Quante volteGli intrecci e le trame sono un dispendio per il vivere ma un investimento per lo scrivere

La ventunesima puntata del romanzo in corso di Pasquale Panella, opera di cui non sa nulla, neanche il titolo: «con destrezza sfilo da sotto con un colpo netto la tovaglia dell’allestimento immaginario, ecco fatto, e tutto resta in piedi»

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Posso uscire per andare a scegliere i personaggi, i paesaggi? Non lo so, posso farlo? (È una domanda. Ma a chi?). La primavera facilita racconti piacevoli e veloci con al centro tradimenti seriali di sentimenti (sarebbe quasi il titolo della raccolta). L’estate è specializzata in drammi, tragedie intorno a ferragosto, in passioni. L’inverno è pieno di nostalgie. L’autunno organizza fughe, avventure, spionaggi. Lei, quante volte la vedrei, quante volte l’ho vista? Non lo so più, ho perso il conto, vorrei dire che mi piacerebbe non sapere più contare, ma è una cosa un po’ spavalda. Di molte cose non so quante volte, sono poco adatto alle confessioni in attesa di perdono. Né me lo aspetto, il perdono. Cosa mi aspetto? Il romanzo giusto (non stavo parlando di questo?), da scrivere domani, no? Quante volte l’ho vista, questo mi stavo chiedendo, e ancora una volta come sempre prendo tempo, divago. Devo dirla nella maniera più semplice questa cosa che a girarci intorno si complica e diventa difficile a dirsi. La questione non è quante volte, la questione è chi. Le volte non le ricordo (mi ripeto come se le contassi). Quante volte? Ogni volta, direi. E lei? È sempre lei, è sempre la stessa. L’ho detto e non dovrei avere altro da dire.

Sembra l’inizio di un ottocentesco racconto romantico con il passaggio di un fantasma da una parete alla parete di fronte, ossia da una pagina all’altra, e la cosa impressionante non è che attraversa i muri ma che resta con me, sono io il suo luogo, e per il luogo lei è l’aria amatissima. No, non è un racconto né romantico né ottocentesco. Se è racconto lo è nel senso di fatto vero che fingiamo sia immaginario. E il suo svolgimento temporale siamo noi, se così posso dire, siamo noi il suo tempo. A dirle, le cose sono più difficili di quanto siano facili a non dirle.

Cos’è un racconto in realtà? (In o nella?). Nella realtà cos’è un racconto? Tutto nasce dall’infanzia, è ovvio, nulla nasce già grande, anzi è molto più probabile che tutto resti infantile con in aggiunta soltanto quella vergognosa presunzione di avere un’età. Nasce il racconto dalle piccole bugie attenuanti, da quelle verità un po’ aggiustate, perché siano più attendibili, anche più sopportabili, per chi le pronuncia e per chi le ascolta, e nasce anche dalle bugie riempitive, aggiuntive, un bel ripieno piacevole e gustoso per fare di un bel pasto un gran bel pasto di ottima soddisfazione; e da bugie dette al buio. Da lì in poi niente ci ferma più, non possiamo che tendere al capolavoro. Devo fingere che lei sia una immaginazione, ecco, devo mentire per farmi capire soprattutto da me (da chi sennò?), devo immaginarla come unica da sempre, da quando avevo i miei primi anni in poi, non è mai stata un’altra, era sempre lei, è sempre stata lei, è sempre lei e se l’amore è un sentimento unico è ovvio che anche lei sia unica nella mia immaginazione (anche l’età è unica, è sempre il risultato di una media con la mia, l’età di tutto, l’età in generale).

Tutto a posto, tutto comprensibile, messa così la cosa, e adesso con destrezza sfilo da sotto con un colpo netto la tovaglia dell’allestimento immaginario, ecco fatto, e tutto resta in piedi. Intendo noi due e tutto l’apparato che volta a volta ha fatto da cornice ai nostri incontri. E niente è immaginario perché noi non lo siamo, siamo noi veramente. (Si capisce che sto parlando di noi come personaggi del romanzo in corso?).
Non c’è niente di straordinario nel non essere altri che noi, sappiamo che è così, è così per chiunque. O ci si accontenta? No, non ci si accontenta del qualsiasi amore. Devo sapere che se amo è sempre lei che amo. Insomma, devo sapere di amare solo lei, devo sapere che il mio amore è limitato, che il mio amore è il mio limite in amore. E non vale solo per me, chiunque lo sa se solo ci pensa un po’. Poi magari ci si accontenta delle apparenti varietà del mondo. Ma una cosa è il sentimento, altra cosa i sentimenti ovvero il resto, le divagazioni, le acrobazie, le moltiplicazioni, le geometrie, la geografia e le storie, insomma gli intrecci e le trame, che sono un dispendio per il vivere ma sono un investimento per lo scrivere.

Sì, lo so, sono appassionato a questa cosa, mi appassiona il fatto che domani scriverò. Mi appassionano poco gli intrighi e i grovigli. Per intanto scrivo di scrivere. E anche un’altra cosa so: che chi scrive dello scrivere, chi scrive di scrivere, chi scrive della scrittura, grammatica, sintassi, lettere, le loro forme, i loro uncini, le loro bocche aperte, la loro magrezza o ampiezza ventrale, e punteggiatura, ecco chi scrive di tutte queste belle (sono belle?) cose, ecco, chi scrive così non sa per niente scrivere, o non è ancora pronto. Lo so. Per questo domani scriverò, non oggi ancora. Senza fare troppe storie tra vero e falso, tra realtà e finzione (c’è dell’altro, c’è dell’altro, altro che), senza belare tra i rovi del vittimismo, senza proprio tener conto né del fatto né dell’artefatto ma solo di quel che è, di quel che esiste al mondo ossia di quel che scrivo. Non inventando niente (vi do questa notizia) perché nulla di ciò che appare sulle pagine è inventato come è inventato nella vita che è sempre alla ricerca di vie d’uscita, no, qui bisogna restarci dentro, nella pagina e nel romanzo che, insomma, è un documento. Come si dice? Tutto è già scritto. Dove? In quel che è scritto, è ovvio.

Tu che leggi, ecco, tu che leggi, finito di leggere non sei già più tu che leggi, per il libro tu non sei più, e le figure raccontate nel libro sono più presenti di te. Ecco la piccola illuminazione che appare veloce come una scintilla in chi legge e poi sparisce subito e non attizza il fuoco ma un dubbio: che con lo scrivere si crei il presente, e sì, che sta scritto in quel che è scritto, e così sta. Sta là. Qua, se prendi il libro e leggi: così la cosa ti si fa presente. Eccola qua, sulla pagina, qui e ora (gli avverbi del presente, qui e ora, i sui luogotenenti, la sua guardia). E qui e ora le pagine sono tutte presenti tra la prima di copertina e la quarta di copertina, questa rilegatura che è fatta di prima e dopo, che è fatta di passato da una parte e di futuro dall’altra, il consistente passato, il cospicuo futuro. In mezzo c’è la pagina. La faccia della pagina e la tua (ognuno ci mette la sua), poi la pagina è voltata, quasi soltanto un vento e niente più. Ah, quanto vorrei scrivere di niente ossia del presente, quanto vorrei far perdere tempo, il tempo, alla lettrice.

Ovviamente con me.

(21 Continua)

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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