Si può fare di piùLe sanzioni non bastano a far cadere Putin, ma hanno ridotto pesantemente la crescita della Russia

I divieti imposti dagli Stati occidentali alle aziende russe non hanno fatto cessare la guerra, ma hanno ridotto drasticamente le entrate a disposizione del Cremlino per finanziare il suo sforzo bellico. Non è poco

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Arrivano nuove sanzioni per la Russia, anche collegate al Caso Navalny, e riprende il dibattito se funzionano o no. Christine Abely, Assistant Professor che insegna Contratti e Transazioni di Business Internazionale alla New England Law di Boston, al tema aveva dedicato un libro uscito per Cambridge University Press giusto il 21 dicembre. Una analisi dunque recentissima, ma rispetto alla quale di fronte al galoppare delle notizie e dei commenti ha sentito il bisogno di fare ulteriori osservazioni. «Le sanzioni russe hanno colpito duramente i proprietari di yacht. Ma hanno avuto un impatto anche sulle persone che viaggiano con mezzi più modesti», ricorda. «Nel febbraio 2022, i pendolari di Mosca si sono accalcati dietro i tornelli della metropolitana alla ricerca di monete quando è stato interrotto il loro accesso ad Apple e Google Pay». Nella sua analisi, le sanzioni e i controlli sulle esportazioni imposti in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 sono stati rapidi e radicali. Ci sono però evidenti buchi. «Da allora, parti chiave prodotte negli Stati Uniti, in Germania, Francia, Regno Unito, Corea del Sud e Giappone sono state trovate in droni, missili, radio e veicoli blindati russi». Lei stessa, dunque, riconosce la fondatezza della questione sul funzionamento delle sanzioni.

Effettivamente, ammette, i vantaggi ottenuti dalle sanzioni contro la Russia non sono stati così drammatici come alcuni avevano immaginato. «Ma ciò non significa che non valga la pena di attuarle e farle rispettare. Le sanzioni hanno ridotto la quantità di fondi a disposizione della Russia per combattere la sua guerra, esercitato pressioni sull’economia interna russa che potrebbe rendere la continuazione della guerra sempre più politicamente scomoda per il presidente Vladimir Putin e hanno contribuito a impedire alle nazioni sanzionatrici di finanziare esse stesse gli attacchi di Putin all’Ucraina. Sotto questi aspetti le sanzioni sono state effettivamente efficaci».

Però, «si può e si dovrebbe fare di più». Sia in termini di incremento delle attività di applicazione delle norme per migliorare l’efficacia delle sanzioni esistenti; sia in termini di nuovi obiettivi e nuove sanzioni secondarie. Ovviamente, nella valutazione pesano molto i risultati che si sperava di raggiungere. Certamente, le sanzioni non sono riusciti a far cessare la guerra, e neanche a far cadere Putin. Però sono servite nel ridurre la capacità di crescita a lungo termine della Russia e anche nel limitare risorse che sarebbero altrimenti disponibili per finanziare la guerra. 

Ad esempio, a dicembre, il capo economista delle sanzioni presso il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha evidenziato il calo delle importazioni ed esportazioni della Russia nel 2022 rispetto al 2021, nonché la contrazione dell’economia russa nel 2022. Le sanzioni hanno ridotto le entrate a disposizione della Russia per finanziare il suo sforzo bellico attraverso il congelamento di miliardi di dollari di proprietà della Banca Centrale russa e del Fondo patrimoniale nazionale e detenuti nelle nazioni sanzionate. La produzione militare russa continua, ma al costo di deviare risorse da altri settori, Da qui, negli ultimi mesi, una inflazione significativa. Anche Christine Abely ha citato il caso sintomatico del rincaro delle uova, riferito da Linkiesta.

A lungo termine le sanzioni sembrano avere un impatto anche sullo sviluppo dell’economia russa. Sebbene l’economia russa sia cresciuta nel 2023, l’amministratore delegato del Fondo monetario internazionale ha commentato il ruolo enorme che la produzione militare ha svolto nel guidare questa crescita, sottolineando al contempo le continue sfide economiche che la Russia deve affrontare a causa della carenza di manodopera e delle restrizioni tecnologiche. Anche gli investimenti diretti esteri sono diminuiti drasticamente dopo l’invasione. 

Secondo Christine Abely «ciò è dovuto, almeno in parte, alla presenza di sanzioni che pongono restrizioni su tali investimenti in Russia, e probabilmente anche all’azione volontaria intrapresa da attori privati. Con un calo così significativo degli investimenti esteri, sembra probabile che lo sviluppo economico a lungo termine della Russia cambierà la sua traiettoria. I controlli sulle esportazioni potrebbero anche privare l’industria russa della tecnologia più avanzata se articoli simili non possono essere acquistati da Cina, India o altre nazioni non sanzionate».

L’esperienza storica, osserva, mostra che le sanzioni generalmente non hanno successo nell’innescare da sole un cambiamento di regime su larga scala. Ma potrebbero costringere Putin a cercare una soluzione. Il limite di prezzo imposto sul petrolio greggio di origine russa soffre al momento di problemi di applicazione e può essere reso più efficace, poiché negli ultimi mesi è stato oggetto di una diffusa evasione. Insieme al divieto di importazione, in alcune delle nazioni sanzionate, il tetto dei prezzi vieta ai cittadini del G7 di fornire servizi associati al trasporto marittimo di petrolio greggio di origine russa superiori a sessanta dollari al barile. 

Piuttosto che un divieto assoluto sulla fornitura di tali servizi, il tetto massimo dei prezzi aveva lo scopo di consentire al petrolio di origine russa di continuare a rifornire il mercato mondiale, ma allo stesso tempo di ridurre le entrate che la Russia avrebbe accumulato come fonte di approvvigionamento. In effetti nelle sue fasi iniziali è riuscito a ridurre i ricavi derivanti dalle vendite del suo petrolio greggio. Ma adesso questo viene sempre più venduto a nazioni non sanzionate al di sopra del tetto massimo di prezzo: sia attraverso una violazione diretta; sia spostando l’acquisizione dei servizi di trasporto petrolifero a quelli forniti da cittadini non appartenenti al G7.

Ma la risposta dovrebbe essere quella di migliorare Il tetto massimo dei prezzi, piuttosto che di abolirlo. Le misure che possono contribuire a rafforzarne l’efficacia includono una maggiore applicazione delle norme e l’imposizione di sanzioni secondarie contro le parti che commerciano in modo significativo nel petrolio greggio russo. A dicembre, ad esempio, il G7 ha annunciato il proprio impegno a mantenere il tetto massimo dei prezzi attraverso «l’imposizione di sanzioni a coloro che sono coinvolti in pratiche ingannevoli» e «l’aggiornamento delle norme e dei regolamenti di conformità se necessario». A tal fine, gli Stati Uniti hanno annunciato revisioni del processo di tenuta dei registri volto a documentare il rispetto del tetto massimo di prezzo. 

Ma qui siamo entrati in pieno nel campo di competenze giuridiche di Christine Abely, secondo cui le misure sanzionatorie esistenti forniscono anche un quadro giuridico che può essere ulteriormente utilizzato e perfezionato per aumentarne l’efficacia. In particolare, la risposta coordinata alle sanzioni ha stimolato lo sviluppo di nuove autorità sanzionatorie dell’Unione europea che dovrebbero ora essere impiegate al massimo delle loro capacità. L’ottavo pacchetto di sanzioni dell’Unione Europea, ad esempio, consente all’Unione di sanzionare le persone che facilitano l’elusione delle sanzioni. 

Allo stesso modo, il suo undicesimo pacchetto di sanzioni contiene uno strumento antielusione che consente all’Unione Europea l’autorità di limitare la spedizione di merci verso paesi terzi che siano probabili siti di attività di elusione delle sanzioni, come il trasbordo. L’Unione Europea ha inoltre sviluppato nuove regole per consentire la criminalizzazione di comportamenti che violano i divieti di sanzioni, il che creerebbe maggiori effetti deterrenti e punitivi rispetto ai divieti di sanzioni esistenti. 

Il nuovo divieto dell’Unione Europea sui diamanti provenienti dalla Russia, nel dodicesimo pacchetto di sanzioni, vieta anche l’importazione di gioielli realizzati con diamanti di origine russa anche se lavorati in paesi terzi. Misure parallele se attuate in altri contesti, ad esempio rispetto ai prodotti petroliferi, ridurrebbero ulteriormente le entrate del Cremlino rendendo meno attraente per gli acquirenti provenienti da paesi non sanzionati l’acquisto di materie prime di origine russa.

Conclusione: «le sanzioni contro la Russia dovrebbero essere mantenute, rafforzate e meglio applicate. Le sanzioni secondarie svolgeranno probabilmente un ruolo sempre più importante nell’incentivare gli attori dei paesi non sanzionati a ridurre o eliminare gradualmente il loro sostegno allo sforzo bellico russo. Le sanzioni generalmente non possono, da sole, fermare un’invasione o rovesciare un despota. Ma possono ottenere, e hanno ottenuto rispetto alla Russia, contributi reali e significativi».

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