Wannabe camperista Perché viaggiare e mangiare in camper vi piacerà, parte seconda

Riprendiamo il racconto di questa vacanza on the road lungo la Route des Vins d’Alsace per scoprire il bello (e il buono) dell’alloggio su quattro ruote

Vigneti sulla Route des Vins d’Alsace, foto di Francesca Ciancio

4 gennaio e dall’Alsazia il Natale non vuole andare via
Il Natale in Alsazia resiste, si gioca le sue ultime carte e se i mercatini sono ormai chiusi, luminarie, alberi, presepi, rotonde addobbate ti risucchiano e finiscono per rendere praticamente uguali tutti i paesi che si incontrano lungo la strada dei vini alsaziani: facciate a graticcio delle case su cui si arrampicano migliaia di babbi natale. C’è anche uno “stile francese” che è diverso da quello svizzero, più naïf, più caleidoscopico, direi anche più cheap. Però questa è la regione del Natale, l’immaginario perfetto delle feste, su cui il turismo ha puntato moltissimo. Vincendo.

A Sélestat ci spiegano che c’è il primo documento che attesta la nascita della pratica dell’albero di Natale (1521), la città di Mulhouse viene “impacchettata” in un tessuto natalizio creato apposta ogni anno; a Gertwiller troneggia ovunque Mennele, l’omino di pan di spezie, protagonista anche del Palais du Pain d’Épices. Insomma, c’è questa atmosfera di buoni sentimenti che finisce per essere un tantino leziosa. Ti viene voglia di tornarci in primavera.

Dormiamo a Colmar, la capitale della vin route alsaziana. Torniamo in campeggio, al Camping de l’Ill, dove i prezzi sono decisamente più bassi di quelli svizzeri, ma dove la pulizia e la cortesia sono altrettanto di buon livello. Dovete immaginare aree boschive riconvertite ad aree camping dove ci sono anche soluzioni abitative – bungalow, gampling, roulotte – nonché servizi di ristorazione e aree giochi. Questo in particolare è davvero a due passi dall’Ill, il fiume che attraversa Colmar. Che deve essersi gonfiato a dismisura per le piogge il giorno prima del nostro arrivo. In pratica gli alberi sono sommersi e penso che qualcuno avrà il compito di svegliarci nel caso in cui le acque dovessero tracimare. Questo è il pensiero della seconda notte in camper.

5 gennaio e la scusa di provare cibi e vini per lavoro
Al netto del grido di battaglia “joyeux Noël” in ogni dove, la visita di Colmar è piacevole, come sanno essere piacevoli tutte le città che nascono su canali d’acqua. È anche la città che ha dato i natali ad Auguste Bartholdi, creatore della Statua della Libertà (c’è una riproduzione alta dodici metri all’entrata del comune) e qui si tiene La Foire aux Vins (Fiera del vino), dedicata ai vini alsaziani, che si svolge nelle prime due settimane di agosto.

Vale la pena fare un salto al mercato coperto comunale, struttura del 1846. Mi colpisce il numero dei banchi che vendono prodotti da agricoltura biologica. È un leitmotiv frequente, dalla boulangerie L’Enfariné (il cui titolare, Olivier Krieg, è stato il vincitore della coppa del mondo francese per il panettone tradizionale milanese) al Caseificio Saint-Nicolas, specializzato in formaggi a latte crudo.

Al punto ristoro Citron et Basilic ci fermiamo per mangiare la tarte flambée, o meglio la  flammekueche, un impasto non lievitato steso in maniera sottile e ricoperto di cipolle, speck e crema base di panna acida. Viene cotto a temperatura molto alta in forno e il suo aspetto finale ricorda quello di una pizza, più romana che napoletana. Una in due è un ottimo aperitivo pre-pranzo o pre-cena. Prima di andar via acquistiamo un litro di latte da Ferme Heinrich che si presenta come un contadino di montagna: prezzi fuori da ogni ragionevole calcolo, a meno che non sia il corrispettivo di Peck a Colmar e noi non lo sappiamo. Però prima di bere di nuovo un latte così ce ne vorrà.

Una cosa che invece non compro, non assaggio e non ordino al ristorante è il foie gras. Il puritanesimo culinario intermittente non mi appartiene, ma l’idea del gavage proprio non mi va giù, così mi limito a lasciarvi un indirizzo consigliatomi da molti se passate da queste parti ed è quello di Lucien Doriath. L’Alsazia è una delle patrie del fegato d’oca (più che di quello d’anatra), anzi, pare che l’inventore del foie gras “moderno” sia stato un certo Jean-Pierre Clause, cuoco personale del Governatore d’Alsazia, alla fine del Settecento.

Il resto della giornata è dedicato al vino, attraversando un buon tratto della strada dedicata che corre nel mezzo del fiume Reno e di due grandi foreste, lato francese con i Vosgi, lato tedesco con la Foresta nera. I vigneti si alternano in piano e in collina e in alcuni tratti la pendenza dei filari è notevole. Il paesaggio non è mai noioso perché non c’è monotonia da monocoltura. C’è soprattutto una presenza importante di alberi secolari e tanti alberi da frutto disseminati nei vigneti.

Gran parte del fascino di questa viticoltura è legata soprattutto ai borghi che punteggiano il percorso: Obernai, Barr, Andlau, Hunawihr, Kaysersberg, Riquewihr, tutti piccoli e ben conservati, dalle facciate medievali delle case ai pavé stradali, dall’illuminazione alle insegne, tutto sembra pensato e studiato per un enoturismo di successo. Viene naturale visitarli tutti, saltare da un villaggio all’altro, bussare alle tante cave in paese, assaggiare un bicchiere, comprare una bottiglia di vino, mangiare in una winstub (taverna del vino) dove ordinare una delle tante ricette di choucroute alsacienne, ovvero crauti aromatizzati alle bacche di ginepro che fanno da contorno a salsiccia, pancetta, stinco di maiale o prosciutto (l’Alsazia è il primo produttore di cavoli in Francia).

Abbiamo tempo per una cantina e su consiglio di un amico esperto andiamo a Andlau da Rèmy Gresser. Casa e cantina sono un tutt’uno e non è ben chiaro dove Remy ci accolga. Lui è un omone sui 55/60 anni che ha sulle spalle diversi secoli di tradizione viticola. Ha traghettato il domaine prima verso l’agricoltura biologica e poi verso quella biodinamica. Anzi, in qualità di presidente dell’associazione dei vini alsaziani, si è impegnato molto per la conversione in biologico di gran parte del territorio. Ce lo racconta con orgoglio perché oggi l’Alsazia dei vini può contare su una viticoltura sempre più sana e sostenibile.

Chiacchieriamo per quasi tre ore parlando di tutto: dei suoi vini che ci versa in singole batterie per vitigno, dove ogni calice rappresenta un terroir e accanto al bicchiere poggia un sasso. Fa così per il Pinot grigio, per il Pinot bianco, per il Riesling e per il Gewürztraminer. Di quest’ultimo assaggiamo anche una versione macerata, una pratica ancora inusuale con i vitigni aromatici ma che pare essere una tendenza da queste parti.

Remy Grasser

Ci porta anche una mappa dei suoi vigneti e lì mi rendo conto di che patchwork straordinario di suoli, e sottosuoli sia questa striscia di terra nel nordest della Francia. Gresser ci spiega che il novanta per cento del vigneto alsaziano è fatto di uve bianche (il resto è soprattutto Pinot Noir che serve alla produzione di Cremant d’Alsace) ed è diviso nei due dipartimenti del Bas-Rhin e dell’Haut-Rhin. I vigneti di eccellenza individuati sono ben cinquantuno, i Grand Cru, ed è tutto un alternarsi di granito e calcare con argille, scisti e gesso, con in più un microclima influenzato dal corso del Reno e dalle foreste. Trovare al naso e in bocca dei vini agili, tesi ed eleganti, con questi presupposti, non è difficile. E i vini di Gresser sono esattamente così.

Remy ci parla a lungo anche dell’essere alsaziano, questa particolare doppia identità che ne ha creato una terza e che lui ha sempre vissuto come una ricchezza, mentre, a suo dire, le altre regioni francesi vivono un perenne stato di soggezione nei confronti di Parigi. Ci parla di una terra a lungo contesa tra Francia e Germania fino alla seconda guerra mondiale, durante la quale molti alsaziani furono arruolati a forza nella Wehrmacht, altri andarono ad ingrossare il movimento di Resistenza. Da questo punto di vista è facile comprendere il valore che ha Strasburgo per gli alsaziani, non a caso, la casa comune voluta dall’Europa dal secondo dopoguerra in poi. Ed è proprio a Strasburgo che siamo diretti l’indomani.

Ci fermiamo una seconda notte a Colmar in camping e la cena è decisamente tricolore: penne rigate 28 Pastai, salsa di pomodoro, olio evo Incuso, Parmigiano Reggiano cinquanta mesi. Sappiamo che le prossime saranno notti particolarmente fredde, il livello del riscaldamento arriva a otto e la lampo del sacco a pelo sale più su. Domani è l’ultimo giorno festivo, quello della Befana, ma in Alsazia non si regalano calze.

6 gennaio, sono la Regina della festa secondo la Galette des Rois di Francis Jamm
Mi sveglio con questo unico pensiero, di rintracciare a Colmar o nei suoi dintorni la migliore pasticceria per fare colazione con una fetta di gallette des rois, che è il dolce che i francesi mangiano il 6 gennaio per ricordare l’incontro tra i Re Magi e Gesù bambino. Tra i due strati di pasta sfoglia e crema frangipane si nasconde un piccolo portafortuna – un tempo una fava o un fagiolo – che incorona re o regina della giornata chi lo trova.

La googlata sull’argomento dà i suoi frutti: pare che appena fuori dal centro di Colmar ci sia la pasticceria di un campione regionale di galette, Francis Jamm, vincitore del premio Galletta d’Oro dell’Alto Reno. In effetti alle nove del mattino c’è già una cospicua coda e si entra a gruppetti come al tempo del Covid. Una volta arrivata al bancone vedo che non ci sono monoporzioni, non resta che prendere una torta intera. I prezzi sono importanti ma non si esita. Saranno gli zero gradi fuori, la tazza di latte fumante, il calduccio del camper, ma questa è la galette des rois più buona che abbia mai assaggiato, fragrante, non stucchevole, con una crosta così bella che sembra un sole pieno. Nella mia fetta trovo il cadeau. Sarà una giornata fortunata.

Prima di arrivare a Strasburgo c’è ancora tempo per fare un salto in un villaggio della Route des Vins e ci fermiamo a Kaysersberg, altro centro medievale perfettamente conservato e valorizzato in ogni suo aspetto. Tornano le case a graticcio, i nidi delle cicogne sistemati sui comignoli, il fiume Weiss che lo attraversa. Dopo un po’ di visite mi rendo conto che c’è un fil rouge che accomuna tutti i posti ed è il colore dell’arenaria rosa, il materiale con cui sono stati costruiti questi borghi e che dà a tutto un aspetto fiabesco, un’aura think positive.

Prevalentemente rosa è anche la pasticceria di Laura e Nicolas, la pâtisserie che ti aspetti in Francia, dolci e viennoiserie da mangiare con gli occhi, esposizione scenografica, desiderio di assaggiare tutto. Ci servono cioccolata calda e tè in porcellana vintage. Io punto a una fetta dell’impronunciabile kougelhopf, un lievitato a forma di ciambella alta che alcuni ritengono essere il “padre astemio del babà”. Sta di fatto che in Alsazia le parole sono così, a volte francesi a volte tedesche, o meglio alsaziane.

C’è ancora una vetrina che attira la nostra attenzione, si tratta ancora di cibo, in questo caso di formaggio. L’insegna è Le Goût du Terroir, una sorta di spaccio in città delle Ferme Auberge, realtà agricole di montagna che portano avanti produzioni storiche attraverso la pratica della transumanza d’alpeggio e l’uso del latte crudo delle vacche di razza vosgienne.  Già bello e pronto da portar via perché sotto vuoto, c’è il Munster, il formaggio a pasta molle alsaziano che ha avuto origine nelle abbazie di montagna fondate dai monaci nel Medioevo. E aggiungete anche qualche birra locale: l’Alsazia produce il novanta per cento di tutto il luppolo francese.

7 gennaio, ultima notte e ultima busta Knorr
Le ultime due notti sono in camping a Strasburgo, una struttura che raccoglie ottimi consensi anche su Booking. In effetti l’area è immersa nel verde e anche qui c’è il fiume Ill che taglia in due il parco. Il centro città dista appena due chilometri e se non facesse così freddo varrebbe la pena affittare le e-bike e godersi la città sulle ciclabili (con i suoi seicento chilometri di piste ripartite in tutto l’agglomerato urbano, Strasburgo è la prima città ciclabile di Francia e la quarta d’Europa). L’alternativa è godersela facendo un giro in battello. La sensazione di una città che scorre, anziché correre, è da carrellata cinematografica e appare chiaro, per immagini, il racconto di Remy Gresser, di come l’Alsazia si muova tra influenze francesi e tedesche di continuo, tra Medioevo e architettura bismarckiana lungo il percorso dei canali.

È domenica e le vie commerciali sono silenziose, non ci sono negozi aperti, neanche quelli dei brand globali. Il fatto di riposare il settimo giorno mi è sempre apparso un grande segno di civiltà. Ci godiamo la città passeggiando senza meta e nel pomeriggio cade qualche fiocco di neve. Il rosa dell’arenaria della grande cattedrale di Notre Dame va spegnendosi e si accendono le ultime luminarie natalizie. È tempo di tornare in camper, mettere sul fuoco il passato di verdure Knorr e terminare “Le Schegge” di Bret Easton Ellis.

La riconsegna del camper e l’idea di diventare una camperista
Siamo stati bravi, Stefano e io. Non abbiamo (quasi) mai litigato, abbiamo collaborato nella gestione delle cose da fare, abbiamo esaudito i rispettivi desideri e ci siamo presi anche del tempo per stare in silenzio. La vita da camper – soprattutto in inverno – è una vita in cattività, hai poca manovra nella gestione delle crisi. Non è che sbatti la porta e cambi stanza. Rimani lì e rifletti sull’importanza della tolleranza. A monte ci deve essere uno spirito comune che, nel nostro caso, è la voglia di portare in giro la nostra famiglia – cioè noi due – e non di farci portare. Volevamo sentirci liberi nel fare quello che desideravamo. Provando a essere più essenziali (lui lo è già, io un po’ meno).

Sì, lo rifarò. E spero che sia al principio dell’estate, sostando lungo la costa, quando di gente ce n’è ancora poca. Scegliere un angolo bello di mare, fare un bagno e godersi il tramonto con una birra ghiacciata sotto il nostro tendalino. Ho sempre più bisogno di aria.

Tutte le fotografie sono di Francesca Ciancio

Le newsletter
de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter