Abbiate pazienzaIl Pd non fermerà la deriva illiberale arrampicandosi sui dettagli

Non è una buona strategia dire che la riforma leghista spacca il paese, ma il federalismo del centrosinistra lo rinsalda, o che premierato e premio di maggioranza sono pericolosi, tranne quando li propongono i democratici

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Tutti i principali partiti di centrosinistra, a cominciare dal Partito democratico, e tutti i maggiori quotidiani di area, a cominciare da Repubblica, gridano in questi giorni alla spaccatura dell’Italia, accusando il governo di volere imporre unilateralmente una riforma delle autonomie che aggraverà il divario nord-sud. Dimenticano però che se questa riforma è possibile, ed è possibile in questi termini, è perché i dirigenti del centrosinistra, con il pieno sostegno di giornalisti e intellettuali di area, hanno varato la riforma costituzionale del Titolo V nel 2001.

Tutti i principali partiti di centrosinistra, a cominciare dal Pd, e tutti i maggiori quotidiani di area, a cominciare da Repubblica, gridano in questi giorni alla svendita dell’Italia, per ipotesi di privatizzazioni che al momento non sembrerebbero andare molto al di là di quanto fatto dai governi di centrosinistra a partire dagli anni novanta (anzi, se paragonate a operazioni come Telecom e Autostrade, per citare due delle più discutibili, parecchio al di qua).

Tutti i principali partiti di centrosinistra, a cominciare dal Pd, e tutti i maggiori quotidiani di area, a cominciare da Repubblica, gridano in questi giorni al rischio di orbanizzazione dell’Italia, inteso come quel modello di «democrazia illiberale» imposto da Viktor Orban in Ungheria, laddove il vincitore, ottenuti grazie a leggi elettorali maggioritarie numeri sufficienti per cambiare la costituzione e le stesse leggi elettorali, può riscriversi le regole del gioco a proprio vantaggio, riempire corte costituzionale e organi di controllo di propri sodali, regalare aziende pubbliche e private ai propri clienti e famigli (specialmente nel campo dell’informazione) e così trasformare di fatto la democrazia in una specie di regime autoritario elettivo (con elezioni sempre meno free and fair). Dimenticano però che questo rischio, denunciato oggi in Italia con particolare riferimento agli equilibri della Corte costituzionale, sarebbe assai meno preoccupante se partiti, giornalisti e intellettuali del centrosinistra non avessero promosso o appoggiato in tutti i modi, in questi trent’anni, leggi elettorali maggioritarie, cultura dello spoils system e relative riforme costituzionali (salvo quando le proponeva Matteo Renzi, per far dispetto a Matteo Renzi).

Personalmente, sono convinto che la riforma del premierato, con la connessa norma costituzionale sul premio di maggioranza, nonché la riforma federalista, o delle autonomie, o come preferiscono chiamarla oggi, siano sbagliate e pericolose (la prima, sbagliatissima e pericolosissima). Per condurre però una battaglia coerente e credibile contro queste scelte, dispiace dirlo, ma è indispensabile una discussione sincera sui limiti di un certo riformismo ideologico che ha dominato il dibattito pubblico (non solo a sinistra) sin dai primi anni novanta, e l’intera costruzione (o decostruzione) della cosiddetta Seconda Repubblica.

Pensare al contrario di poter contrastare le riforme del centrodestra arrampicandosi sui dettagli, difendendo e anzi rivendicando al tempo stesso tutte le premesse ideali e persino legislative di quelle scelte, temo che per il centrosinistra si rivelerebbe, prima ancora che illusorio, semplicemente autodistruttivo.

Sostenere che la riforma leghista spacchi il paese, ma la riforma federalista del centrosinistra sia invece utilissima e sacrosanta (nonostante lo stesso Pd abbia tentato senza successo di emendarla nel 2016), o gridare al regime per il premierato e il premio di maggioranza immaginati oggi dal centrodestra, mentre si rivendicano e si rilanciano tutti i propri analoghi tentativi, obiettivamente, appare una temeraria sfida al buon senso, oltre che alla collera degli elettori.

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