«C’è una mafia giudea che mette spavento». È il Natale del 1983, Roberto Covelli è tornato da New York dov’è andato a lavorare nella finanza, la mamma gli chiede come sia la banca americana, e lui dà questa risposta per la quale, oggi, fioccherebbero gli editoriali e le interrogazioni parlamentari e tutta la confusione mentale che caratterizza il nostro tempo.
“Vacanze di Natale” è al dodicesimo minuto, e quella di Christian De Sica non è neanche la prima battuta della quale i commentatori americanizzati di oggi direbbero «problematic». Se qualcuno avesse voglia di fare un’inchiesta sulla distanza tra il paese reale e noialtri che c’indigniamo sui giornali e sui social, suggerirei di andare il 30 dicembre a intervistare gli spettatori che escono dai cinema dove, per il quarantennale, verrà riproiettato “Vacanze di Natale”.
Ieri, mentre il paese reale faceva il ponte, noialtri che popoliamo quello irreale eravamo impegnati a indignarci per le sorti d’un personaggio vieppiù vanziniano. Il loggionista Marco Vizzardelli, al cui quarto d’ora di celebrità sono lieta di contribuire: credo nello stato sociale.
Il Corriere gli fa dire che non ha la tv («L’ho rifiutata alla prima guerra del Golfo»: sceneggiatori già intenti a scrivere la scena del televisore che gli si offre, ma Vizzardelli, fermo, lo rifiuta). E che al “Don Carlo” del 1992 fischiò Muti ma non Pavarotti, «Non fischio i cantanti» (affermazione di principio invero impegnativa).
Repubblica ci spiega che Vizzardelli «è grande ammiratore del maestro Claudio Abbado», che «in più di un’occasione aveva tuonato contro quella che riteneva un’eccessiva sovraesposizione mediatica di Riccardo Muti» (per distinguerla dalle sovraesposizioni caratterizzate dal non eccesso), e che si occupa per lavoro di equitazione, «che da trentacinque anni segue e racconta dalle colonne Equos Trotto & Turf» (improvvisamente ridimensionato il genio di Richard Curtis: Cavalli e segugi, avrebbe detto Guido Nicheli, is nothing).
In un momento di sublime italianità, ovvero di assoluta mitomania, Vizzardelli spiega all’intervistatore (a uno degli intervistatori: è pur sempre l’uomo del giorno) che lui «Viva l’Italia antifascista» (sarebbe stato più spiritoso «Viva Verdi», ma l’avremmo capito in quattordici, tra i quali forse nessuno che potesse dare ordine alla Digos d’identificare il fellone) mica l’ha urlato.
«È una cosa che ho sentito dentro di me, ma l’ho fatto con tranquillità e senza urlare. Però il vecchio sovrintendente della Scala Alexander Pereira diceva di me che ho una proiezione di voce eccezionale». In futuro il diaframma di ognuno sarà famoso per quindici minuti.
Vizzardelli dice d’essere intervenuto in difesa della senatrice Liliana Segre, che lo turbava vedere nel palco reale assieme a La Russa e Salvini (e Sala e Sangiuliano: è ora di finirla di trascurare sempre gli intellettuali, nelle ricostruzioni).
«Non mi è piaciuto per niente averla vista in mezzo a quella polemica e ho pensato che qualcosa andava fatto». Nell’intervista al Corriere è ancora più tranchant: «Mi inquietava la senatrice a vita Liliana Segre messa in mezzo in quella maniera». In effetti un po’ tutta la vita di Liliana Segre testimonia l’incapacità della signora di cavarsela, figuriamoci se può aver deciso lei con chi dividere un palco.
Sulla Stampa ci sono ulteriori virgolettati di Vizzardelli, tra cui «Sono un po’ sbalordito che abbia risonanza mediatica», che è un po’ la frase che ti aspetteresti da uno che ha passato la giornata a dare interviste. Nessuno degli intervistatori gli chiede se, più che in “Vacanze di Natale”, egli si percepisse un figurante in “Senso” di Visconti, uno dei loggionisti che facevano piovere fogli tricolore, alla fine del “Trovatore”, urlando «Viva l’Italia» (era il Risorgimento, «antifascista» non era ancora aggettivo chiave per entrare in tendenza), irritando gli austriaci che però lucidamente sintetizzavano: «Ecco la guerra che gli italiani preferiscono: pioggia di coriandoli con accompagnamento di mandolini».
Mancano inoltre un po’ da ovunque i dettagli di ciò che tutti vogliamo sapere: chi è il Calboni che ha dato alla Digos l’ordine di identificarlo.
D’altra parte un mondo che, se Christian De Sica dicesse oggi che nella banca americana c’è la mafia giudea, accuserebbe lui e i Vanzina d’antisemitismo, un mondo che non sa più distinguere tra una commedia e un editoriale, tra una battuta e un dibattito parlamentare, possiamo davvero, in questo mondo qui, pretendere che i piani li sappiano distinguere gli sbirri, ultimi dai quali pretendiamo il senso del tono e del contesto? Figuriamoci: identificheranno uno sciamannato; facendone così, con la sola richiesta della carta d’identità, un eroe antifascista.
Parentesi: per essere eroe antifascista, nel 2023, basta talmente poco che la gente lo diviene scrivendosi «antifa» nella bio di Twitter, o come si chiama ora. La percentuale di volte in cui leggi un tweet, pensi «ma chi è questo irrecuperabile cretino», vai a guardare la bio e trovi «antifa» è talmente alta che la domanda che mi faccio più spesso è: ma l’antifascismo non può fare causa ai Vizzardelli del mondo per danno reputazionale?
Altra parentesi: ovviamente, se uno ritiene di dover comunicare il proprio antifascismo al mondo a mezzo note biografiche su un social network, sarà anche portato a ritenere Vizzardelli – che lo comunica dal loggione, senza neanche bisogno del wifi – un eroe; e quindi ieri intellettuali che pensano che stare sui social equivalga a far la resistenza sulle montagne annunciavano che sarebbero andati negli uffici della Digos a dire «Viva l’Italia antifascista», pretendendo di venire identificati. Scrivevo di recente che la Digos dovrebbe occuparsi di cose più serie che degli imbecilli che scrivono lettere fingendosi docenti della Holden. Aggiungo: cose più serie di uno che dice cose da un loggione della Scala. Aggiungo: cose più serie di chi trova in questo uno la sua occasione di celebrità eroica in un pomeriggio festivo che altrimenti gli toccherebbe trascorrere a fare l’albero.
Da nessuna parte è ricostruita la catena di comando, quindi, ma sul Corriere ci sono dettagli gustosi: la carta d’identità di Vizzardelli sarebbe stata fotografata col cellulare di Vizzardelli stesso, perché ai telefoni degli agenti della Digos non funzionava la fotocamera. Defund the police, sennò dove li troviamo gli spunti da commedia all’italiana.
Nella versione che dà alla Stampa, Vizzardelli dice che alla prima richiesta di documenti si è rifiutato di fornirli. È una ricostruzione simile a quella che giorni fa faceva Christian Raimo su Instagram: era in treno, gli avevano chiesto i documenti, era un sopruso illegale, voleva rifiutarsi.
A corredo del suo post, Raimo fotografava l’articolo 651 del codice penale, che dice che non puoi rifiutarti di dare le generalità a un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni. Lo faceva per dirci che non sa leggere? O che abbiamo un codice penale fascista? O che gli piacerebbe avviare una collaborazione con Trotto&Turf?
Quante domande, mentre io qui riesco a pensare solo alla parte che farei fare a Vizzardelli nel rifacimento di “Vacanze di Natale”. Non ho dubbi: Billo, il pianista che, eroe della contribuzione alla solidità della famiglia tradizionale, quando non suonava “Maracaibo” si sdraiava le mogli dei villeggianti. Oggi verrebbe cassato dalla sceneggiatura perché eteronormativo, temo. Gli toccherebbe procurarsi una fama alternativa, urlando il suo antifascismo in un contesto sufficientemente fesso da farlo divenire un martire.