Step by stepLa lunghissima transizione energetica programmata dai Paesi del Golfo

La strategia di adattamento adottata dal Consiglio di cooperazione di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar è quella di costruire resilienza attraverso la consapevolezza che il petrolio e il gas sono destinati a rimanere e che tuttavia l’intensità delle emissioni deve essere ridotta nel tempo

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Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 58 di We – World Energy, il magazine di Eni

In un discorso tenuto agli stakeholder del settore in occasione dello Schlumberger Forum del 2022, l’amministratore delegato di Saudi Aramco, Amin Nasser, ha lanciato un duro monito ai politici: i tentativi di “svergognare gli investitori del settore del petrolio e del gas” e di privare l’industria dei combustibili fossili di investimenti upstream portano a risultati indesiderati quali l’insicurezza energetica, costi più elevati per i consumatori e una transizione ingiusta. Per Nasser, avere ciecamente fede nei piani d’azione verso le zero emissioni costruiti su presupposti errati è simile a una “catena di castelli di sabbia che la realtà ha spazzato via con le sue onde”. Una di queste onde è stata proprio l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia: sconvolgimento causato dalla perdita delle forniture energetiche russe (in particolare di gas) ha riacceso le preoccupazioni sulla sicurezza energetica e sulle insidie connesse alla costruzione del sistema energetico di domani su piani d’azione avulsi dalla realtà.

Dalla Cop26 di Glasgow, i percorsi verso gli obiettivi di zero netto e la velocità della transizione energetica sono stati influenzati da altre realtà: l’accelerazione del divario tra Nord e Sud; la fine del denaro facile dovuta ai sistemi monetari globali, costretti a passare rapidamente da un’era di quantitative easing a una politica monetaria restrittiva (aumentando il costo del capitale per gli investimenti energetici); la crescente preoccupazione che le filiere delle tecnologie a basse emissioni di carbonio (p. es. Batterie agli ioni di litio, energia solare, ecc.) richiedano una riduzione del rischio, dal momento che la competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina porta a ridisegnare la mappa energetica globale.

In questa nuova realtà si sono sollevati degli interrogativi sul futuro ruolo dei produttori di petrolio e gas del Golfo: saranno degli incredibili perturbatori oppure degli attori chiave per sbloccare un percorso (più) agevole verso le zero emissioni?

Luci puntate sul Ccg
Quando quest’anno i leader mondiali si riuniranno negli Emirati Arabi Uniti per la Cop28, ci sarà un’altra questione da affrontare: dall’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi sette anni fa, le emissioni globali di carbonio sono aumentate, con un incremento delle emissioni legate all’energia di circa 320 milioni di tonnellate, fino a superare i 36,8 Gt alla fine del 2022. L’Ipcc ha fatto presente che, per limitare l’aumento delle temperature a 1,5ºC, è necessario che le emissioni diminuiscano di circa il 43 percento entro il 2030 (rispetto ai livelli del 2019). Il “carbon budget” globale, vale a dire la quantità di CO2 che può essere emessa prima che il mondo raggiunga 1,5°C di riscaldamento, è stato stimato in appena 380 gigatonnellate (GT). Giusto per contestualizzare questo dato, ad oggi le emissioni globali ammontano a più di 40 Gt all’anno.

Non sorprende quindi che gli Emirati Arabi Uniti definiscano questa come una Cop realistica, incentrata su un “bilancio globale” dei progressi compiuti finora e sui passi concreti da compiere.

Tuttavia, le divisioni si sono già concretizzate: i legislatori dell’Unione europea e degli Stati Uniti hanno chiesto la rimozione del presidente della Cop degli Emirati Arabi Uniti, Sultan Jaber, citando il suo conflitto di interessi nel dirigere la conferenza sul clima essendo al contempo a capo di Adnoc, la compagnia petrolifera statale degli Emirati Arabi Uniti.

Le critiche alle qualifiche di transizione energetica del Ccg (Consiglio di cooperazione del Golfo) hanno inoltre evidenziato quanto segue:

•i Paesi del Ccg (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar) rappresentano circa il 24 percento della produzione mondiale di petrolio e l’11 percento di quella di gas. Ancora più preoccupante è il fatto che, su base pro-capite, le emissioni di gas serra di Stati del Ccg come Arabia Saudita, Qatar e Kuwait sono circa il quadruplo della media globale.

•Nonostante gli appelli della IEA e dell’IPCC, secondo cui è necessario che la produzione globale di petrolio e gas diminuisca per raggiungere gli obiettivi dichiarati di limitare il riscaldamento a 1,5°C, tutti i principali Paesi del Ccg stanno pianificando di aumentare la propria capacità di produzione upstream di petrolio e gas. Saudi Aramco prevede di aumentare la propria capacità di produzione di petrolio a 13 milioni di b/g entro il 2027; anche Adnoc ha in programma di aumentare la capacità di produzione di petrolio da 4,4 a 5 milioni di b/g entro il 2027 – e si vocifera che intenda raggiungere i 6 milioni entro il 2030. Adnoc sta inoltre pianificando un impianto di esportazione di Gnl da 9,6 mpta, che richiederà circa 1,6 bcf/g di gas di alimentazione; analogamente, QatarEnergy – già uno dei maggiori esportatori di Gnl al mondo – aumenterà la propria capacità di Gnl da 77 a 126 milioni di tonnellate entro il 2027 e sta pensando di andare oltre.

•Nonostante la riforma delle sovvenzioni e gli sforzi per passare dal petrolio al gas in tutto il Ccg, i tassi di penetrazione delle rinnovabili sono stati bassi e ciò nonostante la regione goda di venti con velocità superiori alla media da sfruttare nei parchi eolici industriali e di elevati livelli di radiazione solare. L’obiettivo per il 2030 dell’Arabia Saudita, per esempio, prevede che il 50 percento del mix di energia elettrica provenga da fonti rinnovabili (pari a 58,7 GW); in realtà, quest’anno ha raggiunto una capacità che a malapena ha superato 1 GW (meno dell’1 percento della domanda interna di energia), sebbene sia da segnalare che lo sviluppo sta accelerando. L’elevata percentuale di HSFO e di greggio utilizzati per la produzione di energia elettrica ha fatto sì che l’intensità delle emissioni della rete saudita fosse in media di 0,59 kgCO2e/kWh, circa 0,1 in più rispetto alla media globale. I tassi di diffusione dovrebbero tuttavia migliorare: gli Emirati Arabi Uniti hanno optato per un’aggressiva promozione delle energie rinnovabili nel proprio mix, mostrando già alcuni progressi con il progetto Al-Dhafra (dove si trova il più grande progetto solare del mondo). I maggiori guadagni provengono tuttavia dal progetto nucleare degli Emirati Arabi Uniti (Al-Barakah).

•L’Adnoc degli Emirati Arabi Uniti ha recentemente anticipato di 5 anni l’obiettivo zero emissioni al 2045 e ha fissato l’obiettivo aggiuntivo di azzerare le perdite di metano entro il 2030 – particolarmente importante se si considera che le emissioni di metano intrappolano più di 30 volte il calore dell’atmosfera rispetto alla CO2. Tuttavia, è importante notare che sia Adnoc che Aramco si rivolgono solo alle emissioni scope 1 e 2 (e non a quelle scope 3, che rappresentano circa il 70-80 percento delle emissioni di petrolio). Altri attori, come Qe, sono stati ancora più modesti, fissando l’obiettivo di ridurre l’intensità di carbonio del 15-25 percento entro il 2030.

• Il quadro per la transizione energetica sostenuto da attori come l’Arabia Saudita è stato soprannominato “economia circolare del carbonio”, una licenza per continuare a produrre petrolio e gas con l’importante avvertenza di chiudere il ciclo del carbonio attraverso nuove tecnologie che coinvolgono la cattura e lo stoccaggio (Ccs) – tecnologie che sono ancora agli inizi e che richiedono una significativa scalabilità.

Massima energia, minime emissioni
Sebbene quanto sopra lasci spazio a critiche del tutto legittime, sarebbe impreciso e semplicistico definire il Ccg un attore paralizzato, incapace di progredire in un mondo vincolato dal carbonio.

Nello specifico, vale la pena di notare che:
• In tutti i principali scenari a zero emissioni entro e oltre il 2050 persisterà una domanda residua di combustibili fossili. Per i produttori a basso costo e ad alto volume, come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, non vi è alcun paradosso nell’aumentare la capacità produttiva (per soddisfare la domanda residua come fornitore più competitivo sul mercato) e al contempo puntare all’azzeramento delle emissioni scope 1 e 2 attraverso misure come la riduzione dell’intensità del flaring, la tappatura delle perdite di metano, la cattura e il sequestro del carbonio e un maggiore impiego di energie rinnovabili per le operazioni a monte. In breve, attori come Aramco e Adnoc si stanno posizionando come i più competitivi sia per quanto riguarda i costi di produzione sia per quanto riguarda l’intensità di carbonio upstream – quest’ultima è già incorporata nelle valutazioni dei prezzi effettuate dalle agenzie di rilevazione dei prezzi (Pra). Platts, per esempio, ha di recente iniziato a inserire una maggiorazione per l’intensità di carbonio in una serie di giacimenti petroliferi a livello globale, che misura il costo dell’utilizzo di un credito di carbonio per compensare le emissioni di gas serra “dal pozzo alla ruota” associate a un particolare giacimento. In sostanza, più alta è l’intensità di carbonio di un greggio, più alta sarà la maggiorazione per tenere conto del prezzo della rimozione del carbonio. Sia il più grande giacimento dell’Arabia Saudita (Ghawar) sia quello degli Emirati Arabi Uniti (Murban) sono molto competitivi a livello globale. Dal momento che i regimi globali di determinazione del prezzo del carbonio hanno iniziato a tenere conto del costo per la sua rimozione, gli utenti finali terranno probabilmente conto della maggiorazione nel valutare la competitività relativa dei vari greggi.

• Da un punto di vista geopolitico, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dominano la capacità di riserva dell’Opex. Questo importante strumento è in grado di influire sulla velocità della transizione energetica, in quanto le decisioni sulla capacità di riserva (in particolare alla luce delle preoccupazioni legate al rischio di approvvigionamento a lungo termine della Russia) possono influenzare i prezzi del petrolio a lungo termine e le decisioni di investimento a monte. Sembra quindi poco logico che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti rinuncino al proprio settore petrolifero upstream, capace di garantire elevati margini, bassi costi e competitività dal punto di vista delle emissioni di anidride carbonica, considerando:

a) la domanda residua di idrocarburi anche negli scenari zero netto più aggressivi; b) la capacità degli operatori del Ccg di competere in un mondo di tasse sul carbonio e di regimi di prezzi più aggressivi; e c) il mantenimento della rilevanza geopolitica, data la maggiore volatilità dei cicli del
prezzo del petrolio durante la transizione energetica.

Alla base delle strategie di transizione energetica del Ccg rimane il ruolo della tecnologia Ccus (Cattura, Utilizzo e Stoccaggio del Carbonio), il passaporto che consente ai produttori del Ccg di continuare a produrre idrocarburi. Attualmente, la capacità di questa tecnologia è inadeguata, stando alle stime di soli 43 milioni di tonnellate all’anno (circa lo 0,1 percento delle emissioni globali). La scalabilità della Ccus rimane quindi fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi zero netto e sono necessari hub industriali quali quelli di Al-Jubayl in Arabia Saudita e di Ruwais negli Emirati Arabi Uniti affinché questa tecnologia si sviluppi su scala reale. Verosimilmente, dal momento che dispongono di alcune delle migliori condizioni di stoccaggio a livello globale, i Paesi del Ccg possono essere gli attori chiave necessari per la scalabilità della capacità della Ccus. L’Arabia Saudita, per esempio, punta a catturare entro il 2035 circa 44 milioni di tonnellate all’anno nella struttura di Al-Jubayl. La Ccus può essere utilizzata anche come strumento per sviluppare hub dell’idrogeno in tutto il Ccg.

• Nel tentativo di sfruttare le opportunità economiche che emergono dalla transizione energetica, l’Arabia Saudita sta diventando uno dei principali attori dell’industria globale delle batterie agli ioni di litio. Dopo le prime fasi da attore minore, nell’ultimo anno l’Arabia Saudita ha compiuto passi significativi per incrementare gli investimenti di capitale nella filiera delle batterie: alla fine del 2021 si è assistito alla costituzione di una nuova joint venture tra Ma’aden e PIF (Manara Minerals) volta ad investire in tutta la catena del valore globale legata alle batterie, da ultimo attraverso una partecipazione del 10 percento nella divisione metalli di base di Vale. Si prevedono ulteriori investimenti, in particolare nella raffinazione del litio e nell’estrazione mineraria upstream (salamoie e rocce dure), ponendo di fatto l’Arabia Saudita come uno dei principali allocatori di capitale nell’industria globale delle batterie in un momento in cui i governi occidentali stanno cercando di contrastare la posizione dominante della Cina nella catena del valore (espressa al meglio dall’Inflation Reduction Act statunitense).

Il Ccg non può essere visto né come un perturbatore primario né come un attore paralizzato, dato che lo slancio per la transizione energetica continua a ritmo sostenuto. Nonostante i rischi climatici che il Ccg e il Medio Oriente in generale devono affrontare, in quanto una delle regioni più calde e più sottoposte a stress idrico a livello globale, il Ccg è anche consapevole dei rischi che pone un mondo vincolato dai limiti alle emissioni di carbonio, tra cui tariffe relative a beni ad alto contenuto di carbonio (carburanti, acciaio, alluminio e plastica) e aumento delle tasse sul carbonio. Tuttavia, la strategia di adattamento adottata dal Ccg è quella di costruire resilienza attraverso la consapevolezza che il petrolio e il gas sono destinati a rimanere e che tuttavia l’intensità delle emissioni deve essere ridotta nel tempo.

Per molti versi, il manuale del Ccg relativo alla transizione energetica si basa fortemente sulla scalabilità della Ccus in quanto tecnologia sostenibile per la transizione energetica e sulla garanzia che la sua rilevanza geopolitica non venga compromessa. Dovremmo aspettarci maggiori investimenti nelle energie rinnovabili come strumento per liberare liquidi per l’esportazione, maggiori investimenti in tecnologie a basso contenuto di carbonio (batterie, idrogeno e ammoniaca) e una cauta difesa del ruolo dei combustibili fossili nel sistema energetico globale. Sotto molti aspetti, la complessità del ruolo del Ccg nella transizione energetica globale è perfettamente personificata dal ruolo del presidente della Cop 28, che si ritrova ad essere sia il capo di una compagnia petrolifera nazionale sia l’ex capo della più grande azienda di energie rinnovabili della regione, Masdar.

Ahmed Mehdi è amministratore delegato di Renaissance Energy Advisors, una società di ricerca sull’energia. È inoltre Visiting Fellow presso l’Oxford Institute for Energy Studies e non-Resident Fellow presso il Centre for Global Energy Policy (CGEP) della Columbia University.

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