovvero una questione altamente politicizzata e in cima alla lista delle priorità dei colonizzatori.

Il colonialismo deve essere affrontato prima di tutto dalle potenze imperiali passate e presenti, non dai colonizzati. L’unica potenza coloniale che è stata punita a livello internazionale per le sue atrocità è stata la Germania nazista, ma anche allora i crimini coloniali sono stati nascosti dietro il fraintendimento della Erinnerungskultur, come se si trattasse davvero solo di una questione di cultura della memoria, piuttosto che delle ferite aperte che ancora definiscono la realtà politica e bellica dell’Europa.

L’antifascismo
Un terzo filone narrativo fondamentale dell’Europa che dovrebbe essere politicamente reintrodotto è quello dell’antifascismo. L’antifascismo è stato così centrale nella storia moderna europea e globale che spesso è stato trascurato e trasformato in un attributo di un gruppo politico particolare, una sottocultura che svolge i suoi soliti riti il Primo maggio. L’antifascismo dovrebbe invece essere trattato come un pilastro dell’Europa unita di oggi e del mondo libero. Senza la base dell’antinazismo le istituzioni politiche e il quadro politico odierni non sarebbero mai emersi. La vera democrazia è possibile solo quando è per sua natura politica, antifascista, altrimenti non lo è.

Le società europee si sono così tanto abituate ai diversi movimenti di estrema destra, populisti, autocratici e autoritari, che l’attacco della Russia all’Ucraina li ha colti di sorpresa. Improvvisamente si sono trovate di fronte a una domanda fondamentale, che dovrebbe essere storicamente riconoscibile: come scoraggiare e porre fine a un regime fascista (questa volta con capacità nucleari)? C’è stato un acceso dibattito per capire se sia corretto definire il regime russo al potere come fascista. Paradossalmente, chi si rifiuta di farlo si nasconde dietro un eccesso di storicizzazione del fenomeno, e non per mancanza di ragioni, ma perché ce ne sono troppe.

Quel che più stupisce è il modo in cui le autorità e l’esercito russo hanno imitato i nazisti nella loro guerra contro l’Ucraina. L’ideologia nazista della “non esistenza” degli ucraini viene usata come pretesto per i massacri. La terribile retorica della “denazificazione” viene sfruttata per riorientare il contesto storico e giustificare così l’invasione militare. Questa guerra non provocata viene dipinta come una continuazione della Seconda guerra mondiale (“possiamo rifarlo”). Tutte le intenzioni revansciste della Russia sono state in realtà finalizzate a sovvertire l’ordine istituzionale e giuridico europeo, quello stesso ordine che si fondava sui risultati ottenuti con la sconfitta del nazismo, al fine di disgregare l’Ue e la Nato e riprendere il controllo dell’Europa dividendola nuovamente.

La guerra della Russia contro l’Ucraina ha reso urgente la necessità di un antidoto politico: l’antifascismo deve essere reintrodotto a livello internazionale come base per la politica di Stato e per la formulazione delle politiche non governative. Non è un attributo di una parte specifica dello scacchiere politico, ma costituisce la condizione dell’esistenza dello scacchiere stesso. Qui l’Europa porta una responsabilità storica e politica particolare e, attraverso di essa, può raggiungere ciò che Aristotele chiamava “anagnorisis”, un passaggio dall’ignoranza alla conoscenza, il riconoscimento non solo di una persona ma anche di ciò che quella persona rappresenta.

Oggi si può solo prudentemente sperare che un simile riconoscimento dell’Europa e di ciò che rappresenta possa aprire la strada per passare dall’attuale tragedia della guerra a una catarsi politica paneuropea. Ma la speranza è proprio ciò che resta sul fondo del vaso di Pandora.

Pubblicato in collaborazione con Voxeurop.eu. Traduzione di Giulia Federica Gadoni | VoxEurop

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