ForzalavoroPiù donne e meno stereotipi per superare la carenza di personale italiana

I settori che più soffrono la mancanza di manodopera sono quelli in cui la componente femminile è meno presente. In Italia non solo le occupate sono poche, ma sono anche concentrate in pochi comparti e mansioni. Colpa di pregiudizi e tabù che fanno scegliere anche percorsi di studio ritenuti «da femmine» e non quelli tecnico-scientifici presidiati dagli uomini. Perseguire la parità di genere non è solo questione di giustizia, ma anche di stabilità economica

(Unsplash)

Partiamo da tre dati sul mercato del lavoro italiano.

Il primo è che per le imprese italiane quasi un posto di lavoro su due (49,2 per cento) è difficile da coprire per mancanza di personale.

Il secondo è che in Italia il tasso di occupazione femminile è al 52,8 per cento, che significa che quasi una donna su due non lavora.

Il terzo è che esiste una forte segregazione occupazionale per genere, con le donne che si concentrano quasi unicamente in alcuni settori mentre sono una minoranza in altri.

Incrociamo i dati Ora, riavvolgendo il nastro, domandiamoci quali sono i settori che oggi soffrono la maggiore carenza di personale. La risposta è: metallurgia, costruzioni e comparto del legno e del mobile. Che, guarda caso, sono anche quelli in cui la percentuale di uomini è alta e le donne impiegate sono pochissime. E quali sono invece le professioni più difficili da reperire? Mancano soprattutto dirigenti, operai specializzati e tecnici. E anche in questo caso vale lo stesso discorso di cui sopra.

Lavoro maschio In Italia non solo le donne occupate sono poche, ma sono concentrate in alcuni settori e mansioni. La segregazione occupazionale è un fenomeno orizzontale e verticale. Orizzontale perché le donne affollano i settori dell’economia ritenuti socialmente “più femminili”. Mentre l’asse verticale riguarda le disuguaglianze nell’accesso alle posizioni apicali, con poche donne dirigenti e ceo d’azienda.

Hanno detto «Le carenze maggiori di personale sono spesso in quei settori in cui ancora persiste il divario di genere», ha scritto Antonella Giachetti, presidente di Aidda, l’Associazione imprenditrici e donne dirigenti di azienda. «Mancano tecnici dei processi produttivi e di laboratorio, analisti, operai specializzati nella meccanica, nelle costruzioni, analisti e dirigenti». Sono i settori «in cui le donne sono meno coinvolte, per tradizione ma anche scarse opportunità di carriera. Perseguire la parità di genere anche qui è essenziale: non è solo questione di giustizia, ma anche di progresso e stabilità economica».

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Lavori… Le donne occupate in Italia sono per lo più dipendenti nella pubblica amministrazione, nel commercio, nella sanità, negli asili e nelle scuole. Solo il 16 per cento circa lavora nei settori tecnico-scientifici. Le donne sono sottorappresentate tra artigiani, operai specializzati e agricoltori, conduttori di impianti, operatori e macchinisti, e tra dirigenti e imprenditori.

… E studi da femmine E i divari nel lavoro sono conseguenza dei divari nello studio. Le principali classi di laurea magistrale dove la presenza femminile è dominante sono Scienze pedagogiche, Servizio sociale e politiche sociali, Lingue moderne per la comunicazione e la cooperazione internazionale. La presenza maschile invece è dominante in tre corsi di studi: Ingegneria meccanica, Ingegneria informatica e Informatica.

Non sta in piedi La presenza maschile nei corsi di studio segue le prospettive occupazionali e retributive, mentre quella femminile sembra muoversi nella direzione opposta: più si riducono la retribuzione e la probabilità di occupazione, maggiore è la quota di donne. Inutile dire che poi tutto questo si ripercuote in stipendi più bassi e possibilità di carriera minori.

Non esistono lavori da femmine Ma allora, perché le donne non fanno altri lavori? E perché gli uomini vengono stigmatizzati se fanno lavori ritenuti femminili? Modelli e stereotipi sul ruolo della donna e degli uomini condizionano tanto i percorsi di istruzione, quanto la vita professionale e familiare. Nonostante il lavoro non abbia genere, si è visto che sin da bambini distinguiamo i lavori da donna e quelli da maschio.

Si dice che le ragazze non amano la matematica e prediligono invece le materie letterarie. Ma non è una «questione di cervello», come disse una volta l’ex rettore di Harvard Larry Summers, poi costretto alle dimissioni. Sono solo stereotipi e tabù che influenzano le scelte future di bambini e bambine. E anche l’economia di un Paese!

Ci stupiamo ancora a vedere una donna capotreno, una tassista, una pilota d’aereo, vero? Ma anche un’operaia in acciaieria è una mosca bianca, così come una ingegnera meccanica o una vigilessa del fuoco. Le chef donne sono ancora poche. Mentre le direttrici d’orchestra fanno sempre parlare di sé. Nel bene e nel male.

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