Immaginario collettivoLe nuove conoscenze e la stessa ciclica ignoranza del mondo moderno

Come spiega Peter Burke in "Ignoranza" (Raffaello Cortina Editore), data la brevità della vita umana, il bisogno di dormire, e la competizione per l’attenzione fra le nuove forme di arte o di sport, ciascuna generazione di ciascuna cultura difficilmente è capace di conoscere più di quelle che l’hanno preceduta

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L’avvento di nuova conoscenza (o conoscenze) nel corso dei secoli ha necessariamente implicato l’avvento di nuova ignoranza (o ignoranze). Collettivamente, l’umanità sa più di quanto abbia mai saputo prima, ma individualmente non abbiamo più conoscenze dei nostri predecessorie l’avvento di nuova conoscenza (o conoscenze) nel corso dei secoli ha necessariamente implicato l’avvento di nuova ignoranza (o ignoranze). Collettivamente, l’umanità sa più di quanto abbia mai saputo prima, ma individualmente non abbiamo più conoscenze dei nostri predecessori.

I vecchi saperi sono stati abbandonati per fare spazio ai nuovi. Nei giorni in cui le enciclopedie venivano consultate nella forma di pesanti volumi stampati anziché online, aggiornarle implicava l’azione di scartare alcune vecchie informazioni per far posto nelle loro pagine a nuove scoperte. La conoscenza degli aspetti migliori delle auto, per esempio, ha rimpiazzato la conoscenza delle caratteristiche notevoli dei cavalli. La conoscenza dell’araldica, un tempo considerata essenziale per un gentiluomo, ora è praticamente confinata a un piccolo gruppo di entusiasti, come i membri della Società araldica britannica

In Europa, dal Rinascimento agli inizi del xx secolo, i maschi dell’alta e della media borghesia dovevano avere familiarità con la storia, la filosofia, la lingua e la letteratura dell’antica Grecia e dell’antica Roma. I membri del parlamento britannico e altri gentiluomini avevano il dovere di riconoscere le allusioni classiche contenute nei discorsi tenuti alla Camera dei comuni o sulle pagine del Times. Queste aspettative erano ragionevoli in un tempo in cui i classici costituivano la gran parte dell’istruzione sia nelle scuole sia nelle università, e l’istruzione superiore era praticamente ristretta ai maschi delle élite.

Oggi i curriculum accademici offrono solo un posticino per gli studi classici e l’uso del latino da parte di Boris Johnson è diventato una stravaganza (amabile o irritante, a seconda dei gusti) e allo stesso tempo un segno del fatto che la sua istruzione ha avuto luogo in una tradizionale scuola d’élite. Se nomi come Aristotele e Platone, Omero e Virgilio, Cesare e Cicerone restano familiari, non si può presupporre che molte persone abbiano letto le loro opere, nemmeno in traduzione. Anche la conoscenza dei classici nelle lingue correnti era diffusa nel passato. In Italia, dal xvi secolo in poi, la familiarità con le opere di Dante e Ariosto non era confinata alle classi superiori. Lo stesso si può dire di Racine e Balzac in Francia. In Spagna, Cervantes. In Germania, Goethe. In Gran Bretagna, Shakespeare, Milton, Scott e Dickens.

Oggigiorno, questi testi devono competere per l’attenzione dei lettori con opere di altre culture, da Borges e García Márquez dal Sud America, per esempio, a Il sogno della camera rossa dalla Cina, La storia di Genji dal Giappone e così via. Come nel caso della cucina, la conoscenza di varietà globali è aumentata mentre la familiarità con i prodotti locali è diminuita. Anche per le lingue le cose vanno allo stesso modo. La conoscenza del francese e del tedesco è diminuita in gran parte dell’Europa, mentre quella dell’inglese americano, del cinese e dello spagnolo è aumentata in molte parti del mondo.

In Europa, al tempo della Riforma, i dibattiti sulla teologia erano diffusi non solo fra il clero (cattolico, luterano o calvinista) ma anche fra gli uomini e le donne comuni. Grazie alla pratica di far imparare il catechismo a memoria in tenera età, si poteva dare per scontato, almeno dai predicatori nelle città, che i riferimenti a concetti teologici come “sacramenti” o perfino “transustanziazione” venissero largamente compresi, così come i riferimenti alla Bibbia, al Vecchio Testamento come al Nuovo. Conoscenze di questo tipo non possono più essere date per acquisite come, per esempio, per i romanzi della fine del xix secolo di Thomas Hardy, che sono pieni di riferimenti biblici. Da quel che emerge da sondaggi recenti, i cristiani negli usa, in Gran Bretagna e altrove conoscono meno la teologia delle generazioni precedenti. Sanno invece di più, rispetto ai loro antenati, di induismo e buddismo perché hanno fatto viaggi in Asia o hanno imparato qualcosa di queste religioni a scuola.

(…) Data la brevità della vita umana, il bisogno di dormire, e la competizione per l’attenzione fra le nuove forme di arte o di sport, dovrebbe essere abbastanza ovvio che ciascuna generazione di ciascuna cultura difficilmente è capace di conoscere più di quelle che l’hanno preceduta. Può conoscere le poesie di Tu Fu anziché quelle di Tennyson, per esempio, o la storia dell’Africa invece che quella dei Tudor. Ci troviamo anche di fronte al paradosso, notato dall’economista Friedrich von Hayek, che maggiore è la conoscenza collettiva, grazie alle ricerche degli scienziati e degli studiosi, “minore è la condivisione di tutta quella conoscenza […] che ogni singola mente può assorbire”.

Da “Ignoranza, una storia globale” di Peter Burke, Raffaello Cortina editore, 362 pagine, 23,75 euro 

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