Sapore di anni OttantaLa sindrome “Eskimo” di Calenda e le nostre perenni “Vacanze di Natale”

Il leader di Azione posta su Instagram una foto in jeans a Cortina, come farebbe un benestante del centro di Roma; ma per non avere i coglioni sfrantumati dalla polemica social deve mentire e fingersi inadatto al contesto, come se fosse uno di periferia

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In “Laggiù qualcuno mi ama”, il documentario di Mario Martone su Massimo Troisi, c’è un filmato in cui Troisi è sul palco del teatro greco di Taormina e racconta che impressione gli sta facendo essere lì: non ci sono i poveri, dice. Sono entrato in albergo senza giacca, dice, e mi hanno preso per un povero, e gli è sembrato strano.

Ci pensavo guardando una foto di Calenda sulle piste da sci. L’ha messa lui, sul suo Instagram. Ha i jeans, come quelli che sciano da quand’erano piccoli e mica hanno bisogno della divisa tecnica, e sotto scrive: «L’outfit è rimasto quello di Claudio Amendola in “Vacanze di Natale”».

“Vacanze di Natale” a dicembre compie quarant’anni, e la settimana scorsa ne ha compiuti quaranta “Sapore di mare”, e potremmo aprire un capitolo sul fatto che Carlo Vanzina nello stesso anno ha diretto i due più formidabili studi sociali sugli anni Ottanta ed è stato l’ultimo figlio di quella commedia all’italiana in cui mandavi in sala un sacco di roba e ogni tanto ti usciva “Il sorpasso”; mica come ora, che a un film ci pensi cinque anni e non mi pare il tasso di sorpassi ne abbia beneficiato.

Oppure potremmo parlare del fatto che tre giorni fa Troisi avrebbe compiuto settant’anni e insomma ovunque ci voltiamo stiamo in mezzo agli anni Ottanta – ma non apriremo neanche questo capitolo.

Parleremo, invece, di «io stavo tanto bene a Ovindoli», l’esasperata lamentazione di Mario Brega il cui figlio – Claudio Amendola, appunto – l’ha trascinato a Cortina; e d’una scena successiva, in cui Brega rinfaccia a moglie, suocera e figlio il costo dei regali di Natale comprati per loro (il golf della signora è costato di più perché è servita una taglia da tettona: meno male che non avevamo ancora inventato la categoria del bodyshaming).

Per tutti i primi decenni in cui l’ho visto, io “Vacanze di Natale” non l’ho capito. Sì, mi facevano ridere le corna di Guido Nicheli, o Christian De Sica che si fa trovare a letto col maestro di sci. Ma non capivo che, come tutti coloro che sanno raccontare, i Vanzina parlavano innanzitutto di classi sociali. Non capivo che mi stavano dicendo che non esistevano solo, come credevo, i poveri e i ricchi; non capivo che la vera contrapposizione era quella tra i ricchi e gli arricchiti. Una contrapposizione che è peraltro al centro di alcuni dei più amati prodotti culturali della mia infanzia: chissà di cosa credevo parlasse “Via col vento”.

Il personaggio di Claudio Amendola, disprezzato dagli arricchiti, era un archetipo della commedia all’italiana: quello che vive al di sopra delle proprie possibilità. Trent’anni prima, l’avrebbe interpretato Vittorio De Sica. La scena a più alta immedesimabilità di una vita da finta ricca per me ce l’ha Claudio Amendola in “Vacanze di Natale”.

È quella in cui va alla residenza Covelli – la casa cortinese dei veri arricchiti, dove vivono l’amico con cui va allo stadio e la ragazza che gli piace, la casa in cui la madre è preoccupata, «quella famiglia di cafoni a Cortina, non voglio che i miei figli frequentino dei torpigna» – a portare in dono alla ragazza gli occhiali da sole che gli aveva comprato suo padre spendendo una cifra per lui memorabile.

È quella in cui la ragazza accoglie sorridente e affettuosa il regalo, per poi scordarsene dopo due secondi, allorché nuovi e più costosi regali intervengono, e l’attenzione di tutti è così dirottata da qualche entusiasmo provvisorio che gli occhiali da sole – un sacrificio economico per Mario Brega, un’irrilevanza alla residenza Covelli – vengono calpestati.

È agli occhiali da sole di “Vacanze di Natale” che penso ogni volta che sto per comprare qualche capo costosissimo che magari potrei pure pagare, ma il cui prezzo non mi dimenticherei mai, e ogni volta che lo indosso vivrei nel terrore che qualcuno mi rovesciasse un caffè addosso: poter pagare una cosa e potersela permettere sono due categorie spirituali diverse.

Tutto questo Carlo Calenda non lo sa razionalmente, per quanto evidentemente abiti nella sindrome “Eskimo”. La sindrome “Eskimo” è chiarissima a chi sia cresciuta a Bologna, e quindi sia cresciuta ascoltando Guccini, canzone in cui l’autore rievoca la storia d’amore con una borghese col paletò che s’innamora di lui con l’eskimo, «e mi pagavi il cinema stupita, e non t’era toccato farlo mai».

L’anno prossimo sono quarant’anni dal concerto di piazza Maggiore (ve l’avevo detto che gli anni Ottanta non finiscono mai mai mai), e sono quindi quasi quarant’anni che squarciagolo “Eskimo”, senza mai pormi il problema che quella canzone lì è il punto di vista di quello che non ha soldi per il cinema, e io mica sono mai stata quello lì, uno degli incubi della residenza Covelli, «se i torpigna dopo averci invaso piazza di Spagna ci invadono pure Cortina».

Carlo Calenda è perfetto per la residenza Covelli, ma intuisce che non deve infilarsi nella lotta di classe, che per non avere i coglioni sfrantumati dalla polemica social deve mentire. Si trova a far politica in un’epoca che ha un’idea delle classi sociali allo stesso tempo assoluta e approssimativa: d’altra parte è un’epoca le cui ideologie devono entrare in una di quelle schermate chiamate slide, quelle che stanno in un post di Instagram e devono bastare a informarci entro i cinque secondi in cui riusciamo a tenere l’attenzione su qualcosa.

Quindi Carlo Calenda va a Cortina con la disinvoltura di Luca Covelli, ma si finge Mario, l’amico di Torpigna che sulle piste è più goffo, più parvenu, più indebitato. Sono Claudio Amendola, ci dice, e i commentatori ci cascano, e stroncano i jeans con quella che credono essere superiorità: esistono i pantaloni da sci, lo informano. Calenda si contiene e non risponde che loro girano adesso con la giacca a vento, lui ci girava già quarant’anni fa.

È colpa dei poveri, concludeva Troisi, dicendo alla zia povera che è colpa sua se non si diverte e non le piace la vita: perché non prendi i tuoi sei figli e non vieni un mese a Taormina? I ricchi si offendono, diceva: perché i poveri non vengono mai dove stiamo noi, gli facciamo schifo? Sì, Troisi era un comico, ma aveva anche il vantaggio di fare questo discorso quarant’anni fa, quando il filmato non finiva su qualche social dove la moderna militanza potesse accusarlo di fare reddito shaming, di non avere rispetto per i problemi della gente vera, tu ordini i cocktail in spiaggia e noi non possiamo permetterci un appartamento a Milano.

Io lo capisco, Carlo Calenda, che implica d’essere di Tor Pignattara, giacché l’alternativa sarebbe non postare foto a Cortina, e capite bene che quello proprio non si può fare: più imperdonabile dell’esser benestanti, nell’odierna società dello spettacolo gratuito, c’è solo l’avere una vita privata.

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