We Are The World Elogio di una biologia marina autoctona

Una studiosa srilankese spiega perché conviene a tutti che la scienza che si occupa di salvaguardare i mari diventi più inclusiva nei confronti dei ricercatori che vivono nei Paesi tropicali. Solo così, infatti, sarà possibile trovare delle soluzioni efficaci per gestire il cambiamento climatico

AP/Lapresse

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Sono una donna di colore dell’Asia meridionale e vivo e lavoro come biologa marina nel Sud del mondo. Faccio anche parte della maggioranza tropicale – e cioè degli 1,59 miliardi di persone che dipendono dagli oceani e vivono in Paesi tropicali a basso e medio reddito.

A causa del mio background, ho dovuto affrontare innumerevoli sfide che non avrei dovuto essere costretta ad affrontare per vedere riconosciute le mie capacità e per ottenere un posto al tavolo delle decisioni, nonostante mi fossi laureata nelle migliori università, avessi condotto delle ricerche pionieristiche sull’oceano e i suoi abitanti e avessi ottenuto dei riconoscimenti locali e globali per i miei sforzi.

So che le opportunità che ho avuto e che continuo ad avere sono ben poca cosa rispetto a quelle che avrei avuto e che avrei se venissi dal Nord globale, mentre i pregiudizi che ho affrontato e che continuo ad affrontare sono molti di più.

Le cose che vengono date per scontate quando si parla di una persona di colore proveniente dal Sud globale – si ritiene, ad esempio, che non abbiamo le conoscenze, il know-how e l’interesse per partecipare alla conservazione dell’ambiente marino – hanno sempre fatto sì che alle persone come me fosse impedito di partecipare agli sforzi per cambiare la traiettoria futura del nostro oceano. Ma sono proprio il nostro background e il nostro impegno per il posto in cui viviamo a renderci fondamentali per
questo processo.

Quest’anno il mondo ha vissuto l’estate più calda mai registrata, sia in acqua sia sulla terraferma. A metà luglio, la temperatura media giornaliera della superficie del mare ha raggiunto il record di 20,96 gradi, mentre nelle acque al largo della Florida è stata registrata una temperatura senza precedenti di trentotto gradi, due in più rispetto ai tipici picchi stagionali. In molte aree si sono verificate delle ondate di calore marino: immaginatevi il calore incredibilmente intenso di un incendio boschivo, ma sott’acqua.

Nella storia del nostro rapporto con l’oceano ci troviamo a un punto di svolta cruciale: di esso sappiamo più cose che mai e sappiamo anche che, se non ci saranno cambiamenti significativi, il suo futuro si prospetta fosco e anche il nostro. Oggi, sul nostro pianeta, noi esseri umani abbiamo le capacità per fare i cambiamenti necessari prima che sia troppo tardi. E, allora, che cosa ci impedisce di farlo? Una notevole mancanza di equità e di inclusività nel campo della biologia marina.

La mia carriera è iniziata quando ho scoperto che la popolazione di balenottere azzurre che vive intorno alla mia isola natale trascorre tutto il tempo al caldo dei tropici. Questo comportamento è diverso da quello di altre popolazioni di balenottere azzurre, che migrano annualmente tra le zone di alimentazione che si trovano in acque fredde e le zone di riproduzione e di parto che si trovano in acque calde. Quando ho chiesto un sostegno per costruire un progetto a lungo termine di ricerca su queste balene, gli esperti del Nord globale hanno tentato di portare le loro équipe per svolgere la ricerca. La loro decisione si basava sul presupposto che io, una persona del Sud globale, non fossi in grado di condurre delle ricerche nel mio cortile di casa.

Vent’anni dopo, la mia ricerca ha cambiato la nostra comprensione del ruolo degli ecosistemi tropicali nella vita del più grande animale che abbia mai vagato sul nostro pianeta e ha svelato qual è la minaccia più significativa per questa popolazione dalle caratteristiche uniche: l’impatto con le navi.

La biologia marina è stata a lungo un campo in cui era difficile penetrare a causa degli alti costi di partecipazione, della necessità di infrastrutture specializzate e del ritardo nello sviluppo delle capacità tecniche che si registrava nel Sud globale e che era stato in parte causato da decenni di «scienza paracadutata» (ovvero colonialista) che coglieva le opportunità piuttosto che crearle. I ricercatori provenienti dall’estero arrivavano in Paesi come il mio, conducevano le loro ricerche e se ne andavano senza investire nella popolazione o nelle infrastrutture locali. Questo atteggiamento si traduce in collaborazioni inique che utilizzano le popolazioni locali e indigene senza attribuire loro alcun riconoscimento né alcun credito.

Così si perpetuano false supposizioni sull’incapacità delle équipe locali e spesso si ostacolano gli sforzi di conservazione messi in atto dagli abitanti del posto. I progetti di ricerca sono guidati dalle convinzioni, dalle motivazioni e dalle esigenze personali di chi arriva da fuori e questo conduce inevitabilmente a dinamiche di potere sfavorevoli agli studiosi del posto.

Certo, in passato, quei team di scienziati che venivano paracadutati nel Sud del mondo ed erano composti secondo criteri non inclusivi (cosa che li rendeva sbilanciati e poco diversificati) hanno permesso di fare dei passi in avanti per quanto riguarda l’esplorazione, la conoscenza scientifica e la conservazione. Ma ora sappiamo che le loro azioni hanno anche creato un collo di bottiglia, che ha finito per ostacolare il progresso e ha diffuso la falsa percezione che bastasse una manciata di persone a salvare tutto il mondo.

L’ampliamento delle possibilità di accesso allo studio dell’oceano sarebbe meno urgente se l’oceano non avesse l’enorme importanza che invece ha per la nostra esistenza. Le piante che si trovano nell’oceano rendono possibile la metà dei respiri che facciamo, perché la metà dell’ossigeno disponibile proviene da loro. L’oceano assorbe il calore in eccesso – che viene generato principalmente dalle nostre azioni – e lo trattiene. E, dal momento che è il più grande serbatoio di carbonio del pianeta, ci protegge dai peggiori impatti del cambiamento climatico. Un oceano sano dà lavoro a più di tre miliardi di persone e ci sono milioni di persone in tutto il mondo che hanno come principale fonte di proteine animali la fauna ittica pescata o allevata.

Gli oceani sono anche un anello fondamentale della catena di approvvigionamento: quasi tutto ciò che possediamo è stato trasportato sull’acqua da una parte all’altra del mondo. E questi sono solo i benefici diretti derivanti dall’oceano.

In base alla mia esperienza, è chiaro che, se vogliamo promuovere un cambiamento positivo e sostenibile, dobbiamo dare a tutti un’equa opportunità di impegnarsi, esplorando gli oceani e lavorando per preservarli. Per farlo, abbiamo cercato dei finanziatori che riconoscessero l’importanza dei progetti condotti a livello locale e abbiamo costruito dei partenariati incentrati sull’ascolto, sul potenziamento e sull’emancipazione delle popolazioni locali e indigene che vivono e, per così dire, respirano le sfide che il loro tratto di oceano si trova ad affrontare. Questi sforzi permettono ai ricercatori come me di ottenere fiducia e di lavorare velocemente, anche nelle situazioni più complesse.

Elaborare dei progetti che affrontano le priorità locali e accettare che esse non sempre coincidono con le sfide globali ci permette di personalizzare delle soluzioni adeguate al contesto. La creazione in tutto il mondo di collaborazioni eque ha aumentato e potenziato le capacità tecniche e le competenze locali, che sono utili solo se sono combinate con la conoscenza delle priorità e dei contesti locali.

Offrire l’opportunità di impegnarsi per l’oceano, sia nella vita reale sia, in second’ordine, attraverso i social media, ha aumentato le possibilità di accesso all’oceano per molte persone del Sud del mondo che non hanno il privilegio di utilizzare queste acque in modi che possano suscitare gioia e meraviglia. Investire nell’alfabetizzazione oceanica per migliorare la comprensione e l’apprezzamento degli oceani ci ha permesso di trasformare le nostre comunità, rendendole, da timorose che erano, curiose degli oceani.

Nonostante le linee che vediamo sulle mappe, il nostro oceano è un grande specchio d’acqua. È il nostro patrimonio comune. Il nostro know-how tecnico e la nostra capacità di innovare non ci porteranno molto lontano nella conservazione di questa risorsa vitale se non facciamo uno sforzo consapevole per essere inclusivi ed equi.

La maggior parte delle coste del mondo si trova nel Sud globale, dove il talento è equamente distribuito mentre le opportunità non lo sono. Potremo avere successo nella conservazione degli oceani solo quando riconosceremo che la protezione del più grande ecosistema del mondo richiede la più grande squadra del mondo.

© 2023 THE NEW YORK TIMES COMPANY

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