Spontaneità grezzaL’art brut in aperta campagna e gli insegnamenti di Jean Dubuffet

La Closerie Falbala è un giardino in resina per adulti e bambini da visitare a Périgny-sur-Yerres, in complemento alla mostra che – il 14 marzo – inaugura nel sesto arrondissement della capitale francese. Un omaggio ai cinquant’anni di attività della fondazione voluta dal padre del movimento artistico grezzo e genuino per eccellenza

Courtesy of Fondation Dubuffet

Ogni grande opera contiene un pizzico di follia. La Closerie Falbala non fa eccezione. Jean Dubuffet (1901-1985) la fece erigere a settant’anni su un terreno di 1.610 m2 a Périgny-sur-Yerres, a una trentina di chilometri a sud-est di Parigi. Basta una visita guidata – esclusivamente su prenotazione – un sabato mattina in questo posto un po’ desueto per immergersi nell’atmosfera inverosimile che, ancora oggi, permea la Fondation Dubuffet, a cinquant’anni dalla sua creazione.

Testamento di art brut a cielo aperto, la Closerie Falbala è una delle sue realizzazioni più strabilianti: un giardino in resina recintato, alto fino a otto metri – monumento classificato dal 1998 – dove lasciarsi trasportare dai volumi spropositati, nascondersi e sbirciare il paesaggio circostante prima di dirigersi verso la costruzione centrale. Una sorta di grotta dai muri e i pavimenti torti, dipinti con i tratti inconfondibili dell’arte grezza al suo interno, racchiude il Cabinet logologique, una stanzetta dove Dubuffet si raccoglieva, dedicandosi ai propri esercizi filosofici. 

Per decorarlo, si lasciò ispirare da lunghe telefonate durante le quali scarabocchiava tutte le forme che l’inconscio gli suggeriva su pezzi di carta con penne bic rosse, blu o nere, in seguito trasposte su supporti in polistirolo. Osservando l’Hourloupe, questo ciclo di opere realizzato tra il 1962 e il 1974, l’esperienza si fa quasi mistica. Come lui, vorremmo contemplare per ore il «carattere illusorio del reale», cercando di identificare la sagoma di una scarpa, un’auto, un lembo di corpo o «ogni sorta di oggetto che si fa, rifà e disfa»; un po’ come quando lo sguardo rincorre le nuvole.

Courtesy of Fondation Dubuffet

Abbandonata la penombra, all’esterno la luce riflessa sulle pareti bianche a tratti neri stordisce. L’esplorazione di questo sito dalla spontaneità ludica, dove Dubuffet scelse di riunire le proprie opere, continua. Eterno ricercatore di autenticità e insaziabile curioso, sosteneva che il miglior modo per carpire un artista fosse fruire l’insieme dei suoi lavori, e non un dipinto isolato. Attratto dalle manifestazioni grafiche dei popoli primitivi, dalla produzione spontanea degli artisti di strada, dei graffitari, dall’istinto dei bambini e dei pazzi, nel corso della sua carriera Jean Dubuffet si fece tentare da più sentieri creativi. La pittura, certo, ma anche scultura, musica, architettura, letteratura, pittura, teatro e arti visive. La fondazione di Périgny è un vivido esempio che esprime il suo pensiero a tutto tondo.

Costruito nel 1981, un edificio austero con pareti bianco sporco ospita alcuni dei suoi dipinti e gli elementi dello spettacolo teatrale Coucou Bazar. Si tratta di una collezione di pesanti costumi tra i venti e i quaranta chilogrammi – portati in scena da danzatori al Grand Palais di Parigi, al Guggenheim di New York nel 1973 e a Torino nel 1978 – che si muovevano al ritmo di musiche concettuali composte appositamente per l’occasione. Per il giardino sono disseminate qua e là progetti di sculture in scala ridotta, come un arco ritrovato alla Défense o il gruppo di quattro alberi che troneggiano sulla Chase Manhattan Plaza a New York.

Nato nel 1901, colui che in una prima vita si dedicò al commercio di vini, si consacrò alla pittura già maturo, stringendo amicizie artistiche con poeti quali Georges Limbour, Raymond Queneau e Jean Paulhan. Proprio queste frequentazioni gli varranno l’attributo di «artigiano tanto delle parole quanto delle immagini», e lo porteranno a un sistematico rifiuto delle idee alla moda. Nel 1945 Dubuffet intraprese uno studio ambizioso che lo condusse in Svizzera. Tra medici e artisti, scrittori e intellettuali, cercava le tracce di un’arte non tradizionalmente intesa. Si scontrò con un’arte grezza, marginale, spinta da gesti impulsivi; quella che ha origine nella solitudine delle carceri e degli ospedali psichiatrici. 

Courtesy of Fondation Dubuffet

Da sempre all’ascolto dell’inaspettato, si interessò ad artisti che non sapevano nemmeno di esserlo, osservando minuziosamente il gesto di bambini, folli, senza tetto e carcerati. Era l’inizio dell’avventura di quella che lui stesso battezzò «art brut». Ne sarà il primo collezionista e nel 1976 ne farà dono alla città di Losanna, un omaggio al paese che lo aveva sostenuto in una ricerca inconsueta per l’epoca.

L’obiettivo ultimo di Dubuffet era di garantire un futuro ai propri progetti. Preoccupato per il destino della fondazione, ebbe la brillante idea di dotarla di tutte le sue maquette architettoniche e progetti di monumenti, così da consentirne la realizzazione per istituzioni, enti pubblici o collezioni private anche dopo la sua scomparsa, grazie alla mediazione della galleria newyorkese Pace Gallery. 

Courtesy of Fondation Dubuffet

Oggi, le trasposizioni da modellini a sculture monumentali non si fanno più negli atelier di Périgny-sur-Yerres, convertiti in sale per le esposizioni, ma continuano ad essere realizzate su controllo della Fondazione che supervisiona ogni fase della produzione, dal moulage della maquette all’installazione sul sito. I ricavi costituiscono la principale fonte di sussistenza della fondazione.

Il sito di Périgny-sur-Yerres chiuderà per lavori a fine 2024 ma non è l’unico lascito di Dubuffet. Il segretariato della fondazione ha sede nel sesto arrondissement di Parigi. È qui che il 14 marzo si inaugura una mostra in occasione dei cinquant’anni di attività della fondazione. In Italia, gli appassionati di quest’arte grezza e spontanea possono recarsi al SIC 12 di Roma, uno spazio permanente curato da Gustavo Giacosa e Fausto Ferraiuolo, massimi esperti in materia e iniziatori di dialoghi stimolanti che si divertono a tessere tra l’art brut di ieri, oggi e domani. 

Come ricordava il maestro, «la vera arte è dove nessuno se lo aspetta, dove nessuno ci pensa né pronuncia il suo nome», perché «l’arte è soprattutto visione e la visione, molte volte, non ha nulla in comune né con l’intelligenza, né con la logica delle idee».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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