Il golpista e noiL’inconsistenza della politica italiana dopo le deliranti parole di Trump sulla Russia

Il candidato repubblicano ha detto che incoraggerebbe Putin ad aggredire i Paesi Nato riluttanti a portare al due per cento del Pil le spese per la difesa. Ancora deve farsi sentire una reazione all’altezza da parte di coloro che il 9 giugno ci chiederanno un voto per le europee

AP/Lapresse

Dopo le deliranti parole di Donald Trump sul destino della Nato, e soprattutto dei Paesi europei di fronte alle fauci del suo amico Vladimir Putin, sarebbe logico che la campagna elettorale per le Europee avesse uno dei principali focus proprio su questo destino. Ci aspettiamo come italiani ed europei di essere rassicurati in qualche modo dai leader dei partiti, innanzitutto da quelli che si candideranno in prima persona, aspirando a diventare protagonisti in Europa. Potrebbero dire qualcosa come «Amici, compagni, camerati, state tranquilli, non date retta al folle di Mar-a-Lago che ha detto di essere pronto a incoraggiare la Russia a fare quel diavolo che vuole dei Paesi della Nato riluttanti a portare al due per cento del Pil le spese per la difesa». Magari non proprio detto così, ma nella sostanza i nostri (spaventati) guerrieri dell’urna europea dovrebbero reagire in maniera diplomatica finché si vuole ma in maniera decisa.

No, non basta la reazione di Antonio Tajani. Il ministro degli Esteri ieri ha precisato di non voler interferire nella campagna elettorale americana: per fortuna poi ha aggiunto di non condividere il pensiero del «candidato Trump». Una presa di distanza tiepida, diversa da quella del presidente del Consiglio Europeo Charles Michel – «parole sconsiderate» – e della stessa rivale repubblicana, Nikki Haley (Trump ha preso le parti di un «delinquente»).

Aspettiamo con trepidazione quello che diranno le future candidate eccellenti Giorgia Meloni e Elly Schlein. Temiamo che l’atteggiamento comune sarà quello di tenersi alla larga dalla competizione statunitense. Non interferire, appunto. Anche perché grande è il timore che il candidato repubblicano ritorni alla Casa Bianca. Nessuno dei governanti dell’Unione europea vuole già uno scontro frontale. Limitandosi a ripetere il leitmotiv della necessità di avere una comune politica di difesa europea che sia parte integrante di una politica estera europea. Già questo obiettivo sarebbe un grande traguardo. Come lo sarebbe se in effetti quel due per cento del Pil venisse raggiunto dai singoli Stati (nel 2024 lo raggiungerà la Germania, mentre l’Italia forse nel 2028). Sono anni che Washington ce lo chiede, lo aveva sollecitato anche Barack Obama, ma nessuno dall’altra parte dell’Atlantico aveva sostenuto che altrimenti ce la saremmo dovuta vedere da soli fino a incoraggiare Putin a farsi avanti.

Una bestialità per giunta miope perché le implicazioni e gli effetti geopolitici, economici, finanziari sarebbero devastanti per tutto l’Occidente. A subirne i contraccolpi, pesantemente, sarebbero anche gli Stati Uniti. Ma il golpista pensa solo al confine con il Messico e continua una campagna elettorale che piace tanto ai nazionalisti filoputiniani e antiucraini d’Europa. Quelli che Dmitry Medvedev spera dilaghino nelle urne europee. Trump e Putin vogliono la frantumazione dell’Unione europea.

Ecco, vediamo come reagiranno i leader delle Cancellerie. Per quanto ci riguarda, non possiamo farci grandi illusioni su Schlein e Meloni che, per motivi diversi, non hanno la forza e il coraggio – nonché le risorse, per quanto riguarda il governo – di affrontare un vero e reale problema di sicurezza nazionale e continentale. La premier, in particolare, rischia di rimanere nel limbo ambiguo tra il passato trumpiano, l’esempio polacco (nel 2024 la spesa per la difesa supererà i centotredici miliardi di zloty polacchi, venticinque miliardi di euro, circa il tre per cento del Pil) e l’ambizione europeista.

In gioco c’è il nostro futuro, la libertà e la sovranità europea. Forse non è utile “interferire” nella campagna elettorale americana con reazioni schematiche e isteriche, mettersi contro un potenziale presidente degli Stati Uniti. Ci vuole tuttavia un minimo di decenza e orgoglio per non essere venduti a Putin. Un minimo di lungimiranza per evitare l’inverno delle autocrazie. Gli statisti scarseggiano in Europa, ma vogliamo vedere di che stoffa sono fatti coloro che verranno a chiederci il voto il 9 giugno.