Il grande giocoL’interesse di Russia e Cina per la guerra in Medio Oriente

Negli ultimi anni, Mosca e Pechino hanno avuto un ruolo di primo piano nella geopolitica della regione. Filippo Fasulo e Chiara Lovotti, in “Il conflitto senza fine”, spiegano cosa è cambiato dopo il 7 ottobre 2023

LaPresse

Nel primo ventennio del XXI secolo, a tempi alterni e con diversi obiettivi, Russia e Cina hanno avuto un ruolo di primo piano nella geopolitica mediorientale; la prima ha giocato una partita più politica e militare, la seconda più economica, ma non per questo meno importante. In maniera opportunistica e senza velleità di esportazioni democratiche, come era invece appannaggio degli americani, russi e cinesi hanno perseguito i propri interessi nell’area, cercando di massimizzare i benefici con il minimo sforzo. Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, in molti hanno speculato sui vantaggi che Mosca e Pechino potrebbero trarre dallo scoppio di questo ennesimo conflitto. Ma è davvero così?

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Gaza: un’occasione per la propaganda russa antioccidentale
Se è vero che Mosca ha poco da guadagnare dalla guerra scoppiata il 7 ottobre, è vero anche che questa presta il fianco alla narrativa di Stato secondo cui le politiche occidentali per il Medio Oriente, in primis quelle statunitensi, sarebbero sempre state inefficaci se non addirittura dannose. Fin dai primi giorni del conflitto, infatti, gli organi della propaganda russa hanno diffuso la propria lettura dei fatti.

La copertura mediatica della guerra fra Israele e Hamas è stata molto ampia nelle testate russe, che si sono affrettate a descrivere gli avvenimenti e fornire aggiornamenti costanti sull’evoluzione della crisi. Fra le dichiarazioni del ministro degli Esteri Sergej Lavrov, che si è detto sicuro che la Russia avrebbe potuto lavorare fianco a fianco con la Lega araba per risolvere il conflitto,4 e quelle del leader ceceno Ramzan Kadyrov, che ha espresso solidarietà ai paesi musulmani e alla causa palestinese,5 non sono mancate le parole del presidente Vladimir Putin. Il leader del Cremlino ha però aspettato tre giorni prima di parlare attraverso i media statali Ria e Tass, a riprova della delicatezza degli equilibri diplomatici fra Russia, Israele, paesi arabi e Iran, nonché della difficoltà russa – cui si accennava prima – di dover bilanciare la propria posizione fra molteplici fronti rivali senza compromettere le relazioni con alcuno.

In effetti, le parole stesse di Putin sono sembrate testimoniare questa difficoltà. Il presidente russo ha evitato riferimenti diretti all’una o all’altra parte e, dopo una condanna generica contro ogni forma di violenza, ha deviato la sua retorica attaccando gli Stati Uniti e affermando che la crisi del 7 ottobre non sarebbe che l’ultimo esempio del «fallimento delle politiche americane in Medio Oriente».6 A detta di Mosca, Washington sarebbe colpevole di avere «cercato di monopolizzare qualsiasi tentativo di pace fra israeliani e palestinesi»,7 imponendo la propria visione pro-israeliana e ostacolando una reale risoluzione del conflitto. La riprova di questo, accusa la propaganda russa, sarebbe che nessuna amministrazione alla Casa Bianca ha mai davvero perseguito la soluzione a due Stati; scenario che, invece, il Cremlino avrebbe fortemente sostenuto. Analisi pittoresche – circolate tanto fra i media in lingua russa quanto fra i media russi che pubblicano nelle diverse lingue della regione, per esempio Rusiya Al-Yaum, versione araba di Russia Today – si sono poi spinte a sostenere che gli Stati Uniti abbiano in realtà finanziato e promosso l’attacco di Hamas; o, ancora, che le armi che i paesi occidentali e della NATO hanno inviato in Ucraina dalla primavera del 2022 sarebbero finite proprio in Israele e nei Territori palestinesi, contribuendo così alla recrudescenza del conflitto.

Del resto, questo tema è un «grande classico» della narrativa russa per la regione: si pensi, per esempio, all’enfasi con cui Mosca criticò l’invasione americana dell’Iraq nel 2003, o l’intervento a guida NATO in Libia del 2011. Gli organi della propaganda sottolineano che la Russia propone un modello diverso per la gestione dei conflitti in Medio Oriente, che dovrebbe applicarsi anche al caso del recente scontro fra Israele e Hamas: un modello che non prevede un intervento militare a meno che non vi sia già un progetto politico chiaro per la fase postbellica (il ministro Lavrov, per esempio, ha accusato Israele di cercare sicurezza nei Territori senza considerare la soluzione politica, in particolare quella dei due Stati);8 un modello che non prevede ingerenze nei processi politici interni dei singoli paesi; che non chiede progressi democratici o il rispetto dei diritti umani. Un modello alternativo, secondo i russi più giusto ed efficace (per intenderci, sarebbe ciò che i russi hanno cercato di fare a partire dal 2015 nella Siria di Assad). Il rischio per gli Stati Uniti, la cui popolarità in Medio Oriente va calando, è che la Russia possa risultare più attrattiva per alcuni governi della regione mediorientale. Stanchi di un Occidente talvolta percepito come contraddittorio, molti di questi paesi, in effetti, stanno già guardando a est in cerca di nuovi partenariati: alla Russia, dunque, ma anche alla Cina.

La reazione cinese all’attacco di Hamas
Per comprendere la reazione cinese, un secondo fattore da considerare è l’interesse della Repubblica popolare cinese verso la regione. Il coinvolgimento economico di Pechino in Medio Oriente è cresciuto considerevolmente a partire dai primi anni Novanta soprattutto per quanto riguarda le importazioni di idrocarburi. Già dal 2014, infatti, la Cina è diventata il primo importatore di petrolio da quell’area, superando gli Stati Uniti. La conseguenza è che, in termini di approvvigionamento energetico, il costo dell’instabilità del Medio Oriente è maggiore per la Cina che per gli Stati Uniti. Per anni ci si è così interrogati su una possibile sostituzione della Cina come potenza di riferimento della regione. L’ipotesi, tuttavia, è rimasta finora sul piano teorico perché gli Stati Uniti restano il principale partner in materia di sicurezza mentre la Cina lo è sul piano economico ed energetico. Ciononostante, nel dicembre 2022 l’impegno politico della Cina verso il Medio Oriente ha registrato un punto di svolta, in seguito alla visita di Xi Jinping in Arabia Saudita. Si è trattato di un cambio di passo significativo nei rapporti di Pechino con una parte di Medio Oriente, il Golfo nello specifico, e al contempo ha testimoniato quanto sia importante il ruolo prioritario della Cina per le relazioni commerciali degli stessi paesi del Golfo. Pechino, inoltre, ha capitalizzato il consenso politico ottenuto in quell’occasione presentandosi come mediatore finale del disgelo diplomatico tra Iran e Arabia Saudita a marzo 2023. Sulla base di quel modello, la Repubblica popolare non solo ha cercato di accreditarsi come possibile mediatore nel conflitto russo-ucraino, ma si è dichiarata portatrice di una soluzione al conflitto israelo-palestinese, ovvero i quattro punti già citati

La situazione prima del conflitto, dunque, era quella di una Cina che si presentava come possibile mediatore tra due parti con cui aveva solidi rapporti economici (Israele) e politici (Palestina), forte di un rafforzamento dell’impegno verso la regione e avendo di recente ottenuto il successo, almeno parziale, di essersi intestata un ruolo nella riapertura diplomatica tra Iran e Arabia Saudita. Sotto la superficie, tuttavia, il rapporto con Israele aveva perso di smalto negli ultimi anni a causa delle pressioni statunitensi, tanto che nel 2022 c’era chi parlava già di «fine della luna di miele» fra i due paesi.15 Allo stesso modo, non si può non considerare il contesto di generale frammentazione e disordine globale causato dalla competizione tra USA e Cina che è andato rafforzandosi con la pandemia ed è esploso con vigore dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Nel 2022, infatti, nel tentativo di sfuggire alla narrazione del confronto o tra democrazie e autocrazie nel quale gli americani cercavano di confinarle, Cina e Russia hanno rilanciato il proprio posizionamento internazionale con la contrapposizione tra il Sud Globale e i paesi che rappresentano lo status quo dell’ordine internazionale. Questo proposito di revisione dell’ordine internazionale ha avuto un primo esito concreto nell’allargamento del gruppo dei BRICS (le economie emergenti di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) a sei nuovi paesi (Arabia Saudita, Argentina, Egitto, Etiopia, Emirati Arabi Uniti e Iran), di cui ben quattro della regione mediorientale. L’appartenenza e la guida di un autodefinito gruppo degli «esclusi» dalla governance internazionale sta così diventando un tratto caratteristico della politica estera cinese in chiave antiamericana.

Per questo, di fronte alla necessità di dover prendere una posizione circa l’aggressione di Hamas e la conseguente reazione israeliana, Pechino ha preferito il rapporto politico (Palestina) a quello economico (Israele). Al di là del merito della vicenda israelo-palestinese, infatti, la partita in gioco è molto più ampia. Pechino ha assunto una posizione di neutralità filopalestinese come posizionamento in favore del Sud Globale. Secondo questa lettura, le responsabilità del conflitto – che secondo gli analisti cinesi ha cause profonde che andrebbero ricercate soprattutto in un comportamento predatorio israeliano, ossia la questione dell’occupazione territoriale e più nello specifico delle colonie – vanno ricondotte agli Stati Uniti.

Il conflitto senza fine - ISPI | Libri Mondadori

Tratto da “Il conflitto senza fine. Dieci domande sullo scontro che infiamma il Medio Oriente” (Mondadori), dell’Istituto per gli studi di politica internazionale, pp. 176, 19€