Radical cheapL’igiene delle parole, l’acribia di Virzì e l’arte di rispondere con «bella domanda»

Il regista di “Un altro ferragosto” si è sacrificato per tutti noi nostalgici dei giornali fatti come una volta litigando con l’intervistatrice al modo (quasi) di Nanni Moretti

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L’umanità è divisa in due. E no, la ripartizione non è tra destra e sinistra, categorie ormai tragicamente insufficienti a dire la realtà, e comunque uccise da Corrado Guzzanti ventitré remoti anni fa imitando Francesco Rutelli: «Er paese non è né de destra né de sinistra: er paese è de Berlusconi».

Non è neanche, la divisione, tra presentabili e impresentabili, le catalogazioni che in questo secolo hanno sostituito «di sinistra» e «di destra», in un’egemonia ancora e per sempre berlusconiana per cui i voti che restano a sinistra ci restano non certo per il programma (creatura mitologica) ma perché la destra qui e altrove è davvero troppo impresentabile.

La divisione precipua non è tra chi mangia la crosta della pizza e chi la lascia, tra chi preferisce il buio alle quattro pur di non avere caldo e chi aspetta sempre l’inverno per desiderare una nuova estate, tra chi capisce le citazioni e chi neanche si fa venire il sospetto che siano tali, tra chi dice che le tette grosse sono una fortuna e le sfortunate che le tette grosse ce le hanno, tra chi sa usare il telefono senza vivavoce e chi è convinto che i telefoni non si possano più appoggiare all’orecchio.

La società, almeno quel pezzettino di società che ancora legge i giornali, è divisa tra chi ieri tifava fortissimo per Virzì e chi ne era indignato. Ieri, sul Venerdì di Repubblica, Paolo Virzì veniva intervistato sul suo nuovo film, “Un altro ferragosto”, seguito di quel “Ferie d’agosto” che ha fornito alla non sinistra la miglior battuta degli ultimi ventotto anni: «La verità è che [voi intellettuali] nun ce state a capi’ più un cazzo, ma da mo».

Del film parliamo poi quando esce, nell’intervista ovviamente Virzì lo spiega e altrettanto ovviamente non l’ha capito (nessuno capisce le opere meno degli autori, il mistero più misterioso della storia della cultura è perché ci ostiniamo a chieder loro di farlo) – ma non è di questo che si dibatteva ieri nella nicchia.

Cominciamo col dire che la povera Paola Zanuttini, che nell’adattamento cinematografico non potrà che essere interpretata da Mariella Valentini (riferimento che risulterà oscuro ai lettori sotto la soglia psicologica dei quarant’anni), inviata a intervistarlo, ha fatto l’unica cosa che si richieda a un’intervistatrice: essere disposta a non uscirne benissimo.

Quindi apre con quaranta righe che, con gran diplomazia, definisce di «amabile conflitto verbale», e che in realtà evocano nella metà dell’umanità che tifa Virzì quella scena di “Palombella rossa” per cui oggi Nanni Moretti verrebbe condotto via in ceppi. Quella dello schiaffo. Quella di ma come parla, chi parla male pensa male, chi pensa male vive male, il linguaggio è importante. Quella.

Se devo dar retta al crescendo come trascritto da Zanuttini (non si è mai dato giornale italiano in cui i virgolettati siano scritti come sono stati parlati, ma ora non cavilliamo), prima Virzì sobbolle perché la Zanuttini definisce i Mazzalupi «coatti», poi si sdegna per «burini», e poi reagisce assai meglio di come avrei fatto io quando ella pensa bene di usare, per i cambiamenti del personaggio di Laura Morante, un aggettivo da p.r. milanese: cheap. (Nanni, torna, abbiamo bisogno d’essere schiaffeggiate, ma molto).

Donne meno devote a ciò che funziona sulla pagina e più a quel totem delle insicure che è la bella figura avrebbero cassato tutta la parte d’insofferenza dell’intervistato, mentre Paola Zanuttini ha il merito d’averla riportata. Un merito per me scontato perché, appunto, so che niente, ma proprio niente, è più noioso dell’io narrante che vuole uscire bene da un racconto.

Moltissimi anni fa Massimo D’Alema mi trattò come una povera scema per un’intera conversazione. A un certo punto, al culmine della felicità e pregustando il pezzo bellissimo che avrei scritto, gli dissi qualcosa tipo: ma mi sta parlando come a una deficiente. Lui, che pure aveva un certo qual talento per sapere che personaggio mettere in pagina, non disse di no come avrebbero fatto intervistati più vili; rispose: ma guardi, lo dico anche con simpatia.

Sono passati decenni, eppure ancora ogni tanto qualcuno inciampa in quella pagina e si dice stravolto non tanto dal suo evidente considerarmi una cretina, ma da quella che equivoca per mancanza di vanità nel mio riportarlo. È difficile spiegare, se non l’hai capito già, quanto sia più vanesio trascrivere uno che ti tratta come una cretina di quanto lo sarebbe riportare che l’intervistato t’ha detto «Bella domanda» (ogni volta che vedo trascritto un «bella domanda», io muoio un po’ per la pochezza del trascrivente).

Tuttavia, il paese, la società, coloro che scrivono e coloro che leggono si dividono in due. E sì, certo, si dividono in chi pratica l’igiene delle parole (che è – coincidenza? – una definizione usata da Silvio Orlando in “Un altro ferragosto”) e davanti a «cheap» muore un po’; e chi se si muore solo un po’ chi se ne fotte, l’importante è che mi dicano «bella domanda».

Sì, la società si divide in chi, come Paolo Virzì, si sacrifica per noi tutti rendendosi antipatico con la sua acribia, si può immaginare quanto condivisa in un mondo che le precise parole le ha lasciate marcire come ricotta fresca dimenticata fuori dal frigo; e chi, vile, se le virgolettano «sento le vibrazioni del pubblico», rilegge e dice che l’intervista va benissimo, visto si stampi, tanto sono tutti analfabeti e io mica posso mettermi a discutere (di me, di me, sto parlando di me e della volta in cui ho capito che certi intervistatori sono così sotto la soglia della sufficienza che pretendere di rileggere prima della pubblicazione è vano: ti passerà la voglia di correggere).

Ma soprattutto si divide tra chi, leggendo il Venerdì, ha pensato che se tutti gli intervistati facessero così magari tutti quelli che fanno i giornali smetterebbero di fare un uso così sciatto delle parole, magari c’è la possibilità di migliorare questa situazione che pare sclerotizzata, magari da quest’opera meritoria verranno tempi migliori; e chi ha tentato di convincermi che Paolo Virzì aveva fatto una pessima figura, che con questo brutto carattere poi non ci si sposa, che vabbè, allora l’italiano lo sapete solo tu e Virzì, arroganti che non siete altro – e a quel punto mi ha riattaccato il telefono. Lasciandomi lì, con la stessa crisi isterica di Silvio Orlando quando gli danno del radical chic – ma questa è una storia per un altro giorno.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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