L’Ulivo sbagliatoLa dolorosa macchina da guerra di Schlein e la miopia del Pd sulle alleanze

La segretaria del Partito democratico vuole uscire dalla stasi nei sondaggi rilanciando ancora una volta la collaborazione con i Cinquestelle di Conte e i rossoverdi di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. E i riformisti del centro vengono snobbati, come sempre

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Augusto Minzolini, gran testimone dei fatti, due giorni fa ha rievocato sul Giornale l’esperienza dell’Ulivo che è tornata a fare capolino nelle cronache politiche di questi giorni: vi ha fatto riferimento esplicito Pierluigi Castagnetti, non a caso uno dei protagonisti di quella vicenda.

Giova ricordare, senza farla tanto lunga, che l’Ulivo fu vissuto in due modi. Uno era quello di Romano Prodi, Walter Veltroni, Beniamino Andreatta e Arturo Parisi, cioè l’idea di un inedito soggetto politico riformista che in un sistema bipolare doveva contendere il governo alla destra. L’altro modo di intendere l’Ulivo era quello di Massimo D’Alema e Franco Marini che lo vivevano come una mera giustapposizione di sigle politiche distinte ora e probabilmente per sempre. 

I partiti prima di tutto entrano in crisi – disse D’Alema in una memorabile conversazione con Umberto Eco della fine del ’97 – quando diventano «la fotografia del Paese»: ma, diciamo noi, non va certo meglio quando al Paese risultano estranei come sta avvenendo in questi anni. Questa seconda visione che nei fatti si affermò portando alla caduta del governo Prodi e alla sconfitta elettorale del 2001 è anche nella testa di Elly Schlein, consapevole che, da solo, il suo Partito democratico non sarà mai competitivo e che pertanto bisognerà costruire un cartello (alla fin fine il campo largo è questo) Pd-M5s-Sinistra/Verdi-Azione molto probabilmente con un candidato presidente del Consiglio esterno a queste forze (Paolo Gentiloni? Maurizio Landini?). 

Si vede qui tutta l’asfitticità di una visione che concepisce le alleanze solo in funzione elettorale, pure e semplici alleanze tattiche che come tali sono esposte a tutti gli spifferi e perciò destinate presto a sfasciarsi. Dunque, sgombriamo il campo dall’Ulivo inteso alla Prodi-Parisi che non a caso aveva alla base alcuni fondamenti che sono scomparsi (i comitati dal basso) o stanno finendo nel cassetto (le primarie, vedi i casi della Sardegna e di Firenze). 

Potremmo dire con evidente paradossalità che la movimentista Schlein è più sulla linea di D’Alema che su quella di Prodi, dunque grandissimo ruolo ai partiti, così così alla società. Pertanto si cercherà di costruire un cartello elettorale, quello che Minzolini definisce «il surrogato dell’Ulivo» che alla fine verrà fuori – dice – malgrado le divisioni interne. Possibile, ma la strada è davvero scoscesa. 

Se l’Ulivo nasceva dall’incontro tra post-comunisti politicamente molto scafati, ex democristiani espertissimi e laici vari di un certo spessore, qui il quadro è molto meno idilliaco. Il Partito democratico oggi è privo soprattutto di elaborazione, di cultura, e anche di dibattito interno che non sia legato agli organigrammi (piccole ma significative eccezioni il recente convegno di Castagnetti e il convegno di “Libertà Uguale”): anche qui paradossalmente, il Pd di Schlein è quello dove c’è meno dialettica, ce n’era mille volte di più persino nel Pci all’epoca del centralismo democratico dove si discuteva eccome – in segreto, s’intende – per non parlare della Dc, mentre le odierne cosiddette correnti non sono aree di pensiero ma collettori di posti e posticini.

Accanto a questo Pd c’è il partito di Giuseppe Conte, ultimo esempio di un certo trasformismo di tipo meridionale (Sabino Cassese), uomo di scarsissima affidabilità nonché insidioso concorrente proprio del Pd al quale intende fare le scarpe. Non potendo sapere cosa alla fine farà Carlo Calenda, ci sono infine i rossoverdi di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, chiaramente incompatibili con una politica estera occidentale e atlantista. La rinuncia della sinistra a guardare al centro (personalità, ambienti, idee) chiude il cerchio. 

Questa è la situazione, queste le forze, questi i leader. Neanche nella mera logica del cartello elettorale il paragone con la qualità dell’Ulivo regge. Caso mai, ecco il punto, un accostamento si può fare con i Progressisti che si presentarono uniti alle politiche del 1994, tante sigle e siglette azzeccate insieme (senza il centro di Mino Martinazzoli e Mario Segni), la famosa «gioiosa macchina da guerra» che si schiantò contro Silvio Berlusconi. Ma a cospetto di quella, questa che si pensa di mettere in campo pare piuttosto una «dolorosa macchina da guerra» pronta a distruggersi contro la nuova-vecchia destra italiana. 

Che fare? Intanto, partire da una seria analisi della realtà che non è molto diversa da quella che abbiamo descritto. Senza inventarsi bubbole come l’ultima dell’avvocato di Voltura Appula per il quale quello del salario minimo è «il seme dell’alternativa». Proprio l’esempio sbagliato. E poi inventarsi qualcosa di serio, e di nuovo. Ma l’Ulivo è sideralmente lontano, un ricordo di gioventù.

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