Vis(a) a visNon potrà esserci un’Ucraina senza Europa, perché non potrà esserci una vera Europa senza Ucraina

Già più di vent’anni fa da Kyjiv si guardava con desiderio l’Ue, perché significava libertà di scelta, democrazia e rispetto dei diritti. Tutti valori che perderebbero di senso anche per gli altri Ventisette se oggi chiudessero gli occhi davanti all’espansionismo nazionalista russo

LaPresse

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All’inizio degli anni Duemila, appena abbiamo compiuto diciotto anni, ci siamo lasciati dietro le spalle la crisi degli anni Ottanta e Novanta e ci siamo messi subito in fila per vedere l’Europa. La prima fila è stata quella per fare il passaporto per viaggiare all’estero. Una fila disordinata al distretto rionale, con i nomi e i cognomi scritti su un pezzo di carta. Per entrare, abbiamo dovuto fare due tentativi: il secondo, quello fortunato, ci è costato una sveglia all’alba e una giornata di lezioni persa. Siamo arrivati alle otto del mattino e siamo usciti alle quattro del pomeriggio con un libro del corso di letteratura europea letto per intero. Insomma, ci stavamo preparando, a tutti gli effetti.

Dopo le file per i passaporti ci sono state le file per ottenere i visti, quello di Schengen era il più difficile e all’epoca avevano aderito solo una manciata di Paesi. Era un processo abbastanza impegnativo, dovevi raccogliere un plico di documenti per dimostrare che potevi andare in Europa: biglietti prenotati, alberghi o un invito da parte di un cittadino dell’Unione europea, i soldi sufficienti sul conto bancario o in voucher che si acquistavano nelle banche.

Ci ricordiamo le file all’ambasciata polacca, le file all’ambasciata ceca e a quella italiana con la cartella dei documenti in mano. Per mettersi in fila a quella italiana bisognava chiamare un centralino che era attivo dalle 9.00 alle 9.25 del mattino e costava una cifra spropositata. Malgrado questa corsa a ostacoli, alla fine della quale ci aspettava il Colosseo di Roma o la Tour Eiffel di Parigi, chiamavamo quel centralino, ci mettevamo in fila, mettevamo via i soldi, cercavamo i programmi di volontariato nei Paesi europei, le borse di studio, i lavori estivi nei campi per raccogliere l’insalata e le fragole o pagavamo i tour turistici all inclusive (dal visto all’alloggio) in autobus promossi dalle agenzie di viaggi con dei nomi arzigogolati come “Meravigliosa Praga” o “Incantevole Salisburgo”.

Tutto per vedere da vicino l’Europa. E l’abbiamo vista, l’abbiamo assorbita a prima vista, fin dal primo timbro d’ingresso sulla pagina del passaporto, come se fosse un antidoto al nostro funesto passato sovietico. L’Europa della libertà di scelta, della democrazia, delle infrastrutture che funzionavano, dei prodotti accessibili a un prezzo ragionevole che nell’Ucraina degli anni Duemila venivano considerati un lusso. L’Europa dei diritti uguali per tutti, dove durante quel breve viaggio ci sentivamo parte di un mondo bellissimo, il mondo che un giorno volevamo diventasse anche il nostro. Da quei viaggi, oltre ai magneti da attaccare al frigorifero, portavamo il senso dell’Europa che applicavamo in casa nostra senza aspettare il giorno solenne della nostra unione con l’Europa.

E poi a maggio c’erano le giornate dell’Europa con i banchetti di tutti i Paesi dell’Unione europea sistemati nella piazza principale della capitale Kyjiv, Maydan dell’Indipendenza, con i gadget, i cibi tipici, i depliant per gli studenti. La sera sul palco di quella piazza si esibivano gli artisti europei come Elton John e i Brainstorm, un gruppo musicale lettone. In quegli anni c’era anche l’ucraina Ruslana che vinceva per la prima volta l’Eurovision per l’Ucraina.

In quella piazza una decina di anni dopo, quando le file per ottenere i visti non c’erano più perché tutto era diventato facile grazie alle prenotazioni su internet, ci siamo trovati a difendere quel senso di Europa che avevamo stampigliato addosso assieme ai visti Schengen sulle pagine del passaporto blu. Nel novembre del 2013, abbiamo messo le bandiere europee sulle spalle e non abbiamo permesso al presidente filorusso di allontanarci dal corso naturale dell’Ucraina verso l’Europa. E poi dal proteggere il nostro senso dell’Europa, come avevamo fatto nel 2013, siamo passati al difendere la nostra esistenza, non solo la nostra esistenza all’interno della famiglia europea, ma proprio l’esistenza del nostro Paese in quanto tale.

Oggi, però, al contrario del 2014, quando ci siamo sentiti abbandonati dopo l’occupazione della Crimea e di alcune province del Donbas da parte dei russi, sentiamo che non siamo solo noi a volere l’Europa ma che anche l’Europa finalmente ha imparato a vederci, ad ascoltarci, a capirci e a sostenerci. Il regime no entry visa con i Paesi europei, che ha relegato fra i ricordi del passato le file e i plichi dei documenti, l’Ucraina lo ha ottenuto già nel 2017. Ancora oggi all’allora presidente Petro Poroshenko, il predecessore di Volodymyr Zelensky, viene riconosciuto il merito di aver firmato il trattato di libero scambio turistico (oltre ad aver costruito l’esercito che oggi ci sta difendendo).

Ma c’è un giorno ancora più solenne che si sta avvicinando con passi ancora più concreti: oggi l’Ucraina è un Paese candidato a entrare nell’Unione europea. Stiamo facendo le riforme per adeguare tutti i nostri sistemi allo standard europeo, stiamo lavorando il doppio, nonostante il fronte militare aperto e nonostante le sirene che ogni giorno avvisano i civili dei possibili bombardamenti che minacciano in continuazione di non far arrivare quel futuro. Forse voteremo anche alle prossime elezioni europee per mandare i nostri rappresentanti al Parlamento di Strasburgo. Forse faremo parte del sistema sanitario europeo. Forse potremo decidere il futuro dell’Europa nelle aule parlamentari, perché oggi lo stiamo facendo nelle trincee con la nostra resistenza all’autocrazia e al terrorismo russo.

Questi sono i piani per il futuro e fare dei piani per il futuro in un Paese che ogni giorno vive una tragedia è coraggioso, ma anche necessario. Oggi l’Europa è per l’Ucraina quella speranza che il futuro arriverà, soprattutto grazie all’invio delle armi. Oggi l’Europa è una visione concreta del futuro, del futuro di un’Europa nuova che senza l’Ucraina non ci sarà.

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