La sintassi è nudaLa lascivia di Fedez, i quadri di Versace e l’epidemia dei milionari analfabeti

Il ricco di questo secolo parla con un lessico indistinguibile da quello che avevano i poveri prima dell’istruzione obbligatoria. L’eccezione Miuccia e la conferma dei magistrati

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«L’algoritmo è un coglione per definizione: non capisce le battute». Lo dice Marco Travaglio nel podcast condotto dal marito della Ferragni e da un tizio con l’anello al naso (è una descrizione estetica, non una rappresentazione figurata del suo livello culturale).

E a me viene in mente che sono settimane che voglio scrivere che le battute non le capisce più nessuno, i toni non li capisce più nessuno, di ascoltare e quindi comprendere ciò che viene detto non è più capace nessuno, e che insomma il problema è il vertiginoso peggioramento degli esseri umani, mica gli algoritmi.

Certo che gli algoritmi sono ottusi, l’altro giorno ho fotografato e ripubblicato un po’ di commenti d’insulti sotto un mio articolo, e Zuckerberg mi ha avvisato che sarei stata punita visto che ciò che stavo postando era simile ad altre cose da lui (da lui zuckoritmo) cancellate. Ma li avevo fotografati, stavano lì, non erano stati cancellati. Quindi andavano bene in prima visione e non in seconda?

Non si sa, una volta avrei imprecato perché su queste piattaforme – che d’altra parte ci forniscono gratis enormi e inquinantissimi server per mostrare i nostri cappuccini al mondo, e mica possiamo pretendere anche un servizio clienti – è impossibile parlare con un essere vivente e chiedergli cosa non gli vada bene del nostro innocentissimo post, ma adesso so che sarebbe uguale.

Sul divano dal quale scrivo queste righe è poggiata una sentenza che è così un capolavoro di non comprensione del tono delle cose che giudica che, poiché i giudici non sono algoritmi ma esseri umani i cui genitori hanno pure speso per farli studiare, mi preoccupa di più. Almeno Instagram è gratis, il giudice che non riconosce un’antifrastica in un messaggio e quindi scambia l’ironia per un piano criminoso è pagato con le mie tasse. Se i toni non li capiscono i magistrati, cosa vuoi aspettarti da Vongola75 e da chi di lavoro ne modera i commenti.

Qualche settimana fa il marito della Ferragni è andato a cena da Donatella Versace, e ha pubblicato un video che ho immediatamente archiviato nel mio faldone «cosa sei ricco a fare». È un faldone in cui conservo le quotidiane prove del declino della plutocrazia.

Una volta era più facile per molte ragioni. Una era che i ricchi non li vedevamo, a meno che non fossimo ricchi anche noi o non facessimo parte della loro servitù. Un’altra era che i ricchi avevano più tempo libero dei poveri, e il tempo che il contadino che zappava il suo latifondo non aveva e lui sì il ricco lo usava, per esempio, per farsi insegnare da un precettore a coniugare i verbi, a sapere due cose di storia, di letteratura, di roba che gli poteva tornare utile nella civiltà della conversazione.

Adesso, i ricchi instagrammano didascalie sgrammaticate, e io ogni tanto chiedo a quelli che conosco «ma perché non ti prendi un precettore», ma non lo dico perché sono la bambina coraggiosa che svela al ricco che la sua sintassi è nuda, ma perché tanto so che nessuno ascolta più nessuno: mentre parli, pensano a cosa diranno dopo loro, o ascoltano l’eco della loro stessa voce, o cercano l’inquadratura migliore per un autoscatto.

Forse l’ultima ricca novecentesca è Miuccia Prada, che nell’intervista di copertina del nuovo Vogue America dice che il suo rapporto con l’arte non è da collezionista, che lei compra le opere per capirle, parla con gli artisti per istruirsi. Certo, soffre d’una qualche confusione tra artista e intellettuale, ma risulta praticamente Lorenzo De’ Medici rispetto al ricco medio di questo secolo, il quale parla con un lessico indistinguibile da quello che avevano i poveri prima dell’istruzione obbligatoria. E, siccome sono tutti così, nessuno se ne vergogna più, nessuno ne è più imbarazzato, nessuno ritiene di doversi migliorare.

Quindi Donatella Versace mostra lietamente al telefono con telecamera del marito della Ferragni (che lo definisce «dépliant») il catalogo in cui ha fatto annotare le opere appese a casa sua con specificati autore e anno, ché mica se uno ti chiede di chi sia quel quadro puoi incomodarti a riconoscere o ricordarti tu, che ce li hai appesi in casa, se si tratti d’un Fontana o d’un Basquiat.

Non capire gli autori dei quadri è più o meno grave che non capire i toni delle frasi? E quale delle due cose è più preoccupante che non conoscere le precise parole con cui dire ciò che vogliamo? E se fosse tutto lo stesso brodo in cui siamo immersi tutti quanti?

Qualche settimana dopo il catalogo Versace, il marito della Ferragni, nel podcast in cui ha ospiti Capezzone e Travaglio, vuole stigmatizzare l’indulgenza dei due rispetto a quel troiaio che sono i social network. Dice «mi spiace vedervi entrambi un po’ lascivi su ’sta roba qua», e i due ridono, gli dicono che intende «lassisti», quello non capisce di cosa stiano ridendo perché è un multimilionario che ha il controllo dell’italiano che trenta e fischia anni fa avevano i bambini di Arzano, quelli di “Io speriamo che me la cavo”, e a nessuno sembra importante giacché è un bel pezzo che abbiamo smesso di vivere di precise parole e di grande teatro.

A dicembre sono cinquant’anni da “C’eravamo tanto amati”, ed è un bel pezzo che Elide Catenacci, l’arricchita che tenta di sembrare colta usando parole complicate, ma dice «idrocarburi» invece di «carboidrati», non ci fa più ridere: nel 1974 potevi fare un film popolare dando per scontato che il grande pubblico conoscesse la parola giusta e ridesse di quella sbagliata; adesso hanno tutti un PhD nella bio social, epperò parlano un italiano a orecchio in cui licenzioso, lassista, carboidrato, idrocarbura: stessa roba, mica vorrete cavillare, professoroni.

Più avanti il coconduttore del podcast dirà che una giornalista che scrive per il giornale di Travaglio è carente nel «modellare il tono in base al target», lo ripete anche, quindi pensa proprio che il tono si modelli e non si moduli, e poiché provoca meno risatine da seconda media di «lascivi» nessuno lo corregge, ma a quel punto è un problema minore.

Perché il tizio continua a chiedere a Travaglio se davvero non gli faccia impressione che la sua giornalista ecceda nei toni, e io penso: ma quindi non ha mai letto Travaglio, non ha mai visto i toni suoi, non si è mai accorto che ha una passione per la storpiatura dei nomi che solo Emilio Fede, non sa che quelli che scrivono per lui sono perlopiù imitatori del suo stile. Poi mi rendo conto che probabilmente l’ha letto, ma senza capirlo.

D’altra parte Travaglio, che continua a rispondere che tutto ciò che non infrange il codice penale (ma il gusto o il senso dell’opportunità) non conta, si unisce al marito della Ferragni nel trasecolare che augurare il cancro a un bambino non sia reato. Reato di malocchio. Reato di pensiero magico. E dire che se c’è una cosa in cui Travaglio è specializzato è il codice penale. Non sappiamo neanche più le cose che sappiamo, non capiamo neanche più le cose cui rispondiamo.

L’altro giorno Laura Pausini ha scritto un tweet per dire che non era vero che un tizio aveva sparato dentro a un suo concerto, nessuno aveva sparato a nessuno, un tizio sospetto era stato fermato fuori e chi era al concerto neppure se n’era accorto finché non l’aveva letto nei notiziari. Uno dei primi commenti è «ci sono stati dei feriti?», e la Pausini si spazientisce, le risponde ma se ho appena detto che non è successo niente, e fa molta tenerezza.

Sullo Specchio della Stampa Mario Fillioley ha raccontato dei suoi allievi di terza media che, quando lui chiede di capire un testo di trenta righe su quali paesi esportino nocciole e quali le importino, lo guardano col vuoto negli occhi; non perché il testo sia difficile, ma perché l’idea di leggere tutte e trenta le righe e capire cosa dicano è lunare.

E Laura, nella sua sterminata solitudine, pensa che siamo disposti a leggere per intero un tweet che occhieggiamo scorrendo il touchscreen al cesso. È proprio una licenziosa idrocarbura, quella Laura. Chissà se sa di chi sono i quadri che ha in casa.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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