Boots (not) on the groundL’intervento di truppe occidentali in Ucraina non è più un tabù (ma irrealizzabile per ora)

Anche se il segretario della Nato Soltenberg ha escluso un possibile coinvolgimento militare della alleanza atlantica nel breve periodo, le parole di Macron hanno fatto capire che è concreta la minaccia di una espansione russa a Ovest e che i leader europei stanno pensando a come prevenirla

LaPresse

Per l’Europa e la Nato questa doveva essere la settimana della Svezia, dopo che lunedì scorso il parlamento ungherese ha dato il via libera all’ingresso di Stoccolma nell’alleanzanza, al termine di un lungo stallo. Invece, la bandiera del trentaduesimo membro atlantico è stata oscurata dalle dichiarazioni del presidente francese Emmanuel Macron, che dal vertice di Parigi dedicato al futuro della guerra in Ucraina non ha escluso un intervento militare dell’Occidente per neutralizzare la minaccia russa. «Faremo tutto il necessario affinché la Russia non possa vincere la guerra», ha detto Macron ai giornalisti. Alla domanda se l’invio di truppe occidentali in Ucraina fosse un’opzione, Macron ha risposto che la questione è stata discussa. «Oggi non c’è un accordo sull’invio ufficiale di truppe sul terreno. Ma in termini di opzioni, non si può escludere nulla», ha aggiunto, senza fornire dettagli su quali Paesi stiano considerando questa mossa.

Lo scenario boots on the ground suggerito da Macron non ha raccolto però molti riscontri positivi, a cominciare dal primo ministro ceco Petr Fiala e dal premier polacco Donald Tusk, che dopo un colloquio con Fiala ha rimarcato: «Se tutti i Paesi dell’Ue fossero impegnati in Ucraina quanto Polonia e Cechia, allora probabilmente non avremmo bisogno di parlare di altre forme di aiuto». Anche il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha detto all’Associated Press che l’alleanza non ha in programma l’invio di truppe in Ucraina. La Nato tra l’altro fornisce a Kyjiv solo aiuti «non letali», come forniture mediche, uniformi e attrezzature invernali, mentre sono i singoli membri a farsi carico di armi e munizioni. Qualsiasi decisione dell’organizzazione di inviare truppe richiederebbe comunque il sostegno unanime di tutti i Paesi membri. 

Tra i presenti a Parigi c’era anche il primo ministro olandese Mark Rutte, il probabile candidato per prendere il posto di Stoltenberg alla guida dell’alleanza, che ha ridimensionato la questione, sottolineando come l’invio di truppe non sia stato al centro dei colloqui. Dall’altra parte dell’Atlantico, anche un funzionario della Casa Bianca ha dichiarato a Reuters che gli Stati Uniti non hanno intenzione di inviare uomini in Ucraina, così come non c’è l’intenzione di inviare un contingente Nato. Tanto è bastato però per scatenare la risposta del Cremlino, che ha bollato come «inevitabile» un conflitto aperto con l’Occidente qualora arrivassero forze Nato al fronte ucraino.

Forse il passaggio più forte delle dichiarazioni di Macron è quello in cui sostiene che «Molte persone che oggi dicono “mai, mai” sono le stesse che due anni fa dicevano “mai carri armati, mai aerei, mai missili a lungo raggio”…», riferendosi alla costante escalation del conflitto negli ultimi due anni; osservazioni che rispondono però anche all’agenda macroniana in tema di difesa, che vede nell’«autonomia strategica» europea il suo asse portante. Macron vorrebbe che le potenze europee, compreso il Regno Unito, pensassero in modo più strategico a come sostenere l’Ucraina nel caso in cui Donald Trump venisse eletto presidente degli Stati Uniti e si ritirasse dalla Nato o ponesse fine al sostegno militare a Kyjiv, che è già bloccato al Congresso statunitense dall’ostruzionismo repubblicano.

La svolta di Macron fa seguito anche alle richieste ucraine di aumentare il sostegno per arginare la crescente ondata di attacchi russi, che hanno visto Mosca guadagnare territorio nell’est del Paese dopo mesi di stallo. C’è poi sullo sfondo anche la sensazione che la Russia rappresenti una minaccia più ampia, non solo in Ucraina, e che potrebbe aggredire altri Paesi in Europa orientale, minacciando anche membri Nato. In questo senso, il G7 di Kyjiv andato in scena in questi giorni, a due anni dall’aggressione russa, ha mostrato la convinzione degli alleati occidentali sul tema.

Macron ha dato voce a queste preoccupazioni, espresse in questi giorni anche dalla premier danese Mette Frederiksen, potenziale erede di Charles Michel alla guida del Consiglio europeo, che al Financial Times ha definito l’Europa un continente «ingenuo», che deve evitare gli errori degli anni Trenta e «potenziare» l’industria della difesa. In generale, sempre più governi dell’Ue temono che a breve possano essere attaccate Moldavia o Georgia, o addirittura i Paesi baltici. Tuttavia, non è ancora chiaro fino a che punto l’Europa sia in grado di sostituire gli Stati Uniti, nella peggiore delle ipotesi, come garante della sicurezza ucraina. L’Istituto di Kiel ha reso noto che i membri e le istituzioni dell’Ue hanno finora stanziato solo metà dei centocinquanta miliardi di dollari promessi: in particolare, il tema dei rifornimenti di munizioni e armi è stato al centro dell’attenzione sia al vertice di Parigi che al G7 di Kyjiv.

Secondo Macron è quindi il momento di un «salto» da parte dell’Occidente nel suo approccio che «tenga conto della trasformazione della minaccia da un punto di vista militare e strategico». Il possibile intervento sembra però piuttosto vago per ora: si è parlato di un invio di truppe su base «bilaterale» da parte dei singoli membri, che svincolerebbe in un certo senso l’alleanza da responsabilità collettive ed eviterebbe l’ingresso del blocco in modo compatto; potrebbe arrivare sulla scia dei accordi bilaterali di difesa firmati da vari Paesi con Kyjiv nelle ultime settimane, anche durante il G7. Allo stesso tempo, la questione solleva grandi dubbi: a che titolo i Paesi andrebbero al fronte? Con quali finalità? Queste missioni potrebbero favorire il cessate il fuoco o provocare incidenti con Mosca e allargare il conflitto?

Non è la prima volta che Macron si lancia in osservazioni di politica estera che turbano le cancellerie europee e gli analisti globali: quasi un anno fa aveva promosso la sua disinteressata versione di «autonomia strategica» europea riguardo a Taiwan e agli Stati Uniti, di cui si era parlato per giorni. Nonostante questo, forse gli elementi più rilevanti che emergono dalle osservazioni di Macron sono due: ha ufficializzato una convinzione diffusa, secondo cui la Russia sarebbe pronta a estendere la sua aggressione verso Ovest, e ha certificato la volontà ferrea dell’Occidente di arginare la minaccia del Cremlino a ogni costo. 

Nonostante si tratti di considerazioni già sentite in questi mesi, la loro collocazione in questo contesto geopolitico e in questa fase del conflitto in Ucraina le rende particolarmente significative, soprattutto per bocca del leader francese. Macron è stato piuttosto aperto al dialogo con Mosca nelle prime fasi del conflitto e questa retromarcia è quanto mai sintomatica dell’evoluzione strategica anche in Europa occidentale.

La pericolosa tenacia russa al fronte, il possibile ritorno di Trump alla Casa Bianca e le tensioni in Medio Oriente avrebbero potuto scoraggiare o indebolire i propositi occidentali a sostegno di Kyjiv: la sensazione, però, è che l’alleanza sia più solida che mai. Steven Erlanger, che da due anni racconta i Paesi scandinavi e la loro evoluzione strategica, ha scritto sul New York Times che «la Nato che accoglie la Svezia è più grande e più determinata» rispetto al passato. Adesso, sulla scia di quanto stabilito dal G7 in Ucraina, non resta che alzare il tiro per quanto riguarda le sanzioni alla Russia e i rifornimenti di munizioni e armi alle truppe ucraine.

 

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