Numerose previsioni, analisi e retroscena si sono affastellati in questi giorni attorno alle prossime mosse di Giorgia Meloni, a partire dalla scelta di candidarsi alle elezioni europee e di annunciarlo in un comizio a Pescara, il 21 aprile, a urne ancora aperte (in Basilicata). Giustamente, i giornali si sono concentrati sulla sostanza. Dando per scontata la candidatura del leader di Forza Italia, Antonio Tajani, la scelta di Meloni finirebbe per mettere in una posizione ancora più difficile Matteo Salvini, che di candidarsi non ha nessuna intenzione, e che per questo pare abbia più volte scongiurato la presidente del Consiglio di ripensarci. Il fatto che Meloni, almeno a quanto risulta fin qui, non solo non ci abbia ripensato, ma si appresterebbe ad annunciare la sua corsa in un bel comizio a urne aperte, non pone solo un problema di rispetto del silenzio elettorale di cui vedremo quanto i mezzi di comunicazione terranno conto, ma anche un tema di rispetto degli alleati. Si rafforza insomma l’impressione che Meloni e tutto il suo partito non si accontentino di vincere, in coalizione e all’interno di un normale sistema di pesi e contrappesi, ma vogliano sempre stravincere, fare cappotto, spezzando le reni ad alleati riluttanti e a qualsiasi autorità terza si metta di mezzo.
Ne abbiamo avuto un assaggio recentemente con i folli attacchi all’opposizione, accusata addirittura di fomentare gli scontri di piazza, dopo i fatti di Pisa, ma soprattutto con i ripetuti e inequivocabili messaggi inviati al Capo dello stato, proprio su questo terreno, dopo che Sergio Mattarella aveva stigmatizzato le manganellate. Come ci hanno (involontariamente?) ricordato, qualche giorno fa, le parole dell’assessore Romano La Russa, fratello del presidente del Senato, rivolte all’opposizione nel Consiglio regionale della Lombardia (a proposito degli studenti di Pisa che sarebbero «le avanguardie di quelli che arrivano, come facevano i vostri nonni, con le spranghe in mano»). Seguito poi dal ministro Francesco Lollobrigida, cognato della presidente del Consiglio, secondo il quale «la tolleranza del passato verso questi episodi» (qui il riferimento era agli studenti della Federico II che hanno impedito di parlare al direttore di Repubblica, Maurizio Molinari) avrebbe addirittura «portato al terrorismo». È difficile non vedere in tutto questo la scelta netta e consapevole di alzare i toni dello scontro.
Non si tratta solo di polarizzare la campagna per le europee, sempre a danno degli alleati e in particolare di Salvini. C’è un dato politico-culturale di fondo, e anche un pericolo, se guardiamo alla riforma costituzionale del premierato (vero motivo dello scontro con Mattarella). C’è soprattutto uno schema di gioco fondato sempre e comunque sul bisogno di un nemico assoluto al quale attribuire la colpa di tutti i propri insuccessi e contro il quale mobilitare e rimotivare i propri sostenitori, con quel tipico miscuglio di vittimismo e aggressività, complessi d’inferiorità e manie di grandezza che trasuda da ogni dichiarazione della presidente del Consiglio. E poi c’è anche quel dettaglio, sicuramente casuale, che il giorno scelto per il grande annuncio della sua candidatura, il 21 aprile, coincida con il cosiddetto «Natale di Roma», prima festività introdotta dal fascismo. Di questo passo, chissà che non ci tocchi celebrare pure il Natale di Giorgia.
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