Grano duroL’Ucraina si è ripresa il controllo del Mar Nero

L'affondamento della nave portamissili russa Ivanovets nel lago Donuzlav è solo l’ultimo esempio dell’efficacia degli attacchi ucraini contro la flotta russa (a proposito di controffensiva). Il traffico dai tre porti di Odessa, Chornomorsk e Pivdenny è quasi tornato ai volumi prebellici

LaPresse

Si insiste molto sulla descrizione della guerra in Ucraina come di un conflitto in stallo, ma nonostante gli sviluppi limitati lungo i mille chilometri della linea di contatto che separa le truppe di invasione della Russia dalle forze armate ucraine, la geografia di questa guerra è tutt’altro che ferma. La settimana scorsa Kijiv ha rivendicato l’affondamento della nave portamissili russa Ivanovets, colpita con alcuni droni nel lago Donuzlav, una baia sul lato occidentale della Crimea occupata. L’ennesimo brutto colpo per la flotta russa sul Mar Nero, da parte di un paese che non è dotato di una marina militare, né di una reale forza aerea.

L’affondamento della Ivanovets è l’ultimo risultato di una campagna di attacchi con missili, droni aerei, e droni marini che ha permesso all’Ucraina di spezzare il dominio navale della Russia, costringendo il Cremlino a spostare la maggior parte delle sue navi da guerra lontano dalla storica base di Sebastopoli e dal resto della Crimea. In totale dall’inizio dell’invasione a oggi la Russia ha perso almeno venti imbarcazioni tra navi da guerra, mezzi da sbarco, e un sottomarino. Secondo i numeri forniti da Kijiv, è stato distrutto almeno un quinto delle ottanta navi da combattimento operative della flotta russa, un’altra dozzina è stata gravemente danneggiata. Ad agosto gli ucraini sono riusciti a far arrivare i loro droni marini fino al porto di Novorossijsk, nel territorio russo di Krasnodar, colpendo due navi nemiche a seicento chilometri di distanza da Odessa. 

Le acque del Mar Nero sono diventate talmente pericolose per i russi che il Cremlino sta pianificando la costruzione di una nuova base navale in Abkhazia, il territorio della Georgia occupato nel 2008 dalle milizie filo-russe. Tutto ciò diventa ancora più significativo, quasi una legge del contrappasso, se si pensa che una delle motivazioni strumentali di Mosca dietro la necessità di possedere la Crimea era il controllo della base di Sebastopoli, sede della “leggendaria” flotta russa sul Mar Nero. Ora le navi di quella flotta rischiano ogni giorno di essere colpite e affondate. Ma il risultato più importante di questa campagna è aver riaperto un corridoio per la navigazione attraverso il golfo di Odessa, un obiettivo che fino a poco tempo fa sembrava impossibile.

A luglio dell’anno scorso la Russia non ha rinnovato l’accordo per l’esportazione del grano dall’Ucraina mediato dalle Nazioni Unite e dalla Turchia, mettendo nuovamente sotto assedio la rotta commerciale che permetteva a grano, cereali e mais ucraini di raggiungere il resto del mondo. Sembrava impossibile rompere l’assedio del golfo di Odessa, invece gli ucraini sono riusciti a rovesciare le aspettative, e ripristinare una rotta che ha anche una funzione umanitaria oltre che commerciale, poiché le forniture ucraine sono importanti per diversi paesi del sud del mondo che dipendono dal programma alimentare dell’Onu.

Secondo i dati raccolti dall’Economist, con 6,3 milioni di tonnellate di merci il traffico dai tre porti della regione di Odessa – ovvero Odessa, Chornomorsk e Pivdenny – è quasi tornato ai volumi prebellici. Anche se non è corretto parlare di vittoria, Kijiv ha dimostrato alle navi mercantili che è possibile raggiungere i suoi porti, nonostante gli attacchi di Mosca. Il ministero dell’Economia dell’Ucraina sostiene che lo sblocco della rotta permetterà di aggiungere almeno 3,3 miliardi di dollari alle esportazioni del 2024, aumentando dell’1,2 per cento la crescita del Pil.

Gli ucraini erano convinti che il loro corridoio sicuro potesse funzionare, ma c’è voluto tempo per convincere gli armatori a rischiare le loro navi, poiché le minacce della Russia erano (e sono) concrete. Come ricostruisce l’Economist, la prima nave a utilizzare il nuovo corridoio – da non confondere con la rotta del Danubio – è stata la Resilient Africa, che il 19 settembre scorso è partita dal porto di Chornomorsk per raggiungere quello di Haifa, in Israele. La nave è passata nelle acque basse lungo la costa ucraina, al sicuro dai sottomarini russi e abbastanza vicino alla terraferma da poter essere protetta anche dal fuoco di artiglieria. Dopodiché ha proseguito la navigazione lungo la costa di Romania e Bulgaria, fino a raggiungere gli stretti turchi del Bosforo e dei Dardanelli.

Kijiv non è sola, anche Bucarest, Sofia e Ankara hanno un ruolo. Mosca infatti pensava di poter estendere le sue minacce alle acque internazionali del Mar Nero, seminando mine antinave e organizzando esercitazioni militari pretestuose per infastidire i paesi rivieraschi. Le mine seminate dai russi sono un problema importante. Alla fine di dicembre una nave cargo diretta verso il delta del Danubio è stata danneggiata da uno di questi ordigni vaganti, se non è affondata è solo grazie all’abilità del capitano di dirigerla verso la costa per farla incagliare.

I governi di Romania e Bulgaria però non si sono fatti intimidire, e su iniziativa della Turchia di Recep Tayyip Erdogan – che non ha mai digerito il rifiuto di Vladimir Putin di ripristinare l’accordo del grano dopo la sua visita di agosto a Sochi – hanno organizzato una missione congiunta per rimuovere le mine alla deriva lungo le zone di competenza marittima dei tre paesi. Il memorandum d’intesa è stato firmato l’11 gennaio senza coinvolgere gli altri membri della Nato, pertanto la missione non può essere considerata un’operazione dell’alleanza, con buona pace del Cremlino.

Fino all’annullamento del 17 luglio 2023 da parte della Russia dell’accordo sui corridoi del grano, l’Ucraina ha esportato il sessantacinque per cento del grano e il cinquantuno per cento del mais in Paesi in via di sviluppo. Durante l’iniziativa oltre settecentoventicinquemila tonnellate di grano del Programma alimentare mondiale dell’Onu (Wfp) hanno lasciato i porti ucraini per raggiungere Etiopia, Yemen, Afghanistan, Sudan, Somalia, Kenya e Gibuti. A luglio, prima dell’annullamento dell’accordo sul grano, il Wep aveva acquistato l’ottanta per cento del suo stock di cereali dall’Ucraina, rispetto al cinquanta per cento di prima della guerra. Con la rotta del Mar Nero che torna a essere praticabile, il programma può riprendere. Inoltre, va ricordato che le derrate alimentari ucraine che raggiungono i paesi sviluppati soddisfano una domanda che, se assente, obbligherebbe quelle economie a cercare grano e cereali su altri mercati, facendo crescere i prezzi globali per tutti, anche per i paesi più poveri.

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