L’aria che respiriamoPerché abbiamo bisogno di un Green deal padano

Il problema dell’inquinamento non può risolversi solo su base comunale: le politiche ambientali vanno applicate a livello della “città padana”, anche perché la macchia rossa dello smog è continua e non riguarda solo Milano. Il treno, per esempio, deve diventare la metropolitana del territorio

Claudio Furlan/Lapresse

Non possiamo che essere molto preoccupati per l’aria che stiamo respirando in questi giorni. Lo siamo per noi stessi e ovviamente per la salute delle persone più fragili, per quella dei più piccoli. I fatti dicono contemporaneamente due verità: l’aria migliora da vent’anni (il 2023 è l’anno migliore di sempre), ma anche che in queste settimane stiamo respirando un’aria pessima, che sembra all’improvviso quella di dieci anni fa. Oggi affrontiamo problemi che non possono essere risolti alla scala comunale, l’aria, come le persone, non le puoi ingabbiare nei confini comunali, ti serve una strategia più ampia.

Per certi versi, ne abbiamo parlato anche ieri a Varese ed è il senso de “Le città visibili” con cui sto viaggiando per la Lombardia, è proprio necessario immaginare la pianura padana come un’unica città continua. Questa è l’unica dimensione che ci consente di avere una vera strategia per queste sfide. Le sue condizioni geografiche la rendono, per l’inquinamento, come una vasca da bagno: non basta togliere un secchiello d’acqua (o di smog) in un punto come Milano per ottenere risultati. Anche gli effetti di provvedimenti drastici, nel breve e medio termine, non sono misurabili dalla concentrazione rilevata dalle centraline, conta purtroppo molto molto di più l’incapacità del territorio di disperdere gli inquinanti in assenza di piogge e vento. 

Lo dimostra anche il fatto che gli anni della pandemia, con una drastica riduzione di emissioni, non hanno prodotto risultati significativi. Le condizioni geografiche non possono però certo essere una scusa per non proseguire nella riduzione di emissioni che è in corso, e far pensare che siano inutili le azioni che ci fanno ridurre da anni le emissioni. Anzi devono essere un incentivo: siccome siamo in una pianura che trattiene a lungo le polveri dobbiamo fare molto di più di tutti gli altri. 

Che poi è quello che sta avvenendo a Milano da anni con Area C e B, l’eliminazione delle caldaie a gasolio dagli edifici pubblici, l’incremento di utenti del trasporto pubblico o le piste ciclabili. Si tratta di misure che hanno certificato una riduzione delle emissioni. Lo si nota bene se guardiamo come sono cambiati i dati negli ultimi vent’anni ma che non ci hanno ancora permesso né di rispettare tutti i parametri (nemmeno nel 2023 che è stato l’anno migliore della storia dell’aria che respiriamo da quando la monitoriamo) né soprattutto di salvarci in settimane che sono meteorologicamente devastanti come queste.

Oggi, però, se pensiamo che l’unica strada sia continuare a lavorare solo a livello comunale (dove comunque si deve proseguire con pedonalizzazioni, nuove metro, Zone 30 e tutte le azioni che servono) commettiamo un grave errore di prospettiva: bisogna cambiare scala, le politiche ambientali vanno applicate a livello della città padana, anche perché poi la macchia rossa è continua e non riguarda solo Milano, e bisogna inoltre aggredire tutte le fonti di inquinamento, non solo traffico e riscaldamento.

Lo smart working non è solo una modalità di lavoro, ma deve essere anche un modo per intendere il futuro della pianura padana: significa meno spostamenti non necessari, possibilità di frequentare la comunità dove si risiede e ovviamente ridurre emissioni; perché non intensificarlo anziché osteggiarlo? 

Gli allevamenti sono una delle fonti più impattanti nella pianura padana: gli allevatori vanno accompagnati verso un piano serio di riduzione delle emissioni, che rispetti il loro lavoro ma che consenta di modificare una situazione che è dannatamente critica. Serve un piano vero per la logistica, che oggi è la principale fonte di consumo di suolo ma anche quella che cresce senza una pianificazione regionale, che va studiata coi players del settore anche allo scopo di limitarne le emissioni. 

Certamente i riscaldamenti. Tutti criticano il 110 che è stato uno spreco al punto che nessuno si è messo a calcolare quante emissioni sian state risparmiate grazie a quei lavori. Ma oggi resta la grande domanda: chi accompagnerà nella transizione i grandi insediamenti popolari pubblici e privati? Perché da soli non ce la fanno certo con le risorse degli attuali proprietari.

E poi ovviamente la mobilità, ma per quanto possiamo migliorare dentro la città (e va fatto) il problema è che fuori si è dipendenti dall’auto e i treni attuali sono un obbligo per chi li usa, non una libera scelta. Ci siamo nascosti – tutti – per anni dietro una frase: ce lo chiede l’Europa (che peraltro ha sottoposto a procedura di infrazione il nord Italia proprio per l’inquinamento), ma non abbiamo mai fatto la domanda giusta: cosa chiediamo noi all’Europa?

Io dico che dobbiamo elaborare qui nel nord Italia un vero piano che renda il treno la metropolitana della pianura padana, che accompagni l’allevamento e l’agricoltura nel nuovo secolo, che sostenga la ristrutturazione dei quartieri popolari (e l’incremento di case a prezzi accessibili). 

Questo è il Green deal padano di cui abbiamo bisogno noi, i nostri figli, la nostra aria. Un piano che costa, indubbiamente, ma è quello per cui dobbiamo concordare risorse e investimenti europei, nazionali e locali, in un patto tra istituzioni e cittadini per respirare aria migliore anche quando non piove.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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