Comunismo a Times SquareIl nuovo libro di Giada Biaggi inquadra l’ultima illusione collettiva dei millennial

Il secondo romanzo della stand up comedian si incastra alla perfezione con il racconto moderno, dove cercano di incontrarsi e risolversi traumi, tic, manie e debolezze create apposta per rispondere al bisogno primordiale di essere amati

cover “Comunismo a Times Square”, Feltrinelli, 2024

Il regista newyorkese John si innamora di Agata, hostess di Emirates con un passato da attrice teatrale. Il finale sarebbe semplice e scontato se non ci fosse di mezzo Walther, con il quale Agata ha avuto una lunga relazione “on e off” sulla quale non si è decisa a mettere la parola fine. Quella di “Comunismo a Times Square”, secondo libro della stand up comedian Giada Biaggi, sembra una storia che sarebbe troppo facile derubricare a chick-lit (letteratura femminile), ma che in realtà è un racconto generazionale ambientato nel primo decennio degli anni zero.

Il racconto dell’ultima illusione collettiva dei millennial, degli anni nei quali in cima alle classifiche c’è stato, per l’ultima volta, il rock – con gli Strokes, gli Interpol e i Libertines di Pete Doherty accoppiato con la musa Kate Moss – è anche l’occasione per parlare di ideali sacrificati sull’altare del capitalismo, di promesse generazionali infrante, di rapporti familiari irrisolti e della crisi del maschio moderno (anche se pure le trentenni di oggi, allora ventenni, non se la passano granché). Un esperimento eccezionale nel panorama italiano, reso possibile da un’autrice laureata in filosofia capace di dispensare citazioni di Marcuse e riflessioni sull’estetica del male incarnata da Magda Goebbels, nel mentre si pranza da Balthazar a New York o si spilucca una torta sacher a Vienna. Concluso il capitolo milanese del primo libro, “Il bikini di Sylvia Plath” – «mi sembrava di aver detto tutto quello che era possibile raccontare su Milano», dice l’autrice durante la presentazione del suo libro a Firenze –, il centro dell’azione si sposta, appunto, tra Vienna, Berlino, Roma e New York, complice il lavoro di hostess della protagonista.

Senza svelare troppo della trama, il côté autobiografico – la mancanza, la perdita del padre che l’autrice ha perso la scorsa estate, ammette di fronte agli ospiti fiorentini – si incastra alla perfezione in un racconto moderno nel quale cercano di incontrarsi e risolversi traumi e tic, manie e debolezze create ad hoc per rispondere al bisogno primordiale di essere amati. Una struttura divisa per atti, ispirata alle “Particelle elementari” di Michel Houllebecq, l’obiettivo dichiarato è anche quello di regalare una tridimensionalità e uno spessore al femminile, che spesso «nei libri dei grandi autori, da Houllebecq a Philip Roth, è stereotipato e limitante», racconta Biaggi, che nonostante abbia ambientato il romanzo in un momento nel quale i social come Instagram e le app di messaggistica non erano pervasive come oggi (Whatsapp nasce nel 2009) ama rispondere alle domande tramite lunghi vocali.

E però il problema sollevato dall’autrice è estremamente contemporaneo, se si pensa al complex female character, topos cinematografico e letterario che, in tempi di parità di rappresentazione, grazie anche ad autrici femminili, sembra aver trovato nuova linfa vitale (e successo presso il pubblico, se si pensa a “Fleabag” di Phoebe Waller Bridge o ad Hannah Horvath e sodali in “Girls”). A conferma di questo interesse, per il lancio del precedente libro dove la protagonista era sempre una lei assai sfaccettata, l’autrice aveva lanciato una collaborazione con il brand di abbigliamento Melampo, producendo una felpa con la scritta “complex female character”.

Giada Biaggi, photo by Matteo Gerbaudo

In questa nuova fatica letteraria, però, il punto di vista, non è più solo quello femminile, con l’autrice che cerca di raccontare anche elucubrazioni e cahiers de doléances dell’altra metà del cielo. L’obiettivo dichiarato, per il prossimo libro è «adottare il punto di vista di lui, così come ha fatto Dolly Alderton nel suo ultimo libro “Avete presente l’amore”?». E sconfessando chi pensa che il secondo libro sia più difficile del primo, Biaggi spiega: «Per me è vitale inventarmi storie per non vivere completamente la vita, dal mio punto di vista personale la letteratura evade dalla realtà anche quando ci sono degli spunti autobiografici. In questo senso mi viene sempre abbastanza facile scrivere, e per “Comunismo a Times Square” non mi sono neanche schermata con l’ironia come faccio di solito, quindi l’ho trovato anche liberatorio».

Un modus operandi e una presenza, quella di Biaggi, che rappresentano un unicum nel panorama nazionale: se all’estero è storicamente apprezzato, accettato e culturalmente riconosciuto l’autore che vive una certa high society, a meno di non tradirla mai, come invece fece Truman Capote con i suoi cigni (un suicidio sociale inspiegabile che oggi Ryan Murphy ha trasformato in una serie televisiva), in Italia la frequentazione di passerelle ed opening, cocktail e party, con la nuova borsa di Gucci al braccio, è vista incontrovertibilmente come segnale di decadimento morale, tanto più se l’autrice in questione è alta, bionda e perfettamente rispondente ai canoni estetici occidentali.

Laddove autrici neo trentenni come Coco Mellors o Dolly Alderton firmano contratti per i diritti cinematografici dei loro libri, in Italia, dopo Arbasino che frequentava sartorie napoletane per i completi su misura con i quali si presentava al cospetto di principesse e primi ministri (e però ne demistificava i nomi e gli altarini, come nel suo magnum opus “Fratelli d’Italia”) esiste un vuoto. «Dopo la laurea in filosofia mi sono appassionata alla stand-up comedy americana», spiega Biaggi «e in quell’ambito ci sono donne e autrici validate come serie professioniste e però regolarmente invitate al Met Gala, tipo la mia preferita, Chloe Fineman, nella squadra del Saturday Night Live. La scrittura comica in Italia, invece, non ha mai avuto una legittimazione intellettuale: abbiamo avuto degli anni d’oro con Nanni Moretti, Walter Fontana, anche un certo Walter Siti, ma poi con il berlusconismo quel tipo di approccio alla risata è stato fagocitato da contenitori come Zelig».

Questo non sembra però essere un cruccio per Biaggi, che è ora impegnata nel tour letterario in giro per lo stivale, sconfessando uno alla volta gli stereotipi che vogliono la letteratura millennial come spesso incastrata in ambiziosi bildungsroman dal sapore democristiano ambientati durante la guerra o in realtà provinciali costantemente degradate, con storie che sono alla disperata ricerca del successo che ebbe qualche anno fa “L’amica geniale” di Elena Ferrante. Un’eccezione, “Comunismo a Times Square”, libro puntellato di riferimenti e easter eggs, che i millennial, come la gen Z – oggi nel pieno momento revival dell’indie sleaze – non potranno che apprezzare, fosse anche solo per tirare un sospiro di (ironico) sollievo.

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