Sarà perché ti squarciagolo Com’è profondo Mahmood a cantare Michelangelo a Sanremo

Il Festival si vince la serata delle cover, principalmente perché non è facile trovare la canzone giusta. Chi sceglie Lucio Dalla rischia perché, come Guccini, è impossibile rifarlo senza ironia, figuriamoci tagliando la strofa più bella

LaPresse

Secoli fa decisi di scrivere una paginetta su quale fosse la più bella canzone italiana di tutti i tempi. Fingendomi democratica, raccolsi pareri. La più bella risposta me la diede un cantautore che, resistendo alla fortissima tentazione di citare una delle proprie, disse: una qualunque di quei quattro dischi in cui Dalla è Michelangelo. 

Non è che io avessi obiezioni a pescare a casaccio da quei quattro dischi, ma il fatto è che io avevo già deciso allora (e, incredibilmente, non ho cambiato idea negli anni passati) che solo due sono le canzoni che concorrono a più bella di tutti i tempi, e nessuna delle due è di Dalla, di Guccini, di Fossati, di Conte, insomma di uno dei miei preferiti. 

Due canzoni che oltretutto dimostrano due tesi opposte: una che per una canzone il testo è tutto, una che per una canzone il testo non conta un cazzo. Quando alla serata delle canzoni usate di Sanremo hanno fatto la seconda delle due, mi sono chiesta se quindi avrebbero vinto i Kolors, chiunque essi siano, solo perché avevano scelto “Gloria” (vabbè, una di quelle cose immorali chiamate «medley», ma comunque con dentro “Gloria”). 

Ricordo perfettamente il mio delirio in occasione del Sanremo 2016, forse il mio picco massimo di mitomania. C’erano gli Stadio, vinsero contro ogni previsione, e io ero (lo sono ancora) convinta di averli fatti vincere io, con la sola forza dei miei sms televotanti e della mia capacità di rompere i coglioni ingiungendo ad altri di investire i loro spiccetti nel televoto. 

Ne trassi, anche, una regola vagamente più sensata (sì, insomma: meno legata al mio ego): Sanremo si vince la sera delle cover. (Sono passati otto anni ma, ogni volta che ho scritto questa frase in un articolo, è arrivato qualche fulmine di guerra a spiegarmi che no, la finale è il sabato, mica la sera delle cover. Come l’umanità non si sia ancora estinta per incapacità di comprendere l’etichetta «non bere» sulla candeggina è un mistero misterioso). 

Gli Stadio avevano vinto scegliendo di rifare “La sera dei miracoli”, la canzone più brutta di quei quattro dischi in cui Dalla è Michelangelo ma comunque, ecco, uno scarabocchio di Michelangelo è meglio dei capolavori di certi altri. (Molte amiche mi toglieranno il saluto per ingiuria nei confronti d’una canzone che, porella, ha il solo limite di stare in un disco in cui tutte le altre sono meglio di lei; molti sconosciuti tenteranno di convincermi che quella minore sia “Siamo dèi”: dai, su, andate a fare il fantacalcio). 

Tra l’altro, in quel Sanremo lì ci fu anche la cover dell’altra canzone più bella del Novecento italiano, “Don Raffae’”. Ma Dalla era morto da meno di quattro anni, Gaetano Curreri era stato suo sodale tutta la vita, insomma c’era un punteggio legato al fattore sentimentale che rifare De André non ti dava. (Analogo punteggio sentimentale l’ha raccolto, in quest’edizione, Angelina Mango cantando una canzone del padre morto). 

Quello degli Stadio fu, per le ragioni sentimentali di cui sopra, l’unico rifacimento di Dalla che non liquidai come inaccettabile ancora prima di sentirlo. Non si può rifare Dalla, in linea di massima, così come non si può rifare Guccini. Specialmente, non si può rifare Dalla senza ironia, come ha fatto praticamente chiunque si sia azzardato a rifarlo in questi anni. 

Tuttavia, in questa serata di rifacimenti del Sanremo 2024, aspettavo con una certa indulgente curiosità Mahmood – mentre notavo che Dalla è meno morto di tanti viventi, è dappertutto. Che cos’è, Fiorello che fa la gag vestito da donna spiegando alla Cuccarini come gli hanno fermato la camicia, se non un’evocazione di «mi manca sempre l’elastico per tener su le mutande, cosicché le mutande al momento più bello mi vanno giù»? 

E intanto mi chiedevo quale fosse il modo meno insensato di scegliere che canzone rifare. Come ti devi regolare, la sera in cui non si fanno le canzoni in gara? Meglio prenderne una amatissima e rischiare di venire linciati dai piccoli fan della versione originale? Una minore e farsi dire apperò, l’ha migliorata? 

Una stramegafamosissima, da quel Sanremo pieno di canzoni moschicide che fu il 1981, una che Pupo ancora s’indispettisce se pensa che dopo averla scritta la diede ai Ricchi e poveri invece di tenersela per sé, insomma prendere “Sarà perché ti amo” e però farla in spagnolo, privandoci del diritto costituzionale di squarciagolarla? 

Una forestiera (che allora che festival della canzone italiana è, dov’è il governo protezionista, che lassismo) e straziarla col più brutto arrangiamento di sempre, roba da far prendere in considerazione a Leonard Cohen l’idea di risorgere per venire a darti due coppini?  

Meno peggio Sangiovanni (chiunque egli sia) che, con tre quarti d’ora di carriera all’attivo, fa una propria canzone e almeno non gli diciamo come ti sei permesso di toccare quelli bravi davvero? O meno peggio Rose Villain (chiunque ella sia) che fa andare lì la Nannini e il risultato è che ogni volta che canta lei un verso di “Sei nell’anima” dai divani sbraitiamo tutte che deve lasciar cantare la Gianna? 

Oppure bisogna scegliere sì un colosso delle nostre formazioni, ma uno di quelli che chissà perché non hanno la patina d’intoccabilità? “Notte prima degli esami” la sappiamo tutti quanto un qualsiasi pezzo di Dalla, ma mica dà fastidio che la faccia qualcuno che non sia Venditti, anzi: a casa cantiamo, all’Ariston sventolavano display luminosi in luogo di accendini. 

Al cui proposito. La serie con Sabrina Ferilli promossa giovedì, e lo spot in cui le coppie si baciano in Liguria, e ora pure la canzone da cui viene il suo film di maggior successo: chissà che indignazione, le femministe dell’Instagram, quando si accorgono che in questo Sanremo c’è quasi più Fausto Brizzi che Amadeus. 

Ma torniamo alle canzonette come destino. Chiunque abbia avuto l’età del sentimentalismo nell’ultimo quarto del Novecento si è strappata (ma forse pure strappato) i capelli per “Quando finisce un amore”. Siamo quindi contente di sentirla a Sanremo? Sì, però. Però quando Irama, chiunque egli sia, il verso «ma sai perfettamente che non ti servirebbe a niente» lo canta lui invece di lasciarlo a Cocciante, beh, è fastidioso come quando quegli altri disturbavano Umberto Tozzi mentre canta sempre quella storia che lei la chiama Gloria. 

È un po’ lo stesso fastidio di sapere che quella in cui si fanno le canzoni usate è una sera sola, poi tornano quelle nuove, ancora un’intera serata di trenta canzoni nuove, trenta canzoni di cui non so le parole, trenta canzoni che non mi fanno da madeleine: la mia idea di incubo. 

E sì, lo so che i cantanti hanno bisogno di sentirsi vivi e per ragioni bislacche ci si sentono solo facendo canzoni che non siano sempre le solite (non tutti hanno la sicurezza di sé di Billy Joel, che va avanti da decenni a riempire il Madison Square Garden con roba del Novecento, quel che una volta avremmo chiamato «il meglio di», senza mai degnarsi di scrivere un pezzo nuovo). 

È per quello che Fiorella Mannoia, dovendo fare una sé usata, ci nega “Come si cambia” e “I treni a vapore” e persino “Sally”, che è la più brutta delle sue canzoni belle ma l’avremmo comunque squarciagolata. L’unica ragione per cui la Mannoia fa una propria canzone del 2017 è che, appunto, è del 2017: non vuole dirsi e dirci che le cose migliori le ha fatte nel secolo scorso. 

Quel secolo lunghissimo in cui hanno fatto in tempo a esserci Ivano Fossati che arrangiava Luigi Tenco per Loredana Berté, Toto Cutugno che cantava di autoradio estraibili e un partigiano come presidente in maniera abbastanza eterna da farne poi l’inno proposto da Ghali in un secolo in cui di quel ritratto lì son rimasti solo gli spaghetti al dente, e pure Lucio Dalla che a un certo punto diceva sai che c’è, mi metto a scrivermi i testi, che ci vorrà mai, e se ne usciva con quel disco che oggi agli ascoltatori servirebbero i vocabolari.

E quindi, quando Mahmood tiene i linotipisti di “Come è profondo il mare”, avendo fiducia nei vocabolari del pubblico, ma poi, congruamente a un secolo che ha abolito l’ironia e a un Sanremo sotto dittatura degli stylist, taglia quella strofa pazzesca in cui un mistico, forse un aviatore, inventò la commozione, che rimise d’accordo tutti: i belli con i brutti, con qualche danno per i brutti che si videro consegnare un pezzo di specchio così da potersi guardare – ecco, a quel punto lì io penso che non me ne importa niente di chi vinca la serata: mica Michelangelo si mette a fare i concorsi di bellezza.