C’è un senatore a RomaIl gran discorso di Filippo Sensi per aiutare con le armi la resistenza ucraina

Kyjiv deve avere tutto quel che serve per rispondere all’invasione russa perché difende la libertà di tutta l’Europa. «Stanno dimostrando che una democrazia può e sa difendersi», ha detto il rappresentante del Pd citando il libro “L’Ucraina siamo noi” pubblicato da Linkiesta Books

Unsplash

Signor Presidente, Sottosegretario, senatrici e senatori,
Non penso ci siano troppi giri di parole da curvare, troppo fiato da esalare per dire una verità, verità netta, semplice, nitida, dura e resistente come gli ucraini: dobbiamo dare le armi, dobbiamo continuare ad aiutare chi oggi combatte per la libertà, per la sua libertà, quella dell’Ucraina, e per la nostra, quella di europei e italiani.

Devo dire, Presidente, che mi pesa riannodare i grani della catena che ci stringe all’Ucraina e alla sua resistenza, ma a fatica, come se fosse ancora necessario, due anni dopo, ricordare che combattono per noi, per noi. Come se il fatto che ciò abbia a che fare con noi altri qui in Italia, possa convincerci e motivarci di più. Come se non bastasse il fatto che stiano combattendo per la loro libertà a rendere doveroso e giusto il nostro aiuto, il nostro sostegno, la nostra solidarietà e le armi. Ripeto ancora una volta questa parola, le armi, di cui purtroppo hanno bisogno per difendersi, per difenderci, per difendere metri di terra, case, città, famiglie, alberi da frutto, animali domestici, camerette di figli, figli, madri, fratelli, trincee. Avete presente cosa significa una trincea a gennaio? Campi che furono ubertosi, strade, negozi, caffè, il profumo del caffè; valori che non si scambiano, come la felicità, la speranza o che si conquistano e troppo spesso si danno per scontati; la democrazia e con essa il desinare, l’acqua, l’umanità, la vita con i suoi colori così differenti dal bianco calce, dal grigio delle rovine, dal nero dei crateri delle bombe.

Abbiamo spesso una reticenza a dire questa parola – armi – e non per ipocrisia, che pure non manca, ma perché le armi sono la negazione stessa della vita; peggio, sono lo strumento e la decisione riguardo alla vita delle persone, alla vita degli altri, perfino di noi stessi. Le armi minacciano, fanno paura, uccidono ed è esattamente questo il punto della decisione che prendiamo oggi. Le armi russe minacciano, fanno paura, uccidono ogni giorno in Ucraina. Missili, droni, obici, cannoni, bombe, mine russe: ogni giorno uccidono soldati e civili ucraini; ogni giorno distruggono le loro città – città europee – allargando la distanza tra oggi e il futuro – un futuro per migliaia e migliaia di persone – lasciandole esposte all’impossibilità di una vita normale, in pace; all’impossibilità di ricostruire, di alzare lo sguardo con fiducia e non con terrore perché, di nuovo, missili, droni, obici, cannoni, bombe, mine russe uccideranno e distruggeranno. Oggi, domani, dopo, e dopo ancora.

Se chiudo gli occhi, anche io sogno un’Ucraina in pace, senza più la guerra, libera, senza più la Russia dentro, senza più i soldati russi nelle loro case, nelle loro vite, nei loro sogni. Penso a volte, Presidente, a cosa sognano gli ucraini; sogneranno una guerra infinita, una vendetta, il taglione? Oppure sogneranno, come noi, una vita dignitosa, una canzone in testa, un bagno al mare, un nuovo paio di scarpe, le risate con gli amici?

Presidente, colleghi, per quanto relativa, poco significativa, ma non insignificante in termini militari, indicando comunque un nostro impegno nell’ambito di uno sforzo internazionale che ha sostenuto in tutti questi mesi la resistenza ucraina, la nostra decisione in quest’Aula ha a che vedere con la possibilità o no per gli ucraini di sognare una vita possibile, anche solo di immaginarla, di proteggere le loro famiglie, di difendere le loro case, le loro città e le nostre con le loro. Tutto qui.

L’Ucraina è oggi per noi quello che la Catalogna fu per George Orwell. Il giorno in cui gli ucraini saranno liberi di sognare la loro vita e di ricostruire le loro città non esisterà più la distinzione tra pacifisti e guerrafondai; categorie che nutrono un dibattito, il nostro, quello di questi due anni, di cui penso che dovremmo tutti vergognarci; un’azione parallela di cui non c’è bisogno, che non serve, come non serve la mia retorica qui: conta solo il mio voto, il nostro voto a sostegno degli aiuti – se preferite la parola – all’Ucraina. E basta.

Dicono tutti della fatica, della crescente difficoltà dell’Europa e dell’Occidente a continuare a prestare questo aiuto. La controffensiva è impantanata, la morsa inesorabile di Putin, le opinioni pubbliche inquiete, distratte e stufe, i governanti alle prese con le elezioni, sondaggi e bilanci. Negarlo sarebbe stupido, ma è proprio perché questa fatica viene avvertita ed enfatizzata che dobbiamo vincerla, con ancora più forza, determinazione e lena.

Fatemi citare la cocciutaggine di un piccolo e valoroso giornale, «Il Foglio», che con Paola Peduzzi e Claudio Cerasa, dal primo giorno dell’invasione, tiene in prima pagina l’Ucraina. Altro che fatica. Mentre noi ci affatichiamo e ci stracciamo a dirlo – pensosi, gravi, compunti – in Ucraina i resistenti combattono, continuano a combattere per difendere la nostra fatica, i nostri richiami alla diplomazia.

Se mi consente, Presidente, la diplomazia con Putin, ragionevole – senatore Romeo – la nostra geopolitica un tanto al chilo, le nostre analisi sul campo spingono opposizioni e governanti a frenare, a operare distinguo, a perdere tempo e la faccia assieme, la nostra. Riguarda la nostra opposizione, Presidente, che su questo è purtroppo divisa, ma riguarda anche la maggioranza, il Governo che si fa ogni giorno più realista e sappiamo che il realismo è quanto di più distante dalla realtà. Abbiamo bisogno di confermare oggi la nostra risolutezza, di contrastare l’inerzia della fatica che gli ucraini non possono permettersi di sentire.

In un volume, questo, che è diventato un po’ il libretto giallo e azzurro della resistenza ucraina – lo ha scritto il direttore de Linkiesta Christian Rocca, un altro di quelli che non hanno mai mollato – Timothy Snyder ci ricorda che questa è la vita quotidiana degli ucraini, non la nostra; stanno combattendo soltanto loro: noi stiamo fornendo una parte dei fondi, ma ciò che la resistenza ucraina protegge si estende ben oltre. Gli ucraini stanno dimostrando che una democrazia può e sa difendersi.

Presidente, vede questa scheggia, questo resto di mattone rosso? Viene da New York, nel Donbas. Proprio così, New York, come la città dell’11 settembre. Nessuno sa bene perché New York nel Donbas si chiami così; ha a che vedere con i mennoniti di origine tedesca che fondarono quella colonia. Forse si riferisce proprio alla città americana, forse ad una York in bassa Sassonia. Rivoluzione bolscevica, Unione Sovietica, i mennoniti vengono cacciati da quella città, deportati perché borghesi, nemici del popolo. Il 19 ottobre 1951, la cittadina, famosa per i suoi mattoni rossi – questi – fu ribattezzata Novhorodske, per ovviare al carattere troppo statunitense del suo precedente nome.

Nel 2014, con l’invasione del Donbass, New York si ritrova di nuovo al fronte, contesa, divisa. Il primo luglio 2021 la città si riappropria del suo nome. Sono sempre questioni di nomi, le guerre. Lì sulla frontiera, una scrittrice ucraina, Viktorija Amelina, decide di promuovere un festival letterario in quella città al fronte, con questo nome che sa di libertà, di dolore e deportazione. Della libreria dove si teneva il festival non restano, dopo i bombardamenti russi, che tegole rosse come questa, quel che rimane di quei mattoncini, questo coriandolo, questo lacerto appuntito. Viktorija Amelina ha perso la vita lo scorso primo luglio a causa delle ferite riportate quattro giorni prima nel bombardamento di un ristorante a Kramators’k. Viktorija stava mangiando con alcuni scrittori suoi colleghi. Aveva in mano una birra zero, scrive Paolo Giordano, uno degli intellettuali che sente con più intensità questa guerra, amico di Vica e dell’Ucraina, quando improvvisamente è cascata la morte dal cielo. Aveva deciso, dall’inizio dell’invasione, di testimoniare con la sua arte, con il suo lavoro, con la sua poesia, l’assurdità della violenza russa.

Viktorija avrebbe compiuto trentotto anni adesso, a gennaio. Nel suo primo libro «La sindrome di novembre», il protagonista sviluppa una sorta di empatia verso gli altri che gli consente di vivere i sentimenti e i dolori degli altri come fossero i suoi. Nel moderno mondo globalizzato, scriveva, non ci sono e non possono esserci conflitti locali, problemi locali, guerre locali, rivoluzioni locali. Sentire i dolori come fossero i nostri, Presidente, questo patire assieme non è una lagna ma è una scheggia come questa che ci trafigge, che passa da parte a parte la nostra coscienza e non ci fa dormire: vi prego, colleghi, per il suo tramite, di sentirne il peso in tasca, di avvertirne la punta, di indovinarne, nelle sue scanalature annerite, la storia, la memoria di questa cosa, l’urlo di questa scheggia che un tempo fu casa, scuola, libreria, fabbrica, ospedale.

Su questo dolore e sulla promessa che possa passare, votiamo oggi, Presidente e colleghi, non su altro. E su tutto quello – tutto! – non solo che possiamo, ma che dobbiamo fare perché questo dolore, questa sofferenza, ci abbandoni; abbandoni l’Ucraina che resiste anche per noi, per i valori europei, per l’anima dell’Europa, opponendosi con i loro corpi ad altri corpi, con i loro mezzi a quelli illimitati della Russia di Putin. Non facciamo dell’Ucraina le Termopili dell’Europa, facciamone Atene e non solo Sparta, terra che torni ad essere città, vita che torna all’aperto, democrazia che torna a sbagliare.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter