Wannabe camperista Viaggiare e mangiare in camper vi piacerà

Il diario di bordo di una vacanza in van attrezzato ci illustra pregi, difetti e opportunità di questa forma di turismo, oltre a farci innamorare dell’Alsazia

Lucerna, foto di Francesca Ciancio

Non sono tagliata per i buoni proposti e non sono il genere di persona che finisce l’anno compilando liste di cose da fare nei successivi 365 giorni. Anzi, è una metodica che mi crea un certo livello di ansia perché ha in sé una dose di probabile frustrazione gratuita. Fare qualcosa a inizio anno di assolutamente mai fatto, invece, è di buon auspicio.

Ho scelto di passare una settimana in camper, o meglio, in un van camperizzato, che è considerato come un’auto, ma al suo interno ha dei letti e un cucinotto (il mio era senza toilette). Sono alla soglia dei cinquant’anni, abituata a passare un discreto tempo in bagno tra abluzioni e preparazioni, odio il disordine in casa, quando cucino ho bisogno di un buon numero di suppellettili e la mia schiena fa sempre più fatica a tollerare i cambi di materasso. C’è anche da dire che, potendo, dormirei nella posizione dell’uomo vitruviano.

Non è il resoconto di qualcosa di eccezionale, di folle o di unico. È semplicemente la mia cosa nuova e mi va di raccontarla, perché, al rientro, in tanti – soprattutto in tante – mi hanno detto «che figata» o «ma è fattibile, è scomodo, è pericoloso?». E poi, passando al tema cibo, «com’è cucinare e mangiare in camper?».

Perché il camper?
Fatti due conti, andare in camper non è un modo per fare delle vacanze economiche. Tra affitto del mezzo, tariffe dei camping, pedaggi e benzina, la cifra finale non risulta bassa.  Si può giocare sulla stagionalità, certo, e partire a gennaio anziché ad agosto aiuta a risparmiare un po’. Lo svantaggio, ovviamente, è che fa freddo, ma di questo parleremo dopo.

Si sceglie il camper per una voglia di libertà, di non dover programmare tutto, di poter prendere una decisione inaspettata e cambiare il tragitto. L’effetto “chiocciola” piace a molti, ovvero quello di avere una sorta di casa con sé mentre ci sposta, con tutto ciò che riteniamo indispensabile. Il concetto di indispensabilità, però, è molto relativo. Ecco perché ho speso gli ultimi due giorni prima della partenza a pensare al bagaglio.

Dico subito che ho “fallito” nell’intento, avendo con me una valigia da imbarco e un borsone, ma tornata a casa mi sono resa conto che una sola borsa capiente sarebbe stata più che sufficiente. Va riempita più di calze, maglie e intimo termici, che di maglioni, gonne e pantaloni. E due paia di scarpe possono essere troppe. Molto meglio puntare su una ciabatta calda, utile sia in doccia che da usare nel van. Due capi indispensabili sono stati per me il piumino cento grammi (meglio del tubino nero, lo usi in mille modi!) e la giacca antipioggia che ti protegge dal vento anche se non piove. Entrambi leggeri e pieghevoli. L’ossessione dello spazio dopo un po’ ti prende.

Il mitico California e l’ossessione dello spazio
La casa automobilistica Volkswagen, a modo suo, deve aver acceso un cero al Covid e al periodo pandemico, perché dal 2021 in poi i viaggi con il mitico California sono aumentati a dismisura. Il camper icona dal tetto a scomparsa (alto quasi due metri) ha più di trent’anni e le ultime versioni sono l’evoluzione del famoso Bulli (quello con il faro tondo e tanta voglia di peace&love). Il modello T 6.1 Ocean è stata la nostra scelta e all’azienda tedesca non si può che battere le mani per la capacità di essere da un lato essenziale e dall’altro ineccepibile nel non tralasciare nulla: piano cucina con due fuochi e con un piccolo piano lavoro, tavolino a scomparsa comodo anche per quattro, due armadietti capienti, uno dei quali provvisto di specchio illuminato, letto spazioso a due piazze (con temperature più miti si può dormire anche nel sottotetto guardando – come recita il sito della Volkswagen – le stelle), pozzetto frigo profondo, tende oscuranti, lucine ovunque, possibilità di doccia esterna, bagagliaio spazioso, portabici, tenda da sole con due sedie per i momenti di relax all’aperto (ovviamente non è stato il nostro caso), che è un po’ come avere una “stanza” in più, una veranda, insomma.

Nelle prime ore sono solo botte in testa, prendi ogni spigolo – che, in quanto produttore consapevole, la Volkswagen non lascia vivi – e l’elasticità degli arti gioca a tuo vantaggio se c’è. Poi, come bene sa fare l’essere umano, il corpo si adatta e un po’ compulsivamente tieni sempre in ordine come se da un momento all’altro un fotografo della rivista AD dovesse venire a farti visita.

Sì, ho capito, ma dove siete andati?
La meta prescelta è stata Strasburgo partendo da Milano, un obiettivo non troppo lontano, circa cinqucento chilometri, che ci consentisse di fare diverse tappe interessanti muovendoci tra Svizzera, Francia e con salti in Germania, nonché di seguire, da un certo punto in poi, la strada dei vini alsaziani.

Il mezzo non è mio e del mio fidanzato: possedere un Ocean T6.1 vuol dire essere sufficientemente ricchi, oppure vuol dire farne la prima casa, il costo va dagli ottantamila euro in su. Ci siamo affidati a Roadsurfer, una società internazionale che in Italia ha diverse sedi, tra cui quella di Castellanza in provincia di Varese. Il mood è un po’ quello australiano ma in versione padana, tutti ragazzoni giovani, barbe e camicioni a scacchi. Chiedono una caparra a garanzia, ti invitano a fare foto e video del mezzo prima della partenza a tua tutela, passano un veloce straccio e ti fanno ciao con la manona. La prima sensazione, chiuso il portellone è… libertà.

2 gennaio 2024, andando verso Lucerna
Intenzionati a non organizzare tutto, ci siamo interessati poco anche alla lettura di guide e posti da scandagliare. Se non vai anche un po’ a naso, non ha molto senso scegliere il camper. Una cosa utile – soprattutto in inverno – è scaricare una app per i campeggi. Io ho utilizzato Campecontact, a pagamento e ricca di informazioni (ma vale sempre il consiglio di un controllo incrociato sul sito nativo del camping). I camping aperti nei mesi invernali sono pochi e di solito appartengono a circuiti internazionali (che sono anche quelli che offrono maggiori garanzie).

Decidiamo di non fare il passo del San Gottardo e di prediligere quello del Bernardino, il valico alpino che permette di godersi il panorama. C’è la prima neve dell’anno che vediamo e siamo felici perché lo spirito natalizio è ancora con noi. La prima sosta è in un parcheggio svizzero, con toilette gratuite e panini preparati a casa. Arriviamo a Lucerna nel primo pomeriggio presso il Camping Lido Luzern, ad appena due chilometri dal centro cittadino. Costicchia un po’, circa venticinque euro a persona, ma su pulizia, efficienza e organizzazione niente da dire, in puro stile Svizzera tedesca. Ci sono pochi altri camperisti, soprattutto stranieri, silenziosi, educati, ci si saluta tutti e sempre (a me questa cosa stupisce sempre perché chi è di Milano sa che non è scontata). Il tempo di disfare le borse e di sistemare la spesa e usciamo a vedere Lucerna.

Se siete pazzi per il Natale l’avvertimento è rimanete in Italia. Il senso di dismissione qui, come un po’ in tutti i paesi del Nord dopo il 30 dicembre, è forte. C’è più gente intenta a disfare alberi e a staccare vetrofanie che turisti in giro e il vin brûlé è offerto a metà prezzo. Se non siete nostalgici invece è una pacchia, perché tutti escono dall’apnea delle feste e il ritmo rallenta. Fa indubbiamente freddo e dal lago sale una brezza che taglia la faccia, ma lo scenario del Pilatus innevato, la montagna che affaccia sullo specchio d’acqua, è incantevole.

La città vecchia di impianto medievale è piccola e deliziosa e ci sono tanti angoli in cui architettura e alberi si integrano perfettamente – questa infinita teoria di alberi secolari ci accompagnerà durante tutto il viaggio – e che si specchiano in un’acqua incredibilmente limpida. Una cosa da fare al tramonto è attraversare il Ponte della Cappella o Kapellbrücke, un percorso diagonale lungo 205 metri che collega la Città Vecchia con la Città Nuova, il più antico ponte di legno coperto d’Europa. Alla 18 è già quasi tutto chiuso, facciamo in tempo a bere un calice di Pinot blanc e di Pinot noir e facciamo ritorno al camping.

C’è da preparare la cena: il mio fidanzato è un vecchio habitué dei viaggi in camper e crede nella ritualità reiterata che, nel suo caso, consiste nell’utilizzare buste di minestre Knorr, qualcosa di caldo, qualcosa di semplice e che sappia di glutammato. Optiamo per pasta e fagioli (che guarda caso è anche la ricetta più cercata su internet nel 2023). Senza dubbio confortevole, qualcosa di buono lo assaggeremo poi.

C’è l’intera serata da affrontare, fuori pioviggina e a due passi dal van c’è il fiume che scorre. Un libro aiuta, ma sceglietelo con dovizia, lungo e avvincente. Io ho scelto “Le Schegge” di Bret Easton Ellis, 753 pagine, iniziato poco dopo Natale. Senza spoilerare, si parla di serial killer e omicidi splatter che forse, nel contesto di un camping a gennaio, non sono quanto di più tranquillizzante si possa leggere. Però si fa leggere piacevolmente e si fa l’ora di andare a dormire.

3 gennaio, risvegli, panettone e la ricerca di un caffè
Dormito maluccio, lo ammetto, ho aperto gli occhi diverse volte e ho cercato la posizione migliore senza mai trovarla. Il sacco a pelo invernale ha fatto il suo dovere, ma alle sei mi arrendo e decido di alzarmi. In pratica alle sette sono già docciata e vestita. Non abbiamo la moka e ci accontentiamo del solo latte, accompagnato però dal panettone ’U Sibbaresi di Daniele Campana, un pezzetto di Sila tra gli alberi e le piazzole di Lucerna.

Andiamo in centro a cercare un buon caffè, la brina copre tutto, il lungo lago è fiabesco e mortalmente freddo. Ci infiliamo da Aux Merveilleux de Fred. In vetrina ci sono pasticceri che guarniscono dolcetti che assomigliano a piccoli Montblanc. Si tratta invece di meringhe con panna montata in diversi gusti. Le lavorano in un silenzio certosino. Le assaggiamo: buone ma un po’ cariche. Meglio il pain au chocolat e ovviamente il caffè. Tutto sommato una colazione neanche cara (ma siamo abituati a Milano e certi scontrini non ci spaventano).

Lasciamo con tutta calma Lucerna per Basilea, c’è da coprire una distanza di un centinaio di chilometri ma la media del camper è di settanta chilometri all’ora – e trenta nei centri città – e scegliamo strade secondarie. È tutto un susseguirsi di villaggi che iniziano e finiscono nel raggio di poche centinaia di metri, con case belle e dal tetto a timpano, fienili, prati, mucche, poche auto, pochi esseri umani. Un lungo carosello come quello di un tempo in tv.

Altra sosta altro rituale, acquisto di camembert e baguette per pranzo (ok non siamo in Francia, ma qui in camper dicono che si fa così). La sosta-siesta è spettacolare perché troviamo una piazzola a Bözberg (lo so perché c’è la geolocalizzazione delle foto) con un proscenio di Alpi innevate e una vallata verdissima. Mangio il panino al calduccio e intanto mi godo lo spettacolo come se fossi accucciata in una terrazza d’inverno. Deve essere un posto abbastanza famoso per i paesaggisti perché arrivano diversi fotografi con grossi teleobiettivi.

La ricerca di un campeggio a Basilea non dà risultati e ripieghiamo su un hotel sul confine tedesco (prezzi decisamente più bassi). Che non è come dire, il confine lo vedi davvero dalla finestra del Base 1 Hotel, ti affacci e c’è la dogana. L’albergo è a Lörrach non lontano dalla Foresta Nera. Alla Fondazione Beyeler – in Svizzera – ci arriviamo a piedi in dieci minuti. Basilea in questo viaggio rappresenta la tappa colta, l’idea è rimanerci un giorno per visitare almeno un paio di musei – su un totale che si aggira intorno alla quarantina, è una delle città al mondo con la più alta concentrazione di spazi museali.

La fondazione Beyeler è uno di quei posti belli tutto l’anno, con la pioggia, la nebbia, il sole. Si viene qui non solo per la collezione mastodontica – Van Gogh, Lichtenstein, Bacon, Monet, Braque, Picasso, Mondrian, Giacometti, Seurat, Klee, Rodin, Matisse, Calder, Degas, Chagall – ma per l’architettura in sé, con il progetto realizzato da Renzo Piano nel 1997 che mette in rapporto l’interno con l’esterno, le opere con il giardino, la luce con gli spazi. C’è leggerezza, soprattutto se ci si ferma sul lato della veranda al coperto con poltrone comode e piante da arredamento, con vista sul bosco poco lontano.

Nel parco c’è anche la Villa Berower, dove far colazione o fermarsi per il pranzo. Sala scicchissima e proposte in menu che prestano molta attenzione ai vegetali. Il secondo parco-museo a cui vale la pena dedicare almeno una mezza giornata è il Vitra Design Museum, per il quale torniamo in Germania, a Weil am Rhein. Il produttore svizzero di mobili Vitra ha trasformato la propria area aziendale in un vero e proprio parco architettonico dove scoprire le opere di Frank Gehry, Zaha Hadid, Alvaro Siza, Tadao Ando. Ci sono mostre contemporanee, workshop e il “furbissimo” VitraHaus di Herzog & de Meuron che ospita la Vitra Home Collection che rimanda direttamente allo shop Vitra con possibilità di acquistare arredi e oggetti di design con sconti interessanti. Quasi impossibile uscire da lì senza aver comprato qualcosa.

Vitra Museum

Prima di dirigerci in Francia scopriamo – grazie al fatto che in camper vai dove vuoi – questo piccolo paesino, Ötlingen. Ci arriviamo seguendo una collina di vigneti – questa, ci spiegano, è soprattutto zona di Pinot nero. Conosciuta come Markgräflerland, è una zona detta anche la Toscana della Germania per il clima mite e la viticoltura e siamo all’interno della Foresta Nera meridionale.

A Ötlingen ci sono tante microgallerie d’arte, qualche cantina che fa degustazioni gratuite e poi un bar, l’Inka Cafè, che è più una sala da tè con una incredibile carta da parati del 1819 dedicata agli Inca e alla loro vita prima dell’avvento della dominazione spagnola. Da mangiare c’è la famosa torta di ciliegie della Foresta Nera, ma l’offerta di torte e meringhe è vasta, così come quella di specialty coffee. È un borgo rurale Ötlingen e quindi non è strano trovare nella piccola piazza banchi di frutta e verdura senza rivenditori: c’è la merce esposta, i prezzi e una scatola dove riporre il denaro.

Inka Cafè

(Continua prossimamente)

Tutte le fotografie sono di Francesca Ciancio

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