Il principe che parlava ucrainoGuglielmo d’Asburgo, il comandante antinazista e spia contro Mosca

L’erede di una delle famiglie reali più importanti, orgogliose e antiche d’Europa ha una parabola singolare, raccontata magistralmente da Timothy Snyder in una biografia, “Il Principe rosso”, riportata in libreria da Neri Pozza

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Il 18 agosto 1948, un’ora prima della mezzanotte, in una prigione sovietica di Kiev giaceva il cadavere di un colonnello ucraino. A Vienna era stato una spia, prima contro Hitler durante la Seconda guerra mondiale e poi contro Stalin agli inizi della Guerra fredda. Era riuscito a sfuggire alla Gestapo, ma non al controspionaggio sovietico: un giorno disse ai colleghi che usciva a pranzo, ma nessuno l’aveva più rivisto. Era stato rapito da soldati dell’Armata Rossa, trasferito in aereo in Unione Sovietica e sottoposto a un terribile interrogatorio. Morì nell’ospedale della prigione e venne sepolto in una tomba anonima.

Il colonnello ucraino aveva un fratello maggiore, anch’egli colonnello e oppositore dei nazisti. Durante la guerra, il suo coraggio gli era costato lunghe detenzioni in prigioni e lager tedeschi: gli aguzzini della Gestapo gli avevano causato la paralisi di metà del corpo e gli avevano fatto perdere anche l’uso di un occhio. Tornato in Polonia nel dopoguerra, aveva tentato di reclamare i possedimenti di famiglia requisiti nel 1939 dai nazisti e nel 1945 dai comunisti. I nazisti, sapendo che la famiglia era di origine tedesca, avevano cercato di fargli ammettere che era di razza germanica, cosa che egli si era rifiutato di fare; e ora vedeva lo stesso argomento usato dal nuovo regime comunista, secondo il quale la sua origine tedesca non gli dava il diritto di possedere terra nella nuova Polonia. I comunisti si sarebbero tenuti quanto era stato preso dai nazisti.

Anche i suoi figli avevano problemi a adattarsi al nuovo ordine comunista. Per far domanda d’iscrizione alla facoltà di Medicina, la figlia doveva dare una definizione della classe sociale cui apparteneva la famiglia; le scelte contemplavano: operai, contadini e intelligencija, le uniche categorie previste dalla burocrazia sovietica. Dopo una lunga esitazione, la giovane perplessa scrisse «Asburgo». Era la verità: l’aspirante medico era la giovane principessa, Maria Cristina d’Asburgo. Suo padre, il colonnello polacco, e suo zio, il colonnello ucraino, erano principi d’Asburgo, discendenti di imperatori, membri della famiglia più importante d’Europa.

Nati alla fine del XIX secolo, suo padre Carlo Alberto e suo zio Guglielmo erano cresciuti in un mondo di imperi; a quel tempo la loro famiglia era a capo del regno asburgico, il più orgoglioso e antico d’Europa: abbracciava una decina di popoli europei, dalle montagne dell’Ucraina a nord alle calde acque dell’Adriatico a sud, e aveva alle spalle seicento anni di ininterrotto potere. A Guglielmo e Alberto era stata impartita un’educazione che li preparasse a proteggere e ampliare i domini di famiglia: erano destinati a diventare l’uno principe ucraino e l’altro polacco, ambedue subordinati all’imperatore asburgico e leali al più vasto impero austroungarico.

Questo nazionalismo monarchico era stato un’idea del padre, Carlo Stefano, il quale aveva abbandonato il tradizionale cosmopolitismo della famiglia imperiale dichiarandosi polacco, nella speranza di diventare reggente o principe di Polonia. Il figlio maggiore, Alberto, era l’erede leale, quello minore, Guglielmo, il ribelle che aveva scelto un’altra nazione. Entrambi però accettavano l’idea fondamentale del padre, secondo cui il nazionalismo era inevitabile, la distruzione degli imperi no. Trasformare ogni nazione in uno Stato non avrebbe liberato le minoranze nazionali, avrebbe piuttosto trasformato l’Europa in una deplorevole accozzaglia di deboli staterelli, la cui sopravvivenza sarebbe dipesa da quelli più forti. Stefano riteneva che sarebbe stato più vantaggioso per gli europei riuscire a conciliare le aspirazioni nazionali con la lealtà a un’entità superiore, l’impero – in particolare quello austroungarico, che in un’Europa imperfetta era un palcoscenico migliore di qualsiasi altro per le rappresentazioni nazionali. Secondo lui, le politiche nazionali potevano svolgersi entro i comodi confini di un impero tollerante, che garantiva un Parlamento e la libertà di stampa.

La Prima guerra mondiale fu quindi una tragedia sia per il ramo della famiglia Asburgo a cui apparteneva Stefano sia per la dinastia stessa. Durante il conflitto, i nemici degli Asburgo – russi, britannici, francesi e americani – pilotarono i vari sentimenti nazionali contro la famiglia imperiale. Alla fine della guerra, l’impero asburgico fu smembrato e cancellato, e l’Europa vide il trionfo del nazionalismo. La tragedia della sconfitta del 1918 fu più grave per Guglielmo, il figlio minore, l’ucraino. Prima del conflitto, il territorio ucraino era diviso fra due imperi: quello austroungarico e quello russo. Da questa spaccatura proveniva il quesito che assillava Guglielmo: si poteva unificare l’Ucraina e unirla all’impero austroungarico? Poteva governare l’Ucraina in nome degli Asburgo, proprio come suo padre aveva desiderato governare la Polonia? Per un lungo periodo sembrò possibile.

Guglielmo divenne l’Asburgo ucraino, apprese la lingua e assunse il comando delle truppe di quel Paese durante la Prima guerra mondiale, legandosi strettamente alla nazione che aveva scelto. La sua occasione di gloria si presentò quando nel 1917 la Rivoluzione bolscevica annientò l’impero russo, rendendo l’Ucraina terra di conquista. Inviato nel 1918 dall’imperatore asburgico nella steppa ucraina, Guglielmo si impegnò a costruire una coscienza nazionale tra i contadini e aiutò i poveri a conservare la terra che avevano sottratto ai ricchi, diventando una leggenda in tutto il Paese: l’Asburgo che parlava ucraino, l’arciduca che amava la gente comune, il Principe rosso.

Guglielmo d’Asburgo, il Principe rosso, portò l’uniforme da ufficiale austriaco, le decorazioni di corte dell’arciduca asburgico, l’abito semplice dell’esule parigino, il collare dell’Ordine del Toson d’Oro, e di tanto in tanto un vestito da donna; sapeva maneggiare una sciabola, una pistola, un timone così come una mazza da golf; frequentava le donne per necessità e gli uomini per piacere; parlava l’italiano ereditato da sua madre l’arciduchessa, il tedesco da suo padre, l’inglese dai suoi regali amici britannici, il polacco del Paese che suo padre desiderava reggere e l’ucraino della nazione che egli stesso ambiva. Non era un innocente, ma del resto gli innocenti non fondano nazioni. Ogni rivoluzione nazionale, come ogni incontro d’amore, deve qualcosa a chi o a quanto è venuto prima. In fatto di lealtà politica, come anche di franchezza sessuale, Guglielmo mostrava una totale impudenza: non gli passava per la testa che qualcun altro potesse determinare la sua lealtà o frenare i suoi desideri. Tuttavia, proprio questa noncuranza nasconde un’indubbia premessa etica: nega, seppure solo per un soffio di profumo in una camera d’albergo parigina o una macchia d’inchiostro d’un falsario su un passaporto austriaco, il potere dello Stato di definire l’individuo.

Anche se a un livello del tutto elementare, l’atteggiamento di Guglielmo nei confronti dell’identità non era tanto diverso da quello del fratello Alberto – il figlio buono legato alla famiglia e leale alla Polonia. Nell’era del totalitarismo, entrambi i fratelli, completamente ignari delle reciproche azioni, si comportarono in modo simile. Sapevano tutt’e due che la nazionalità poteva essere cambiata, ma rifiutarono di farlo sotto minaccia. Sotto interrogatorio, Alberto negò ai nazisti di essere tedesco; nonostante la sua famiglia avesse regnato per secoli su territori tedeschi, respinse l’idea nazista di razza, ossia che la sua origine determinasse la sua nazionalità: scelse la Polonia. Guglielmo corse grandi rischi agendo come spia contro l’Unione Sovietica, nella speranza che le potenze occidentali proteggessero in cambio l’Ucraina, e durante i mesi in cui fu sottoposto a interrogatori dalla polizia segreta sovietica, scelse di parlare ucraino. Nessuno dei due fratelli si riprese dal trattamento subìto quando si trovarono nelle mani delle potenze totalitarie, così come l’Europa da essi rappresentata. Sia i nazisti sia i sovietici trattarono il concetto di nazione come se esprimesse fatti immutabili del passato piuttosto che volontà umana del presente.

Gli Asburgo avevano un concetto di storia più vivace. Le dinastie possono durare per sempre, e raramente credono di meritarsi di meno: Stalin governò per un quarto di secolo, Hitler solo per un ottavo, gli Asburgo per centinaia d’anni. Stefano e i suoi discendenti, Alberto e Guglielmo, figli del XIX secolo, non avevano motivo di credere che il XX sarebbe stato l’ultimo per la loro famiglia: che cos’era dopotutto il nazionalismo per una famiglia di sacri romani imperatori sopravvissuta alla distruzione del Sacro Romano Impero, una famiglia di regnanti cattolici sopravvissuti alla Riforma, una famiglia di conservatori dinastici scampati alla Rivoluzione francese e alle guerre napoleoniche? Negli anni precedenti la Prima guerra mondiale, gli Asburgo si adeguarono alle idee moderne, ma in una maniera simile al marinaio che vira di bordo davanti a un vento inaspettato: il viaggio sarebbe continuato, anche se su una rotta leggermente diversa. Quando Stefano e i figli sostennero l’idea di nazione, non fu con la sensazione dell’inevitabilità storica, con la premonizione che le nazioni si sarebbero affermate e gli imperi sarebbero crollati: ritenevano infatti che la libertà della Polonia e dell’Ucraina avrebbe potuto conciliarsi con l’espansione del potere asburgico in Europa. La loro percezione del tempo era di eterna possibilità, di una vita costituita da momenti carichi di gloria imminente, simile a una goccia di rugiada in attesa del sole mattutino per dispiegare un intero spettro di colori.

Tratto da “Il Principe rosso” (Neri Pozza), di Timothy Snyder, pp. 336, 22€

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