Sicurezza liberaleIl manifesto di Franco Gabrielli contro il populismo

Ex sottosegretario di Draghi ed ex capo della Polizia, oggi il Prefetto è delegato alla sicurezza del Comune di Milano: «Mi piacerebbe se si valutassero le politiche con riferimento ai tempi per i quali, in una democrazia come la nostra, si possano espletare degli impegni presi. Il metro di giudizio dovrebbe risiedere nella complessità»

(Unsplash)

Franco Gabrielli è quello che in gergo giornalistico viene chiamato «riserva della Repubblica», ovvero incarna quella categoria di uomini e donne che, tra la profonda conoscenza degli anfratti del potere, una cultura politica pratica e un granitico senso dello Stato, di solito sono chiamati a raddrizzare le cose quando si mettono male, a gestire emergenze e a dare stabilità. Ma Gabrielli, prefetto, funzionario, ex capo della Polizia, oggi delegato alla sicurezza del Comune di Milano, ha fatto della visione d’insieme un tratto distintivo della sua capacità investigativa e dello stare al mondo.

Prefetto, iniziamo questa conversazione proprio chiedendole conto del suo approccio al mondo dell’intelligence che definisce non ortodosso. Cosa intende? 


Intendo che a mio avviso il mondo dell’intelligence per vincere le sfide molteplici del futuro ha bisogno di una nuova forma organizzativa in cui auspico una maggiore unitarietà con due pre condizioni essenziali.
La prima è che possiamo discutere sul tema dell’organizzazione, ma non credo che si possa discutere sul capitale umano che deve avere una qualificazione altissima, un po’ per la materia trattata e un po’ per il numero dei soggetti coinvolti negli apparati di intelligence. La seconda precondizione è la considerazione che il decisore politico attribuisce a questo ambito.

Nella sua esperienza come è stato vissuto questo rapporto tra intelligence e politica?
Nella mia esperienza non sempre la classe politica ha vissuto in maniera corretta il rapporto con l’intelligence, troppo spesso gravato di pregiudizi. È visto come il luogo del dossieraggio, dell’opacità, quando invece ritengo che sia un ganglio fondamentale per lo Stato, perché il comparto di intelligence ha tra le principali finalità quello di mettere il decisore politico nella condizione di fare la scelta migliore, avendo le informazioni migliori.

A livello internazionale invece siamo contornati da guerre e conflitti ad alta intensità.
Il momento non è dei migliori ma anche qui a volte apprezzo sempre in negativo come ci si renda conto dei problemi soltanto quando questi appalesano in maniera evidente, perché quello che viviamo oggi, o meglio le manifestazioni problematiche di oggi, non sono che la naturale conseguenza.di tutta una serie di di azioni, di scelte, di sottovalutazioni che sono state fatte nel passato. Poi, dal mio punto di vista, nulla è mai è mai casuale. Nulla è mai frutto così del del destino cinico e baro. Credo molto più prosaicamente, ma molto più realisticamente, che gran parte delle condizioni che siamo costretti, o siamo in qualche modo destinati a vivere, dipendono da quello che abbiamo fatto e o quello che non abbiamo fatto nel nel passato.

A proposito di questo, quando lei era Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, durante il governo Draghi, si è discusso molto di influenze russe nel nostro dibattito pubblico, con indiscrezioni che filtravano e ci raccontavano di presunte liste con propagandisti russi.
Per quel che mi riguarda, quella è stata una delle pagine meno felici di quell’esperienza, un tic usuale del nostro Paese in cui si guarda sempre il dito e si perde di vista la luna. Per cui, liste contro liste, un dibattito avvilente nel momento in cui si è dimostrato nei fatti che non c’era nessuna lista, nessuna nessun tipo di lista di proscrizione o di altro genere. Ma nella nostra quotidianità, molte persone hanno una rappresentazione così perfetta della realtà che non hanno bisogno di guardarla. Possiamo anche spiegargli le cose, smentirle, ma siccome hanno una rappresentazione radicata non distolgono lo sguardo dal pensiero. È successo anche per questa vicenda e si sono persi di vista i termini della questione. Viviamo un tempo di “pornografia informativa”. E come affermava un sociologo, forse nel momento in cui tutti mettono in piazza le loro cose forse non hanno più senso neanche i servizi segreti perché di segreto è rimasto molto poco.

È cambiato quindi secondo lei anche il mondo dell’informazione? 

Sicuramente, siamo nel mondo dell’interazione spinta, a tal punto che ognuno diventa protagonista del mondo dell’informazione. Per questo ritengo, più che fare interventi censori, bisognerebbe sviluppare tutta una serie di azioni che rendano credibili le istituzioni e i loro rappresentanti da dover tornare a essere un punto di riferimento anche dalla comunità. La censura, mi creda, in questa situazione così complicata, non aiuta anzi crea tutta una serie di reazioni avverse che con la corretta informazione hanno poco a che vedere.

Una società aperta che ha molti nemici, ma non crede che forse oggi abbiamo anche meno anticorpi rispetto al passato? 

Per citare il buon Bauman, siamo nell’epoca della retrotopia ovvero l’utopia che idealizza il passato e credo che spesso ci si dimentichi che il nostro Paese ha vissuto un tempo di sovranità limitata in cui sono avvenuti una serie di fatti che con gli interessi nazionali hanno avuto poco a che fare e che magari erano più convenienti per altre potenze o attori internazionali. Terrei quindi nel debito conto tutta questa idealizzazione del passato che diviene un alibi per non affrontare il futuro, avendo anche l’intelligenza di fare tesoro degli errori del passato. Il futuro ha bisogno anche di lenti che non possono essere le lenti del passato e occorre sforzarci collettivamente di vivere il nostro tempo. Aldo Moro in un momento particolarmente critico del della vita del nostro Paese disse: “Per quanto non ci piaccia, questo è il tempo che ci è dato di vivere”. Vede, oggi non esistono più i partiti, i sindacati le cosiddette formazioni intermedie ideate dalla classe politica del dopoguerra ed è un dato di fatto col quale occorre confrontarsi.

A proposito di partiti e politica. Non le chiedo un commento sul governo Meloni, ma le chiedo: con quale metro di giudizio valuta il governo? 

Viviamo in un tempo in cui addirittura si fanno i sondaggi settimanali sul gradimento del governo. Mi piacerebbe se si valutassero le politiche con riferimento ai tempi per i quali, in una democrazia come la nostra, si possano espletare degli impegni presi. Il metro di giudizio dovrebbe risiedere nella complessità e anzi, noi dovremmo sempre più rifuggire questo approccio per il quale si danno risposte semplici a domande complesse, le risposte semplici a domande complesse dal mio punto di vista generano propaganda.

In sostanza sta stendendo un manifesto contro il populismo.
Sono veramente molto molto, come dire, liberal! Credo, per l’esperienza che ho avuto, che si debba rifuggire da approcci effimeri, di pancia e legati alla sensazione del momento. Occorre essere meno provinciali e vedere che ad esempio intorno a noi non c’è molta prosperità; viviamo in democrazia mentre nel mondo le autocrazie si cercano di imporre e per questo occorre alzare lo sguardo e avere una visione di insieme.

A proposito di passato e futuro: lei è stato come ricordavamo in apertura sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel governo Draghi. Ha dato una svecchiata agli apparati dello Stato a partire dalla cybersicurezza e il digitale.
Sì, ho provato a dirlo in varie circostanze che non esiste più un mondo virtuale, esiste il mondo dove saremo sempre più facilitati e sempre più vulnerabili. In questo senso credo che la novità non sia istituire agenzie, avere intuizioni, ma dare seguito a queste idee che proiettano la nostra sicurezza nel futuro. Vede, la creazione di un’agenzia che si occupa di cybersicurezza non costituisce di per s[ una vittoria, visto che in altri Paesi è già prassi radicata, ma la differenza è nel modo con cui si analizza quello che si sta facendo tutti giorno dopo giorno.

Uno Stato insomma in cui ognuno fa il suo lavoro?
Sì, esatto. In questo momento c’è grande confusione sotto il profilo delle missioni singole che sono saltate. Spesso non si capisce chi deve fare che cosa e la pubblica amministrazione cade nel discredito e da questa situazione di debolezza nasce la disinformazione, lo Stato si indebolisce. Spero di morire in un mondo in cui non si aderirà al pensiero unico, però questa continua svalutazione della cosa pubblica genera una perdita di credibilità enorme in cui nessuna notizia può essere validata e certificata.

Abbiamo parlato del futuro e del passato. Nel suo presente c’è Milano dove si occupa di sicurezza. Che situazione ha trovato?
Qualche giorno fa parlavo con Achille Serra, che ha lavorato a Milano in un tempo molto complesso rispetto a questo, quello degli anni Settanta e Ottanta, dove veramente c’erano i morti a terra, rapine ogni giorno, c’era il terrorismo e il crimine organizzato era a livelli altissimi di penetrazione oggi non siamo in quella situazione. L’ho detto recentemente, nell’audizione che ho avuto nella commissione comunale; ho spiegato che non stiamo parlando di una città che vive una condizione di delittuosità emergenziale. Sono in aumento reati come borseggi, rapine in strada ed è ovvio che occorre lavorare per risolvere questo problema, ma occorre farlo senza enfatizzare e senza sottovalutare.

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