Gli americani si vestono come gli pare. Se accantonassimo per un momento la nostra passione nazionale per la moda e lo stile, peraltro forse più sbandierata che praticata, potremmo considerarla una qualità ammirevole, tra molte altre loro caratteristiche che invece non capiamo – oppure che capiamo, e ci fanno inorridire. I giornali scandalistici ci hanno abituati a servizi fotografici che mostrano le star di Hollywood in condizioni pietose mentre scendono dalla macchina o spingono il carrello della spesa. Contano sulla nostra reazione scandalizzata, «ma hai visto come si è ridotto», «era così bella in quel film», «non l’avevo riconosciuto», «guarda che capelli!». Siamo fuori strada.
Quella storia che ci raccontiamo spesso sull’importanza di essere noi stessi, di non sentirci obbligati a adeguarci a un modello stabilito da qualcun altro, di anteporre il nostro benessere al giudizio altrui… ecco, da quelle parti la praticano per davvero. Negli Stati Uniti non c’è niente di particolarmente bizzarro in una donna in coda da Starbucks con le pantofole, o in un uomo che gira per negozi indossando uno di quei vecchi e comodissimi maglioni sdruciti da domenica pomeriggio sul divano. Se gli gira, gli americani si presentano a cena dagli amici con le infradito, pur trovandosi magari a qualche migliaio di chilometri dalla spiaggia. Il sabato si mettono in macchina e vanno a fare la spesa in pigiama. Nelle occasioni eleganti indossano abiti improbabili e sempre della taglia sbagliata. E quello che vale per l’abbigliamento vale per quasi tutto il resto. Who cares, cosa importa?, si chiedono. Sono americani: il mondo non li spaventa. O meglio, il mondo li spaventa, certo che li spaventa: lo vediamo bene anche noi, guardandoli da fuori. Ma loro tirano dritto, come se non se ne rendessero conto.
Abbiamo una certa familiarità con il nazionalismo statunitense, la mano sul cuore durante l’inno nazionale, le bandiere in giardino, la scritta «In God We Trust» sui dollari e il giuramento di fedeltà alla patria recitato a scuola ogni mattina. Tutto ci sembra sopra le righe. La loro aggressività infantile ci inquieta. Il loro atteggiamento spaccone ci respinge. Ci capita persino di provare uno strano imbarazzo quando li osserviamo descriversi e sentirsi speciali, il popolo eletto, la guida del mondo libero, un faro di speranza, una città splendente sulla collina: tutte espressioni che gli americani usano di frequente e senza ironia per parlare della loro nazione. Ci sembra mitomania, oppure propaganda, ma quello di cui non siamo consapevoli è che i primi bersagli di questa propaganda sono gli americani stessi: e quindi che il principale obiettivo e risultato di questi sforzi non sia convincere noi, il mondo fuori, della loro eccezionalità, bensì convincere se stessi. E sapete che c’è? Vero o falso che sia, funziona. Ci credono, quindi ogni tanto ci riescono.
Lo stiamo vedendo ancora una volta in questi anni. A fronte della nota narrazione sul loro declino, infatti, negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno allargato la forza lavoro come non era mai accaduto prima, e il tasso di disoccupazione è sceso ai livelli più bassi degli ultimi cinquant’anni. La loro economia è cresciuta con tassi vicini al cinque per cento l’anno, abbattendo l’inflazione molto prima del resto dell’Occidente e facendo crescere gli stipendi più dell’inflazione; e lo hanno fatto mentre tagliavano le emissioni inquinanti. Hanno innescato una nuova rinascita industriale, hanno deciso il più grande investimento pubblico di sempre contro il cambiamento climatico, hanno abbracciato le energie rinnovabili con una rapidità che ha stupito gli esperti mentre, contemporaneamente, diventavano esportatori netti di petrolio: stanno cambiando, con grande rapidità, sotto i nostri occhi.
Le loro alleanze politiche e militari sono più salde che in qualsiasi altro momento degli ultimi vent’anni, mentre la Nato, data a lungo per moribonda, è stata resuscitata e allargata. Intanto la rivale del secolo, la Cina, affronta la crisi economica più grave degli ultimi decenni e rinuncia al sogno del tanto atteso sorpasso, ripiegandosi su se stessa fra grandi incertezze e timori. Quante cose sono cambiate in pochi anni. Nonostante le battute d’arresto e gli eventi traumatici non siano mancati, e tanti dei problemi del paese siano ancora lontani dall’essere risolti – ne parleremo –, questa accelerazione sorprendente si spiega con l’esistenza di un paese che vediamo meno, ma c’è e c’è sempre stato, e sa reagire ai danni che infligge a se stesso.
Un paese profondo, ma non nel senso di bigotto: profondo proprio in quanto sotterraneo, nascosto agli sguardi dei turisti e tuttavia in bella vista, lontano dalle attenzioni dei media internazionali, dalla litigiosità della politica e dalla polemica perpetua dei social media, costruito sulle relazioni dirette tra le persone e sui loro valori comuni, su tutti il culto della libertà, dell’identità, dell’efficienza, del denaro. In ogni momento e in ogni luogo che gli appartenga, gli Stati Uniti sono coinvolti da una miriade di fenomeni, alcuni piccolissimi e altri giganteschi, che cambiano il paese in modi anche piuttosto radicali: invenzioni, progetti, culture e sottoculture, idee, investimenti, volontariato, raccolte fondi, attivismi, studi, lotte. Di solito ce ne accorgiamo a cose fatte, quando inevitabilmente rotolano dalle nostre parti.
Ispirate da un atteggiamento culturale che non conosce la modestia e non ha paura di bruciare le navi una volta arrivate in porto, le persone statunitensi sono gli animali sociali e imprenditoriali per eccellenza: quelli che sanno giocare meglio al gioco del capitalismo, che ci piacciano o no le sue regole. A completare un quadro che diventa più spiazzante man mano che ci avviciniamo osservandoli, tutto viene tenuto insieme da un senso di comunità fortissimo, anche e soprattutto negli angoli più isolati e rurali, malgrado i luoghi comuni. Spesso è la prima cosa a colpire gli italiani che si trasferiscono oltreoceano, soprattutto se evitano le metropoli feroci come New York, San Francisco o Los Angeles.
Eppure l’aria è sempre elettrica, e tutti hanno la sensazione di ballare sul famoso orlo del precipizio. Il benessere economico senza precedenti di questi anni ha raggiunto anche e soprattutto i gruppi sociali più marginalizzati, ma non ha attenuato le tensioni. La radicalizzazione non si è arrestata e coinvolge ormai specularmente sia la destra sia la sinistra. Le differenze culturali fra conservatori e progressisti si sono allargate, così come quelle tra le città e la provincia.
La paralisi della politica sui temi dal maggior valore identitario e simbolico ha congegnato dei generatori perpetui di sofferenza, come l’immigrazione e le armi. La presa di coscienza collettiva sulla pervasività del razzismo seguita all’omicidio di George Floyd ha cambiato molte cose, ma ha anche esacerbato nervosismi e intolleranze, invece che mitigarle. Le donne, poi, hanno addirittura perso il diritto a interrompere una gravidanza. E c’è un ex presidente che ha cercato in ogni modo di restare al potere dopo la sconfitta, anche facendo ricorso alla violenza, che deve rispondere di novantuno gravi capi d’accusa e che nonostante questo – o proprio per questo? – viene venerato da un’agguerrita minoranza della popolazione, che lo tratta più come un messia che come un leader politico.
La più grande e influente superpotenza del pianeta, l’unica nazione mai costruita sulla sistematica mescolanza di popoli e culture diverse, sta attraversando un momento affascinante e contraddittorio, molto raccontato e poco compreso, per certi versi unico nella sua vicenda nazionale. Com’è possibile che queste cose accadano insieme, nello stesso posto? Cos’hanno in testa gli americani? In che modo guardano a se stessi e al mondo? Cosa vogliono dal presente e dal futuro?
