Ostaggi di HamasL’inadeguatezza performativa dei giovani del Pd, e il futuro della sinistra

Il mondo progressista non può concedersi il lusso di considerare lo Stato ebraico come il male delle relazioni internazionali, come hanno fatto i Giovani democratici. Abbandonare quel popolo a sé stesso non aiuterà la pace

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In queste ore l’organizzazione giovanile del mio partito, il Partito democratico, è finita nella bufera per aver organizzato un’iniziativa in cui erano presenti – tra i tanti esponenti pubblicamente esposti contro lo Stato d’Israele – personalità che avevano esplicitamente applaudito il massacro di Hamas del 7 ottobre. Dopo lunghe polemiche – tra cui il fatto che in principio l’iniziativa era pensata dentro il circolo Pd intitolato ad Aldo Aniasi, sindaco partigiano di Milano tra i fondatori di “Sinistra per Israele” – i Giovani democratici di Milano hanno deciso di spostare altrove l’incontro, denunciando la “censura” nei confronti della libera iniziativa politica.

L’idea secondo cui vi sarebbe una censura nei confronti delle opinioni più radicalmente vicine alla causa palestinese tra gli esponenti del Partito democratico è stata poi ripresa da altri. Un osservatore attento non dovrebbe stupirsi di questa posizione, che è comune a molti giovani che si collocano a sinistra, né dovrebbe sfuggire il messaggio politico di spostare l’incontro ma di rivendicarne la cornice ideologica, evidenziando come l’ospite che aveva inneggiato a Hamas non è stato allontanato ma «ha preferito tirarsi indietro».

Tutt’altro. Nel corso degli ultimi mesi si è assistito nelle realtà dell’attivismo giovanile di sinistra a una vera e propria competizione a chi esprimeva le posizioni di più radicale opposizione nei confronti d’Israele. Caroselli Instagram che accusano Israele di «apartheid», di «neutralizzazione della minaccia araba», di «politiche sioniste» (davvero? Nello Stato fondato dal movimento sionista per dare una patria agli ebrei? Avanguardia pura!) si sono alternati a documenti politici che citavano più o meno chiunque tranne gli ostaggi di Hamas.

Personalmente ritengo che il culmine si sia raggiunto con un giovane militante che ha condiviso una storia Instagram altrui in cui si definiva Israele «non-stato»: mancava la traduzione in farsi e poteva essere un tweet di Ali Khamenei.

A questi fatti c’è da aggiungere la rivendicazione di molti nell’aver preso parte alle manifestazioni non autorizzate del 27 gennaio, data in cui in Italia e nel mondo si ricordano le vittime della Shoah.

Se è vero – come è vero – che le lezioni di una parte della destra italiana su questi temi sono ridicole, va detto anche che i Giovani democratici sbagliano. Occorre dirlo pubblicamente, col rispetto che meritano, ma va fatto perché questa vicenda non riguarda più soltanto le dinamiche interne all’organizzazione giovanile, piena di amici che stimo. Pensare che basti prendersela coi giornali di destra per mettere la polvere sotto il tappeto credo che non faccia un buon servizio a nessuno.

La risposta è dunque che sì, tra molti giovani auto-collocati a sinistra un problema c’è. La retorica post-coloniale, l’attivismo performativo dei social network e il fascino movimentista sono drammaticamente presenti tra molti giovani di sinistra, ma il problema politico dell’intera vicenda sta in quella che Alessandra Tarquini definì «inadeguatezza della sinistra di fronte alla questione ebraica».

L’approccio post-moderno che ormai dilaga, anche su spinta di una tendenza marcata nel mondo accademico, ha riaperto questa antica crepa. Eppure nella storia politica italiana l’evoluzione della sinistra e dei partiti progressisti, specie da quando è nato il Partito democratico, ha speso grandi sforzi per fare i conti con questa vecchia contraddizione, e ha dato risposte chiare.

Spicca, tra i tanti, il caso illustre di Giorgio Napolitano, che denunciò in più occasioni il mascheramento antisionista nelle forme più recenti di antisemitismo e che proprio a Gerusalemme, nel 2008, esaltò la radice risorgimentale del sionismo, abbracciandone l’origine “a sinistra”.

Il suo esempio vive oggi nell’azione di numerosi parlamentari e dirigenti del Partito democratico, e il fatto che quest’ultimo resti comunque un partito plurale non significa che sia accettabile accogliere posizioni che legittimano Hamas e delegittimano l’intera storia dello Stato di Israele. L’errore fatale di rimuovere questa comunanza storica, che è frutto di decenni di elaborazione, è qualcosa che dovrebbe spaventare i dirigenti della sinistra molto più di queste inesistenti censure.

Come soggetti politici non piombiamo nel vuoto, ma abbiamo il compito di comprendere l’evoluzione che la sinistra italiana ha fatto su questo argomento. Provare a cancellare questo patrimonio importantissimo, alimentando ed educando la propria comunità politica a letture al contempo estranee ed estreme, è un fatto politico grave, che dovrebbe indurre chi lo compie ad atteggiamenti più equilibrati.

È in gioco una storia politica molto più grande di tutti noi, e metterla in discussione con la non-politica dei reel e dei caroselli sui social network è un problema che ricade su tutto il Partito democratico e che dovrebbe essere motivo di preoccupazione anche per la classe dirigente nazionale.

Non basta accodarsi alla condanna di Hamas del Partito democratico nazionale (dico “accodarsi” perché il 7 ottobre non mi risulta che molti movimenti giovanili abbiano speso post su Instagram per denunciare l’orrore di quel pogrom). Se inviti alle tue iniziative personalità che plaudono al 7 ottobre, che partecipano alle conferenze di Hamas, che parlano di “lobby ebraica”, che presiedono associazioni che sui social rilanciano i contenuti di Hamas o i post di Alessandro Orsini titolati “no al rilascio degli ostaggi”, allora hai un problema politico e questo problema politico rischia di coinvolgere tutti.

Per questa ragione tacere è diventato impossibile. Questo non è metodo, è sostanza. La naturale conclusione di questa vicenda ha di fronte a sé un enorme rischio: isolare Israele, i suoi partiti liberal e progressisti, la sua società civile, quando invece è imperativo per il centrosinistra costruire relazioni anziché mandarle in frantumi. Interi segmenti della popolazione israeliana hanno contestato Benjamin Netanyahu, scendendo in piazza per quasi un anno contro la sua riforma della giustizia e a tutela dello stato di diritto. Numerose organizzazioni lavorano sul dialogo arabo-ebraico e l’ultimo primo ministro prima del ritorno di Netanyahu, Yair Lapid, è andato alle Nazioni Unite a ribadire l’adesione al sacrosanto principio “due Stati per due popoli”.

Soltanto poche settimane fa due esponenti dell’establishment israeliano, Yair Golan e Ami Ayalon, hanno pubblicamente affermato che è imprescindibile riprendere il negoziato politico e hanno pesantemente criticato Netanyahu. C’è qualcuno che abbia il coraggio di rivendicare quelle posizioni e sostenerle? O qualcuno pensa che la politica del Medio Oriente a sinistra possa vivere di demonizzazione dello Stato di Israele?

La lettura per cui lo Stato ebraico è il recipiente di tutto il male delle relazioni internazionali e della politica post-guerre mondiali è una lettura sbagliata, manichea, che seleziona i fatti della storia che preferisce, ne distorce il significato e ci costruisce sopra una narrazione politica forse buona per segnalare la propria virtù, ma dannosa culturalmente e politicamente. Dirlo non è richiedere censura, ma appellarsi al buon senso. Vuol dire partire dal presupposto per cui in Medio Oriente si confrontano «due diritti», secondo le parole di Piero Fassino.

Allontanare Israele da noi, oltre a essere una colpa epocale, non aiuterà la pace, e riconoscere il diritto dello Stato ebraico e degli israeliani a vivere in sicurezza non è un implicito che può essere dato per scontato. Il 7 ottobre è stato pochi mesi fa, eppure molti sembrano avere la memoria corta. Il fatto che sia diventato mainstream rivendicare la scelta di manifestare in piazza contro Israele nel Giorno della Memoria la dice lunga del cortocircuito in cui siamo piombati: strumentalizzare il 27 gennaio rappresenta uno schiaffo alla storia delle comunità ebraiche italiane e la cancellazione dell’esercizio di memoria sulle responsabilità europee e italiane (che dovrebbero, quelle sì, farci riflettere). Sostenere che il problema siano quotidiani nazionali che se ne approfittano vuol dire guardare il dito e non la luna.

Certo, strumentalizzano e lo fanno con pelosa ipocrisia, sfoderando talvolta accuse che fanno bene a essere rispedite al mittente. Vogliamo però dirci che va tutto bene? Mi sembra impossibile da sostenere. Mettere in discussione il 27 gennaio cancella il senso per cui ricordiamo, cancella le responsabilità della Shoah e mette nel cassetto la memoria delle vittime. «Fare pari e patta con la Shoah», per dirla con le parole di Liliana Segre.

Siamo di fronte a un fatto grave e non c’è altro modo per dirlo. La triste verità è che questa discussione era ormai improcrastinabile e fortunatamente il consigliere comunale milanese che ha posto il tema, Daniele Nahum, ha avuto il coraggio di dirlo.

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