Da flapper a Charlie’s AngelsCom’è nato lo scandaloso modello estetico delle maschiette

Sembrava una rivoluzione femminista: tubini a vita bassa, caschetto corto, labbra a cuore, scarpe da ballo e orecchini di bachelite. “Dress Code” (Il Saggiatore), libro di Richard Thompson Ford (professore di Diritto a Stanford), svela il rapporto tra parametri di bellezza irraggiungibili e l’industria della moda. Ne pubblichiamo un estratto

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Gli stili delle maschiette erosero le vecchie divisioni di genere. Una nuova comunità di giovani donne finanziariamente indipendenti e libere ritardava il matrimonio e trascorreva il tempo libero dedicandosi ad attività un tempo riservate agli uomini: le ragazze praticavano sport, giocavano d’azzardo, bevevano e ballavano nei club fino a notte fonda. Anche i confini tra le classi sociali divennero più sfumati: lo stile flapper apparve per la prima volta «nei primi anni del 1900 nei quartieri della classe operaia e nei circoli radicali, prima di diffondersi tra le giovani della classe media e nei campus universitari», e il loro tipico caschetto corto e il tubino a vita bassa «univano donne bianche e nere in una comune cultura della moda».

I critici, infatti, si lamentavano del fatto che le tendenze flapper eliminassero «tutte le differenze tra le persone. Non si poteva più distinguere la figlia dell’operaio da chi apparteneva alle cerchie migliori».  I nuovi stili funzionali si contrapponevano al ruolo tradizionale della donna quale trofeo ornamentale, assunto sin da quando gli uomini avevano rinunciato alle decorazioni tra la fine del XVII e l’inizio del XIX secolo. L’aspetto ancor più minaccioso, tuttavia, era dato dal fatto che lo stile flapper «sembrava attirare l’attenzione sul corpo sotto i vestiti […] La biancheria femminile si era ridotta a reggiseni, mutande e corsetti leggeri […] il corpo femminile era avvolto da appena qualche strato di tessuto leggero».

Queste sfide alle vecchie norme della femminilità virtuosa alimentarono lo stereotipo negativo della maschietta irresponsabile. Il look flapper fu condannato come poco femminile o, in alternativa, come scandalosamente seducente. Alcuni detrattori sostenevano che le maschiette che sceglievano i capelli corti fossero poco attraenti – come la Berenice di Fitzgerald dopo il famoso taglio – e che si condannavano a una vita da zitelle. Altri mettevano in guarda circa il fatto che gli abiti corti e aderenti da loro indossati avrebbero suscitato negli uomini desideri incontrollabili. Un giornalista danese, per esempio, si dichiarò preoccupato del fatto che «le donne stanno diventando sempre più belle e seducenti sotto il regno diabolico di sua maestà il Re Moda, mentre tutti noi altri siamo, innegabilmente, solo uomini». Un altro opinionista descrisse le possibili conseguenze in maniera più esplicita sostenendo la necessità di abolire «tutte le sezioni del diritto penale attenenti allo stupro» se le donne avessero continuato a vestirsi in pubblico secondo la nuova moda.

Giornali e riviste iniziarono a prendere di mira il poco femminile – o troppo seducente – stile flapper incolpandolo di ispirare divorzi, abusi domestici e persino omicidi. Un parere tipico proveniente da una fonte improbabile è quello dell’attrice Betty Blythe, nota per il suo abbigliamento provocante, che nel 1926 scrisse: «La maggior parte degli abiti che le donne e le ragazze indossano oggi rappresenta una tentazione irresistibile, non solo per gli uomini ma anche per se stesse […] Infiammano i sensi, risvegliano la passione, e il resto segue come la notte segue il giorno! Ne vediamo le conseguenze […] vite spezzate, donne illuse, un bambino senza nome […] e per alcune il fiume, conseguenza estrema della disperazione più cupa […] chi è in grado di stimare il prezzo reale di quest’urgente bisogno di mostrare lunghe gambe lisce, spalle nude bianche e scintillanti, e le dolci curve di un vestito aderente […] chi può dire quale sia il prezzo da pagare per la moralità di donne e uomini?».

Persino i vantaggi pratici della nuova moda venivano visti in luce negativa. Gli abiti più semplici e meno ingombranti permettevano alle donne di vestirsi rapidamente da sole e senza aiuto. I critici insistevano però sul fatto che questa semplicità invitasse in realtà alla promiscuità sessuale: svestirsi era facile quanto vestirsi. Non c’è dunque da stupirsi se, visto il panico morale diffuso, furono introdotti nuovi codici di abbigliamento per regolamentare lo stile flapper. All’inizio, molti parrucchieri si rifiutavano di tagliare alle donne i capelli a caschetto. Diversi datori di lavoro bandirono i nuovi tagli, arrivando a licenziare le donne che li sfoggiavano. Secondo un articolo pubblicato sul Morning Tulsa Daily World nel 1922, per esempio, una banca del New Jersey adottò un nuovo codice di abbigliamento come reazione a una cassiera «illegalmente attraente»: «Portava i capelli a caschetto; le orecchie, nascoste, erano ornate da orecchini di giada; la vita bassa concedeva qualche rivelazione eccitante e suggeriva ancor di più. E mentre camminava verso il fondo della sua gabbia, ecco apparire un paio di scarpe sportive basse e leggere da cui svettavano gambe color champagne…».

Il direttore della banca rispose con un editto nel quale richiedeva a tutte le donne lì impiegate di indossare un abito prestabilito «blu, nero o marrone, con le maniche che non devono essere tirate su al di sopra del gomito. L’orlo del vestito non deve superare i dodici pollici dal suolo». L’articolo elencava inoltre molte altre società e datori di lavoro che avevano implementato codici di abbigliamento per contrastare lo stile flapper: «Alle dipendenti della Federal Reserve Bank di New York è stato empaticamente comunicato che non possono assentarsi dal lavoro durante il giorno per abbellirsi. Potevano portare i capelli a caschetto, non se li potevano pettinare durante l’orario di lavoro. […] Un comitato di impiegati è stato incaricato di evitare che le estremiste flapper indossassero qualcosa di eccessivo. […] Uno dei più antichi grandi magazzini di New York ha ritenuto necessario […] imporre abiti blu e neri per l’inverno, alleggeriti da una cintura bianca durante l’estate.  Sono ammessi solamente collant e scarpe neri e il vestito non deve essere né troppo alto al fondo né troppo basso in cima. A Detroit, le centraliniste devono indossare un’uniforme e, a Dayton, la National Cash Register Company ha bandito capelli a caschetto, gonne corte e calze di seta […] La grande industria sembra aver deciso che la moda flapper deve sparire».

Nonostante questi sforzi, la popolarità della moda flapper non fece che crescere. Nella metà degli anni Venti, l’un tempo stravagante «look flapper» era quello più diffuso tra le donne di ogni età. Nel 1925, il Washington Post riferì in un articolo intitolato “Economic Effects of Bobbing” (Effetti del caschetto sull’economia) che i capelli a caschetto erano così diffusi da aver fatto impennare l’economia. Dagli appena cinquemila del 1920, nel 1924 i parrucchieri erano diventati ventunomila, spinti dalla domanda per il nuovo taglio. Anche i barbieri videro «correre i loro affari grazie al caschetto». I vestiti flapper e i tagli a caschetto apparvero nel catalogo dei grandi magazzini Sears nel 1926. Un articolo uscito nel 1925 su New Republic e intitolato “Flapper Jane” affermò che la moda un tempo estrema delle maschiette era diventata «lo Stile del 1925 in tutta la costa orientale. Questa capigliatura e nessun’altra viene sfoggiata da tutte le sorelle delle varie Jane, dalle cugine e zie. È alla portata di donne che hanno tre volte la sua età e appaiono dieci anni più vecchie; di quelle che hanno il doppio dei suoi anni e appaiono cent’anni più vecchie».

Il trionfo della moda flapper fu a tutti gli effetti una Grande rinuncia femminile. Ispirate dall’emancipazione politica e dai nuovi ruoli assunti all’interno della forza lavoro, le donne rinunciarono agli ornamenti, ai pesanti abiti multistrato e alle ingombranti imbottiture a favore di vestiti pratici, leggeri, che sottolineavano la silhouette, che permettevano di muoversi con facilità e comunicavano razionalità e prontezza all’azione. Gli abiti femminili richiamavano alla mente l’ideale classico del nudo atletico – come quelli maschili facevano ormai da più di un secolo – anziché l’immagine di una clessidra. Questo spostamento paradigmatico da un abbigliamento che simboleggiava la femminilità oscurando la maggior parte del reale corpo femminile a uno che esprimeva la forma femminile lasciandone intendere i contorni reali, fu un manifesto visuale per l’uguaglianza di genere, un’affermazione implicita che anche i corpi femminili erano mentalmente e fisicamente adatti a essere mostrati.

Il New Republic vedeva la moda flapper come l’uniforme di una liberazione femminile quasi militante: «Le donne di oggi si stanno scuotendo via di dosso i brandelli e le toppe della loro antica condizione di servitù […] Il “femminismo” ha ottenuto una vittoria quasi completa al punto che abbiamo dimenticato la sfida feroce un tempo insita nella parola stessa. Le donne hanno deciso di essere al pari degli uomini, e intendono essere trattate come tali». Eppure… questa Grande rinuncia femminile non fu né completa né definitiva quanto la sua controparte maschile. Al contrario, il nuovo ideale femminile libero divenne per molti versi obbligatorio quanto lo era stato il vecchio modello vittoriano. L’aspetto delle maschiette, snello e atletico, era quasi androgino: ridimensionava le curve femminili al punto che le donne, dopo aver finalmente gettato via i loro corsetti, iniziarono a fasciarsi i seni. Il Symington Side Lacer, per esempio, era un reggiseno diffuso nell’epoca flapper con allacciature tipo corsetto su entrambi i lati pensate per comprimere il petto e permettere a una figura femminile più piena di entrare nei tubini a vita bassa che tanto andavano di moda: l’ideale atletico poteva essere tanto punitivo quanto un qualsiasi corsetto con stecche di balena allacciato stretto.

Anche la rinuncia agli ornamenti femminili era tutt’altro che completa: lo stile flapper includeva una profusione di gioielli pesanti ed elaborati, nonché un nuovo accento sul make‑up, come se la perdita delle curve femminili e degli ornamenti sui vestiti richiedesse di essere compensata da una femminilità esagerata altrove. Di conseguenza, dal 1920 fino a oggi, il volto femminile al naturale viene visto come un volto nudo, non finito e inadatto a essere mostrato in pubblico. Per di più, molti dei vecchi ideali estetici femminili non erano morti ma aspettavano, in agguato, di riapparire con il tempo. Di conseguenza, dagli anni Venti la moda femminile ha fatto avanti e indietro tra estremi estetici opposti, combinando in maniera straordinaria gli elementi più disparati.

Le flapper univano una silhouette spigolosa, quasi androgina, a un make‑up vistoso e iperfemminile; il New Look di Christian Dior negli anni quaranta e le poodle skirt degli anni Cinquanta riportarono in vita le gonne lunghe e poco pratiche delle ragazze dell’età vittoriana e eduardiana in una versione accorciata che scopriva le gambe; l’ideale femminile degli anni Cinquanta, personificato dalle figure di Marilyn Monroe o Jayne Mansfield, combinava l’esagerata silhouette a clessidra del XIX secolo con i vestiti aderenti alla figura delle flapper; il look «Twiggy» degli anni Sessanta era un ritorno alle donne snelle e androgine e al trucco pesante degli anni Venti; i sex symbol degli anni Settanta e Ottanta univano l’atletismo androgino delle flapper sotto la cintura con il busto pieno delle ragazze di epoca eduardiana al di sopra: l’archetipo per le Charlie’s Angels, Daisy Duke, le supermodelle di Victoria’s Secrets e le bambole di Baywatch; la moda dell’epoca Reagan mescolava giacche squadrate con minigonne attillate e incredibile chiome fluenti e cotonate.

Dalla Grande rinuncia maschile, la moda per gli uomini si è mossa in linea retta procedendo senza soluzioni di continuità verso stili sempre più snelli, formalmente raffinati e disadorni: una coerenza modernizzatrice punteggiata qua e là da pochi dettagli anacronistici, come tasche e risvolti, vestigia del passato. In contrapposizione, anche dopo la Rinuncia femminile degli anni Venti, la moda femminile è sempre stata ambivalente: la liberazione nell’ombra del nobile piedistallo della femminilità pura; la raffinatezza controbilanciata da un’esibizione opulenta e superflua; l’austera praticità abbellita da ampi gesti enfatici. Questa tensione è stata spesso produttiva: dopo tutto, ogni dramma richiede un conflitto. Tutto ciò, insieme al semplice fatto che la moda femminile ha conservato l’aggiunta di ornamenti vistosi, è la ragione per cui, oggi, la moda femminile è tipicamente più interessante di quella maschile. Ma lo scontro tra estetiche opposte fa anche sì che la moda femminile invii messaggi contradditori, spesso aperti a interpretazioni sbagliate, da cui nascono le tipiche calunnie misogine secondo le quali le donne moderne sono civette che stuzzicano o subdole conniventi.

Persino oggi, una donna ambiziosa spesso scopre che i vestiti le cospirano contro. Il braccio di ferro tra una praticità moderna e libera da ogni vincolo e l’abbondanza di ornamenti del passato ha definito i codici di abbigliamento di genere del XX secolo. La Grande rinuncia maschile ribaltò i simboli di potere sociale, sessuale e politico risalenti all’Alto Medioevo e creò un nuovo vocabolario sartoriale per l’espressione della personalità individuale. Trasformò l’understatement in un nuovo status symbol che, per poter essere esibito correttamente, richiedeva ricchezza e savoir faire. A loro volta, eleganza e stile divennero nuovi modi di definire la propria persona. Ma la Grande rinuncia conteneva le contraddizioni degli ideali illuministici da cui era nata: l’understatement che l’ha caratterizzata rispecchiava gli ideali di uguaglianza sociale ma contemporaneamente ampliava le divisioni di classe rendendo gli status symbol più difficili da copiare. E, in quanto fenomeno maschile, escludeva le donne in cerca di potere e di una posizione. La battaglia femminile, e le battaglie degli altri gruppi esclusi dalle promesse di uguaglianza illuministe, avrebbero determinato i codici di abbigliamento per i due secoli a venire.

Richard Thompson Ford, Dress code, Il Saggiatore, 496 pagine, 45 euro

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