Cosmo organizzatoSolo l’arte, alla fine, mette in ordine il caos

L’universo è più caotico dell’arte? Una riflessione che parte dalla rivoluzione della fisica classica a oggi, passando per Picasso, Pollock e James Joyce

Artwork creato grazie all’interazione degli artisti Francesco Simeti e Carlos Franco con la piattaforma A.I. DALL-E 2

«La geometria è per le arti plastiche ciò che la grammatica è per lo scrittore. Oggi gli scienziati non si attengono più alle tre dimensioni euclidee. E i pittori sono stati portati naturalmente, e si può dire intuitivamente, a preoccuparsi delle nuove possibilità di misurare lo spazio che, nel linguaggio figurativo dei moderni, sono indicate con il termine di quarta dimensione».

Così scriveva il poeta e teorico del cubismo Guillaume Apollinaire. Era il 1911. Quattro anni prima Pablo Picasso aveva dipinto l’opera che avrebbe cambiato il percorso di tutta l’arte occidentale, Les demoiselles d’Avignon. E, due anni prima ancora, un giovane Albert Einstein aveva pubblicato sugli “Annali della Fisica” un articolo nel quale metteva in discussione la concezione classica – e lineare – di Spazio e Tempo: nella misurazione dello spazio c’entrava il movimento, quindi il tempo. Anni straordinari, durante i quali la scienza prima e l’arte figurativa poi giungono al definitivo e radicale abbandono del sistema prospettico tradizionale a favore di una rappresentazione multicentrica, frantumata e – appunto – caotica della realtà. È dalla porta della scienza, dunque, che il caos fa il suo ingresso nell’arte.

Da questo momento, non si tratta più di rappresentare la realtà in modo realistico o verosimile: l’immagine sulla tela diventa una sintesi spazio-temporale dei molteplici aspetti e punti di vista. «L’arte è sempre stata strettamente legata al sapere del proprio tempo. Ordine e caos, dunque, sono le due facce di una stessa medaglia, connesse ai differenti contesti culturali di cui sono figlie: Il Battesimo di Cristo di Piero della Francesca da una parte e un dipinto di Pollock dall’altra», esordisce il critico e storico dell’arte Flavio Caroli che, per l’appunto, dopo l’esperienza di cubismo, futurismo e surrealismo, nell’arte contemporanea fa proseguire questo percorso con l’espressionismo astratto degli americani. 

«Come Picasso si fa interprete di una nuova idea del mondo nei primi anni del Novecento, così fanno gli espressionisti americani negli anni Quaranta e Cinquanta. Ed è questa la prima di quattro tappe che arrivano fino ai nostri giorni». Perché il dipinto a tempera di Piero della Francesca, in realtà, è un’astrazione, una rappresentazione del pensiero dell’artista che si traduce in una trascendente perfezione – mai esistita nella realtà. La tela di Pollock, invece, è frutto di una gestualità libera, sincopata e imprevedibile che diventa la rappresentazione perfetta del caos e che, paradossalmente, fissato sulla tela diventa a suo modo “idea di”. Dunque ordine e paradigma. Intanto, sul fronte scientifico, si fanno strada teorie ancora più rivoluzionarie, che portano al “principio di disorganizzazione”: non è mai possibile predire con certezza l’esito di un fenomeno. 

Cosa vuol dire? «Dopo il radicale cambio di paradigma avvenuto all’inizio del secolo scorso con la rivoluzione culturale della Meccanica Quantistica, che trasforma la scienza da disciplina deterministica e pretenziosa a “probabilistica”, verso gli anni Sessanta succede qualcosa di ancora più radicale. Viene dimostrato che anche i macrofenomeni non sono più predittibili», spiega Gabriele Ghisellini, astrofisico dell’osservatorio astronomico di Brera e autore di “L’Universo come non si era mai visto” (Hoepli). 

«È quello che il matematico e meteorologo americano Edward Norton Lorenz nel 1963 traduce con l’ormai celebre “effetto farfalla”. Ma se, in un sistema dinamico, una minima variazione può produrre nel futuro cambiamenti significativi, allora vuol dire che la scienza è la disciplina in assoluto più soggetta al caos». Più dell’arte che, invece, mette in ordine il caos o – come ha scritto James Joyce – crea un caosmo, un cosmo ordinato che mantiene un contatto con il caos. 

Artwork creato grazie all’interazione degli artisti Francesco Simeti e Carlos Franco con la piattaforma A.I. DALL-E 2

«Quando si parla di leggi fisiche, la non predittività delle conseguenze vale per le particelle come per i pianeti che ruotano attorno a una stella: sono sufficienti tre corpi perché un sistema non possa più essere considerato stabile. Per capire meglio basta pensare ai cambiamenti del tempo atmosferico: se, in una data regione, il vento soffia a 1 km al secondo io posso prevedere un certo sviluppo del fenomeno ma, se la velocità diventa di 1,001 km al secondo, dopo i primi istanti prevedibili l’evoluzione diventa irriconoscibile. Vuol dire che la fisica classica non è più capace di fare previsioni certe anche quando le leggi sono conosciute in maniera certa. È la stessa scienza, insomma, a dirci di non fidarci troppo dell’evoluzione dei sistemi perché, in realtà, non è possibile predirli». 

Nello stesso periodo, mentre Pollock espone le sue tele di cinque metri per due nella galleria newyorchese Art of this century di Peggy Guggenheim, da questa parte dell’Oceano Jean Dubuffet e André Breton fondano la Compagnie de l’Art brut e Dubuffet vola a New York per esporre al pubblico i disegni di bambini e di alienati mentali che ha raccolto e studiato come “Espressioni d’arte spontanea e istintiva”, al di fuori di norme estetiche convenzionali, lontane da ogni regola e paradigma. 

«Contemporaneamente, a Parigi, Jean Fautrier emoziona pubblico e critica (celebre il commento dell’amico Ungaretti) con la sua serie degli Ostaggi, opere nelle quali usa il colore come materia, mescolato a colla o segatura. Un po’ come, in Italia, sta facendo Alberto Burri che fissa sulla tela sacchi e combustioni e fa esperimenti con catrame, ferro, muffe, legno, terra, colla e plastica. Sono questi i principali testimoni dell’informale che prosegue il percorso tracciato dagli astrattisti, sempre più lontani dall’arte figurativa», continua Flavio Caroli. 

«Ed è proprio l’interesse per la materia a legare Burri al movimento dell’Arte Povera degli anni Sessanta (del quale è considerato uno dei padri) altra espressione dell’informale. L’Arte Povera, però, pur in tanti modi differenti, compie il passo ulteriore: si affida alla natura abbandonando totalmente una certa idea di arte e di mito. Tra gli artisti del gruppo mi piace citare Giovanni Anselmo, diventato negli anni un caro amico, e – in particolare – la sua opera intitolata (e il titolo era già parte dell’opera) Documentazione di interferenza umana nella gravitazione universale del 1969. 

È un lavoro famosissimo, composto da una serie di 20 fotografie scattate in successione, a venti passi una dall’altra, che raffigurano l’artista di spalle, in un campo, mentre corre nella direzione del sole al tramonto. Non è un gesto simbolico perché, nel compiere questo percorso, l’artista incontra tutte le irregolarità del terreno, supera un fosso o una pietra con un salto e, muovendosi, ci mette di fronte al visibile e all’invisibile. In questo caso i materiali visibili sono gli elementi naturali, come in altre sue opere diventano prodotti di origine industriale, oggetti semplici come proiettori di luce, aghi magnetici, pietre di granito, fotografie, terra e porzioni di colore. Quelli invisibili invece sono i campi magnetici, la forza di gravità, lo stesso spazio in cui ci si trova e ci si orienta. In una parola: la realtà. Instabile e imprevedibile». 

Quanto imprevedibile? Tanto. Basta considerare il “concetto di feedback”, cioè la capacità di un sistema dinamico di modificare se stesso a seconda degli effetti. «Pensiamo a un gruppo di pianeti che gira intorno a una stella: c’è la forza di gravità e i pianeti girano intorno alla stella. Ogni pianeta, però, sente anche la forza di gravità degli altri pianeti, e non solo una volta. Dunque, man mano, si producono variazioni leggerissime nella posizione dei pianeti ma, in questo modo, cambia anche la loro incidenza sugli altri e – in certi casi – questo cambiamento si accumula fino a effetti imprevedibili. Come, per esempio, l’uscita di un pianeta dall’orbita. E l’osservatore non può dire con certezza se questo accadrà oppure no, neppure facendo una simulazione al computer», continua il fisico Ghisellini. «Certo, rimane sempre valido il principio di conservazione dell’energia, ma come fai a calcolare l’energia totale del sistema, visto che in natura nessun sistema è chiuso?».

Intanto, siamo negli anni Ottanta, l’arte torna alla pittura. Ma lo fa in un modo nuovo, sorprendente. «Con l’energia, l’irruenza, i colori vivacissimi e le tele completamente ricoperte di cocci e piatti rotti del neoespressionismo vitale di Julian Schnabel, tra i protagonisti della stagione newyorchese di quel periodo», riprende Caroli. «In seguito, e per me è l’ultimo capitolo di questo viaggio, arriviamo all’essenza di ispirazione orientale di un artista che, all’opposto, ci mette di fronte al vuoto, all’assenza di “cellule”, come Anish Kapoor. Questo artista di origine indiana, attraverso le sue sculture di dimensioni sempre più monumentali, mette letteralmente in scena il vuoto rendendolo tangibile da una cavità che si riempie o da una materia che si svuota. I suoi lavori, che siano in marmo di Carrara, ardesia, arenaria o in una superficie riflettente o deformante, sembrano appartenere a un altro pianeta, riferirsi ad altri codici. E, proprio per questo, ci suggeriscono nuovi modi di vedere la realtà, evocando sensazioni sia fisiche sia spirituali». 

Secondo Caroli, tutto quello che sta succedendo nel mondo dell’arte da 20 anni a questa parte, caratterizzato dalla commistione di linguaggi video, pittorici, fotografici e scultorei, è un viaggio attraverso la stessa indagine della realtà e delle sue imprevedibili trasformazioni cominciato con Picasso. «Penso, ad esempio, ad Adrian Paci, artista albanese che vive in Italia, il quale affronta temi fortemente autobiografici – l’immigrazione, la ricerca d’identità, il viaggio inteso come esodo – elevandoli a una condizione più universale e complessa». Così Centro di permanenza temporanea, opera video del 2007 girata sulla pista dell’aeroporto californiano di San José, in 5 minuti e mezzo mette in scena il tempo e lo spazio: l’inquadratura si sofferma su una rampa di scale di quelle utilizzate per salire sull’aereo. A questo punto entra in scena un gruppo di uomini che, in fila, si dirige verso gli scalini e comincia a salire. Ma manca il mezzo di trasporto. E, mentre alle loro spalle il traffico aereo continua, gli uomini rimangono così, sospesi sulla rampa.

[Tutti gli artwork sono stati creati grazie all’interazione degli artisti Francesco Simeti e Carlos Franco con la piattaforma A.I. DALL-E 2]