Legittimità rivoluzionariaIn attesa della sua auspicabile sconfitta completa, Hamas ha centrato un piccolo obiettivo

Il gruppo militante terrorista palestinese ha imboccato la strada della barbarie assoluta, come lo Stato Islamico qualche anno fa. Ma gli stragisti del 7 ottobre possono ancora contare su un gran numero di fiancheggiatori. Perfino in Occidente

AP/Lapresse

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Nel 2014, nel cuore del Medio Oriente, sorse un nuovo Stato. Aveva una capitale, un governo, un esercito e quasi dodici milioni di sudditi – una popolazione più numerosa di quella della Giordania o di quella di Israele. Quello Stato si dedicava alla macelleria, alla ferocia e alla violenza fanatica con un impegno tale da guadagnarsi rapidamente l’inimicizia di tutto il mondo civile. Questa inimicizia universale rendeva difficile immaginare che questo Stato dai molti nomi – Stato Islamico, Isis, Daesh – potesse sopravvivere a lungo. All’epoca avevo proposto un’analogia un po’ fantasiosa con la Russia dei bolscevichi: anche in quel caso si trattava di un gruppo spietato di terroristi rivoluzionari che avevano affrontato lo sdegno generale e alcuni interventi stranieri, ma erano sopravvissuti e avevano poi governato la Russia per diverse generazioni.

Alla fine, però, si è verificato uno scenario più plausibile. Rifiutandosi di adottare la benché minima moderazione, scioccando le coscienze di tutto il mondo e cercando al contempo il confronto diretto con la potenza occidentale, lo Stato Islamico ha dapprima goduto di un temporaneo boom nel reclutamento dei militanti ma è poi andato incontro a un’estirpazione definitiva. Perfino un impero americano ormai indebolito dalla necessità di operare in un mondo diventato più multipolare è stato in grado di tracciare un cerchio intorno alla barbarie dell’Isis e di sottrarre, con la forza delle armi, ogni parvenza di statualità a quella organizzazione.

Questo antefatto incombe sulla crisi che coinvolge Israele e Palestina. Le atrocità perpetrate da Hamas contro molti israeliani innocenti, gli snuff movie, le mutilazioni e le crudeltà inflitte per puro piacere hanno ispirato immediate analogie con le scorrerie compiute dallo Stato Islamico. E hanno anche sollevato un interrogativo sulla strategia di Hamas. Si è trattato, come alcuni hanno sostenuto, di un salto disperato ma calcolato verso la barbarie, intrapreso sulla base della teoria secondo cui solo un’azione davvero violenta avrebbe prodotto una reazione israeliana sufficiente a mandare a monte la crescente pacificazione tra Israele e alcuni dei suoi vicini arabi?

Oppure quell’attacco è stato la prova che Hamas non avesse alcun piano strategico? Forse, uguagliando le crudeltà commesse dallo Stato Islamico, Hamas ha anche uguagliato la follia autodistruttiva di quel regime. E forse, come ha scritto Yair Rosenberg sull’Atlantic, quei massacri erano «radicati non nella strategia, ma nel sadismo».

Non credo che si debba scegliere per forza tra queste due alternative. I movimenti radicali sono spesso diversificati. Al loro interno possono convivere dei sadici con delle forti motivazioni ideologiche e dei giocatori d’azzardo con una mente più strategica. E le diverse anime di un movimento, nonostante la diversa percezione di sé, possono convergere sullo stesso progetto.

L’aspetto strategico di un atto di violenza estrema può essere analizzato anche in un altro modo, andando al di là delle considerazioni sulle conseguenze che esso può avere sulla politica israeliana o sul riavvicinamento tra Israele e l’Arabia Saudita.

Certo, un movimento che si spinge deliberatamente fino a simili estremi rischia di seguire le orme dello Stato Islamico e cioè di rimanere completamente isolato, di perdere ogni legittimità morale e di essere poi messo all’angolo e, infine, distrutto. Senz’altro, questo è il rischio che Hamas sta correndo in questo momento. Prima dell’attacco dello scorso ottobre, quell’organizzazione non solo deteneva il potere a Gaza, ma godeva anche di un certo tipo di legittimità nonché di un certo favore da parte della sinistra occidentale e del mondo arabo, un favore di cui lo Stato Islamico non ha mai goduto né è mai andato in cerca. Abbandonandosi alla violenza barbarica, i dirigenti di Hamas hanno dimostrato di essere disposti a gettare nelle fiamme quella legittimità.

Ma supponiamo che voi accendiate il fiammifero, oltrepassiate la linea, vi lasciate alle spalle il mondo civile e che molti dei vostri alleati… semplicemente restino con voi. Supponiamo che trasformiate il Sud di Israele in un mattatoio e che non facciate poi la fine dello Stato Islamico. Supponiamo che, invece, la maggior parte dei vostri simpatizzanti si arrocchino sulle loro solite posizioni, alcuni inventando delle giustificazioni e minimizzando la violenza e altri impegnandosi a fondo per glorificare la vostra causa.

Beh, in quel caso – come ha scritto Damir Marusic in un suo articolo allarmante, – avrete raggiunto una legittimità rivoluzionaria che prima non avevate. Avrete abbracciato un immoralismo radicale e avrete costretto i vostri sostenitori a riscrivere la propria moralità, e quindi a giustificare o adottare il vostro immoralismo. Oppure (come spesso accade) prima a giustificarlo e poi ad adottarlo. Questo processo, ha sottolineato Marusic, «soffoca qualsiasi altro programma politico che sia meno estremo dell’agenda rivoluzionaria». E, per il futuro, chiude le vie di uscita ai vostri alleati: dopo che vi avranno seguito fin qui nell’oscurità, per loro diventerà sempre più naturale ogni ulteriore passo in avanti e sempre più difficile ogni passo indietro.

Hamas ha raggiunto, nel suo complesso, questo obiettivo? No. Per quello che riguarda la gran parte dell’establishment politico occidentale ha chiaramente perso quella modesta legittimità di cui godeva in precedenza. Ha fatto inorridire i leader europei e anche quella parte del centrosinistra americano più favorevole a Israele. E questo ha lasciato il partito armato palestinese geopoliticamente scoperto mentre Israele si dà da fare per smantellarlo.

Ma non lo ha lasciato scoperto come lo era lo Stato Islamico. Anzi. Hamas e i suoi terroristi hanno mantenuto o ampliato il loro sostegno popolare in tutto il mondo musulmano, hanno visto accorrere in loro difesa delle figure potenti come il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, hanno suscitato manifestazioni, hanno ispirato un’ondata di antisemitismo nelle città occidentali e hanno conservato varie forme di sostegno in certi ambienti più militanti del mondo accademico.

Tutto questo deve essere considerato solo come una vittoria provvisoria. E forse questa vittoria sarà inghiottita dalla distruzione militare e politica di Hamas, rivelandosi una mossa troppo onerosa per chi l’ha tentata.

Ma, per ora, si intravede la sagoma di un sinistro trionfo strategico che solo la violenza estrema avrebbe potuto ottenere.

(Questo articolo è stato pubblicato sul New York Times il 28 ottobre 2023)

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