Il selfie del tramonto “Gloria” manchi tu (e la posizione del duodeno) nell’aria di Rai 1

Nello sceneggiato con Sabrina Ferilli, la protagonista si inventa un tumore per tornare popolare. Il vittimismo paga, ma la serie non svela i dettagli della patologia e nell’era dell’immedesimazione non possiamo accontentarci di sapere soltanto che è «un brutto male»

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Quando ti viene un cancro al duodeno, mi disse tempo fa qualcuno cui era capitata questa sfiga, succedono due cose. Tutti ti chiedono dov’è il duodeno, e tutti ti dicono che conoscono il miglior specialista di cancro al duodeno che esista.

La seconda cosa è la causa del maggior numero di discussioni sulla medicina in cui mi vado a incistare. Di qualunque cosa si tratti, dalla più sofisticata malattia terminale al più banale alluce valgo, tutti hanno un parere esperto su un medico del cui operato non sono in realtà in grado di valutare niente.

Sì, ho capito che sei guarito, ma magari saresti guarito comunque, anche con un medico cane, anche senza cure, che ne sai se è una cosa che passava da sola o una malattia con un protocollo standard che anche un trentenne sarebbe stato in grado di curare?

Ma non divaghiamo e parliamo del dettaglio più importante: dov’è il duodeno. Vi vedo che state sbirciando Google. Se la persona con cui parlavo avesse fatto una cosa che sarebbe stata inimmaginabile vent’anni fa e ora si fa tantissimo, se avesse acceso la telecamera del telefono e detto al mondo che aveva il cancro al duodeno, sappiamo tutti come sarebbero stati i giornali del giorno dopo.

Simili, come ormai sono i giornali che un tempo si davano un tono e ora inseguono disperatamente lettori sempre più imbecilli, a sussidiari di quinta elementare: coi boxini colorati, le spiegazioni brevi, le semplificazione a portata di cretino che per miracolo anche per oggi s’è comprato un giornale ma se lo spaventiamo con concetti troppo concettosi scapperà dalle card di Instagram, quelle poco di buono.

La differenza più importante tra com’eravamo e come siamo, me ne sono resa conto vedendo “Gloria”, è sì la telecamera del telefono, è sì la vita in pubblico di chiunque, è sì la fama come valuta svalutata e preziosissima, è sì tutto ciò su cui mi sgolo da anni, ma è anche, e su questo non avevo mai riflettuto, il fatto che nessuno dice più «brutto male».

Delle malattie non si parla con la vaghezza beneducata con cui se ne parlava nel secolo scorso, delle malattie si parla con i dettagli e la voluttà con cui si parla, se si è perpetui quindicenni, delle storie d’amore: quelli che ti dicono che Tizia li ha ghostati sono gli stessi che ti spiegano dov’è il loro duodeno.

“Gloria” è uno sceneggiato in onda su Rai1, in cui Sabrina Ferilli fa un’attrice che soffre il viale del tramonto e capisce che il vittimismo può renderla di nuovo protagonista (Fausto Brizzi, che ha pensato e diretto la storia, sa che il pubblico di Rai 1 – cioè: noi – se sente il nome Gloria pensa subito a Umberto Tozzi, e infatti la mette nei titoli di testa; ma sa anche che c’è una nicchia – sempre noi – che si sentirà intelligentissima pensando: ah, come Gloria Swanson).

Il modo in cui Gloria torna famosa è: ricoverata per un collasso, una lastra svela una macchia che è sicuramente una cisti benigna, ma se fingesse di avere un cancro? Se avesse pochi mesi di vita, il tempo di tornare popolare e poi una guarigione miracolosa?

Gloria è inizialmente restia a imbastire questa finzione, a idearla e convincerla ad aderire è il suo agente, perché vale sempre la regola di Katharine Hepburn quando disse al commediografo come scrivere “Scandalo a Filadelfia”: «Falla come me, ma a tre quarti falla ammorbidire». Che, tradotto in raiunese, diventa: puoi anche avere una protagonista megalomane, smaniosa, vanesia, determinata a vivere grandiosamente, ma mica puoi far pensare al pubblico che sia così stronza da avere lei l’idea d’inventarsi il tumore, orsù, e poi le massaie che vogliono percepirsi personcine perbene me la respingono.

Cosa c’entra il duodeno, direte voi. C’entra perché l’unico dettaglio specifico nelle prime due puntate trasmesse lunedì è il chirurgo che dice d’aver visto la macchia da una «lastra al torace»: quindi è cancro ai polmoni, quello millantato? Ci sono altri organi, nel torace, no?

Non lo sappiamo, perché – almeno nelle prime due puntate – nessuno dice niente di specifico di questo brutto male: né la malata immaginaria nelle dirette Instagram; né la famiglia – anch’essa ingannata – che parla di lei in sua assenza; nemmeno il medico, convinto dal turpe agente a collaborare alla millanteria.

Sarà perché il pubblico di Rai 1 è quello che, oltre a pretendere una protagonista non troppo stronza, ancora ha il pudore di dire «brutto male», e quindi non puoi inondarlo coi dettagli degli stadi tumorali e delle metastasi? Ma sono gli stessi da cui viene inondato, il grande pubblico, a ogni vero famoso veramente malato.

Ho la più clamorosa disistima per i giornali, ma non penso siano peggiori del pubblico: se pubblicano i boxini «com’è fatto il brutto male di Tizio Famoso», e «a quali segni fare attenzione», e «cosa dice lo specialista» è perché il grande pubblico vuole leggerli, vuole sapere dov’è il duodeno, non accetterebbe più la genericità di «eh, purtroppo ha sei mesi di vita» senza specifiche sugli organi (genericità che oltretutto ostacola il passatempo preferito di noialtri pubblico: sentirci esattamente quel doloretto che ha la protagonista).

Per una vita gli sceneggiati Rai hanno sofferto della genericità di chi pensa possano esistere rappresentazioni senza marchi: guardavamo famiglie far colazione coi biscotti a ventaglio nel piatto e il latte scaraffato, e ci chiedevamo quando avrebbero capito che viviamo in un mondo in cui i biscotti li mangi infilando un braccio nella confezione, pazienza se si vede la marca, tanto il mondo è fatto di marche, è un mondo specifico, non può funzionare una rappresentazione generica.

In “Gloria” i video solidali dei famosi hanno la grafica di Instagram – chissà se c’è un accordo commerciale ufficiale o se verranno multati di nuovo come per il Sanremo della Ferragni – ma il generico ha un modo subdolo di infiltrarsi nel racconto. La diretta della malattia ha piattaforme specifiche, ma nessuno ci mostra una conduttrice televisiva che spieghi al pubblico dov’è il duodeno e quando preoccuparsi. E noi, sui nostri divani, veniamo privati della gioia di dire ai nostri follower che, oh, sarà suggestione, ma io ho proprio un fastidio in quel punto lì.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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