L’ombelico del mondoLa prossima battaglia campale sarà quella per le calorie

L’Internazionale illiberale ha le mani sul nutrimento della Terra e usa la geopolitica del cibo come un’arma. Il 60 per cento delle persone che stentano a procurarsi da mangiare vive infatti in Stati attraversati da guerre. E il cosiddetto mondo libero non può rimanere fermo a guardare, narcotizzato dalla propria glicemia

AP/Lapresse

Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine, con gli articoli di World Review del New York Times. Si può comprare già adesso, qui sullo store, con spese di spedizione incluse. E anche in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia

«La nostra arma silenziosa è il cibo: silenziosa, ma formidabile». Sarà un’arma silenziosa e formidabile, ma non è certo un’arma segreta. Infatti è stata apertamente teorizzata con queste parole, già nell’aprile del 2022, da Dmitry Medvedev, lo sgherro del Cremlino di cui i media italiani (a differenza di quelli del resto del mondo) riprendono ogni raglio, per poi tacere invece sull’unico virgolettato rilevante – questo – in cui è eclatante l’agri-imperialismo russo che ha affamato il mondo.

Da queste parti parliamo di «sicurezza alimentare» una volta l’anno, quando esce il rapporto della Fao. I notiziari aggiornano, corrucciati, la contabilità. Più di tre miliardi di persone non si possono permettere una dieta decente (in Europa sono trentadue milioni) e settecentotrentacinque milioni di umani rischiano l’inedia. Va interrotto il riflesso condizionato da foto strappalacrime. Non è beneficenza. «La sicurezza alimentare è la cosa più importante per una nazione». Sapete chi l’ha detto? Xi Jinping.

Ecco, gli autocrati lo hanno capito. Forse perché sono parte del problema. Il Programma alimentare mondiale ha riconosciuto che il principale ostacolo alla sua missione è la violenza armata. Infierisce sui fattori strutturali, la povertà e la siccità inasprita dal cambiamento climatico. La Storia del Novecento si può sbirciare dalla porta di una cucina, perché, se si capisce come sfamare un dittatore (come da titolo del libro di Witold Szabłowski, pubblicato in italiano da Keller), allora si può mettere a nudo anche il ricatto ai danni del popolo che da quel dittatore è oppresso,

Dai tempi del binomio di Giovenale, vengono somministrati panem e circenses con il fine del controllo sociale. I secondi abbondano, il primo sarà merce sempre più scarsa. Lo sappiamo anche in questo Occidente post-ideologico, se ci pensate. La scheggia più acuminata dello scontro tra Regno Unito e Unione europea, dopo la Brexit, ha riguardato le importazioni delle salsicce in Irlanda del Nord. Più che con il portafoglio, i cittadini votano con la pancia – quando possono votare. I tiranni non dilettanti sanno quanto le piazze si svuotino allo stesso ritmo degli stomaci dei sudditi.

Le Primavere arabe hanno isolato il miglior indicatore per predire un’insurrezione, in quella parte di mondo ma non solo: il prezzo del grano. È noto, le prime scintille in Algeria e Tunisia, ai tempi, sono zampillate dal carovita. L’Egitto di Hosni Mubarak spendeva fino all’8 per cento del Pil in sussidi per cibo e benzina: non è bastato, quando tra il 2010 e il 2011 il costo dei cereali si è impennato del 30 per cento. Oggi, a Tunisi, un altro rais è vacillato di fronte ai razionamenti della farina. Così Kaïs Saïed ha dato la caccia agli “speculatori” e ha demonizzato i migranti subshariani.

Prima ancora di Piazza Tahrir, gli shock degli anni Settanta hanno contribuito ad affossare una superpotenza contadina come l’Unione Sovietica. L’Urss rimpianta da Vladimir Putin esportava alcune derrate; su molte altre era in rosso, per fronteggiare le carestie domestiche (se non le infliggeva direttamente, come con l’Holodomor). L’ultimo gigante comunista sconta un paradosso. La Cina è prima produttrice e al tempo stesso prima importatrice di cibo. Tra il 2000 e il 2020, la sua autosufficienza si è contratta. Pechino contrattacca con la tecnologia, per esempio le coltivazioni verticali indoor che accelerano i cicli, o facendo shopping di ettari all’estero, soprattutto in Sudamerica.

Fin dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, secondo l’intelligence statunitense, la Russia ha militarizzato le catene d’approvvigionamento. Il termine in inglese, “weaponise”, rende meglio l’idea. Ecco l’arma di cui parlava Medvedev. Il 24 febbraio 2022 ha aperto «uno dei periodi più distruttivi per la sicurezza alimentare globale da decenni». È un altro fronte del tentativo di annientamento neo-coloniale di Kyjiv: un corollario dell’“operazione speciale”. Le rilevazioni satellitari hanno smascherato la rapina di sei milioni di tonnellate di grano ucraino già nell’anno zero del conflitto. Era solo l’inizio.

Il Cremlino, la scorsa estate, ha affondato il rinnovo dell’accordo per consentire i traffici e intanto ha continuato ad affondare, con il tiro al bersaglio, i mercantili sul Mar Nero. Quel corridoio, aperto con la mediazione della Turchia, era largo appena tre miglia nautiche (cinque chilometri e mezzo), ma ci sono passate trentatré milioni di tonnellate di cereali: più della metà, il cinquantasette per cento, dirette a nazioni in via di sviluppo. Mentre la Federazione spara sui porti del Danubio, le navi ucraine sono migrate su una rotta più lunga, a ridosso delle coste della Nato, nelle acque territoriali romene e bulgare. Era il tragitto dei convogli umanitari: lo sono anche questi, a modo loro.

Le alternative terrestri o via fiume non spostano lo stesso volume. Nel frattempo, Kyjiv ha subìto il boicottaggio di Polonia e Slovacchia, all’epoca in campagna elettorale, e della solita Ungheria. «Il mercato è morto», si è sfogato un agricoltore della regione di Chernihiv con l’inviato di un giornale americano. Gli ucraini, va detto, sono gli unici che si sono sforzati per cercare di tenerlo in piedi. Non è “solo” un discorso economico, anche se il settore valeva l’11 per cento del Pil: quelle calorie erano il sostentamento di un pezzo di pianeta. L’Ucraina copriva il 10 per cento delle esportazioni mondiali di grano, il 14 per cento di quelle di mais e il 47 per cento di quelle d’olio di girasole.

Un terzo del grano, a livello globale, proviene da lì o dalla Federazione. Nel mondo arabo, povero di acqua per irrigare i campi, però, la dipendenza è più marcata: quella cifra si dilata fino al 50 per cento. I Paesi più esposti sono Egitto, Libano, Sudan. In retrospettiva, il disegno della Russia è chiaro: sottrarre le quote di mercato a Kyjiv per poi sostituirla. Ci sta riuscendo. Controlla due delle tre maggiori fabbriche ucraine di fertilizzanti. Gli agricoltori sono costretti a rinunciare ai concimi, troppo costosi. L’esercito di Putin ha occupato anche le aree più fertili, sulla sponda destra del Dnipro e molte le ha foderate di mine antiuomo o fortificazioni. E ha inferto notevolissimi danni all’ambiente – un vero ecocidio – tra la moria di delfini nel Mar Nero e l’allagamento causato dal bombardamento della diga di Kakhovka, fatta saltare in aria dai russi.

Mentre, a settembre, le esportazioni di cereali dall’Ucraina si dimezzavano, Mosca festeggiava un raccolto rigoglioso per il secondo anno di fila. Si stimano esportazioni per 52 milioni di tonnellate, in questa stagione, 20 milioni più del 2021. Il pacchetto russo salirà così al 22,5 per cento globale, mentre quello ucraino scenderà del 6 per cento circa. Se non è imperialismo questo. Concorrenza predatoria e sleale. Al summit a San Pietroburgo, a luglio, Putin ha promesso di foraggiare i Paesi africani, omaggiandoli di 300.000 tonnellate metriche di frumento. È bieco pierraggio, però. Il fabbisogno reale del continente è molto più alto, almeno 8 milioni di tonnellate metriche. Al mese.

L’Internazionale illiberale ha le mani sul nutrimento della Terra. Il 60 per cento delle persone che nel mondo stentano a procurarsi abbastanza cibo vive in Stati attraversati da guerre. Rispetto a dieci anni fa, le democrazie sono in ritirata: erano quarantadue nel 2012, ora sono trentaquattro. Le trenta dittature, invece, segnano una plusvalenza: racchiudono, e spesso rinchiudono, il 70 per cento della popolazione mondiale. Il cosiddetto mondo libero non può stare a guardare, narcotizzato dalla glicemia.

La prossima vera battaglia campale è quella per le calorie. L’assalto terrorista di Hamas e le sue conseguenze hanno compromesso le operazioni del porto di Ashdod, a Nord della Striscia di Gaza, un hub importante per i fertilizzanti a base di potassio. L’avocado feticcio dei Millennials è oggetto delle brame dei cartelli della droga, merce insanguinata come i diamanti africani. Il caffè a buon mercato che irrora il capitalismo ha gli anni contati. Sulla questione alimentare ne convergono altre, quella migratoria, ambientale, demografica. Jovanotti cantava dell’ombelico del mondo e aveva afferrato il problema: è la pancia il cuore del potere globale.

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