La risposta al pogromPerché la guerra di Israele ad Hamas non è un genocidio (né apartheid)

Non stiamo assistendo a uno sterminio programmato di una etnia, ma a un’operazione militare per liberare gli ostaggi e neutralizzare una volta per tutte il gruppo terroristico palestinese che ha commesso crimini indicibili il 7 ottobre

LaPresse

Se lo chiami «genocidio» non hai bisogno di intrattenerti sui fatti: che sono quelli di un’operazione militare rivolta a neutralizzare i responsabili delle prove generali di sterminio andate in scena con successo e riscontro di pubblico festoso il 7 ottobre. È un’operazione militare deprecabile per le troppe vittime civili che sta facendo? Va benissimo. È un’operazione militare condannabile perché rischia di portare più danno che vantaggio, ed è inefficace verso il risultato e diretta verso il peggio? Benissimo. È un’operazione militare discutibile perché genera laggiù e altrove un risentimento anche più pericoloso? Benissimo anche questo. Va tutto benissimo perché tutte queste sono valutazioni legittime, per quanto esposte all’obiezione ovvia che quell’operazione militare – quella sì – non viene dal nulla ma dallo scempio di tre mesi fa, ed è appunto rivolta a neutralizzare quelli che l’hanno commesso e promettono di esercitarvisi nuovamente.

Ma «genocidio» è un’altra cosa: è la cosa che non c’è, ed è la cosa di cui si vaneggia per fare piazza pulita di quei fatti e innanzitutto del principale, vale a dire il diritto all’esistenza di Israele e il diritto alla vita in sicurezza degli israeliani. Diritti che ovviamente sarebbe non solo possibile, ma doveroso mettere in discussione in un nuovo quadro di relazioni se si trattasse di genocidio: come peraltro apertamente dichiara qualche malvissuto che, appunto discutendo di «genocidio», argomenta che il diritto di esistenza di Israele dovrebbe ora ritenersi cessato semmai fosse veramente esistito.

Andiamo avanti. Se lo chiami «apartheid» non hai bisogno di annoiarti a considerare che chi lo subisce ha più diritti, più libertà, più soldi e possibilità di vita rispetto ai suoi omologhi altrove. Sono diritti diminuiti (mica tutti, peraltro) rispetto a quelli dei “segregazionisti” israeliani? Benissimo. È una vita mediamente più grama (mica sempre, peraltro) rispetto all’israeliano medio? Sono libertà limitate (mica in ogni ambito, peraltro) rispetto a quelle di cui gode il suprematista? Benissimo. Ma «apartheid» è un’altra cosa: una cosa che non c’è, ed è la cosa di cui si vaneggia, magari con qualche appiglio agli spropositi di qualche avvocata farlocca delle Nazioni Unite, per impiantare dal fiume al mare un bel paradiso che al posto dei diritti dimidiati dei palestinesi mette i diritti sterminati degli ebrei.

Si potrebbe continuare con la «pulizia etnica», con «l’imperialismo terrorista», e via di questo passo. Le patacche che servono a mascariare l’immagine di Israele e a non discutere delle colpe di Israele. Colpe che ci sono, ma da cui Israele facilmente sarà indotto ad assolversi se lo si passa per un complesso costituzionalmente criminale.