La zona di (non) interesseLa propensione antisemita della sinistra e la minimizzazione delle violenze contro gli ebrei

Nelle piazze italiane si giustificano crimini d’odio contro i membri della comunità ebraica, citando come contrappeso la guerra a Gaza

Giorni addietro, un ormai ex consigliere comunale milanese del Partito democratico, Daniele Nahum, diceva che «se continua così» (cioè se continua a dilagare impunito l’antisemitismo che non vede soltanto chi non ha occhi per vedere) c’è rischio che ci scappi il morto. Pressoché contemporaneamente, Filippo Sensi, tuttora del Partito democratico, scriveva su X che «In Italia c’è un clima pessimo, nelle piazze, nelle università», e che «stiamo facendo finta di non accorgercene».

Questa temperie di noncuranza – che ha spinto uno a mollare il partito e un altro a deplorarne le inerzie – ha una spiegazione supplementare rispetto a quella nota e risalente, vale a dire la tradizionale propensione antisemita che a sinistra vanta una specificità inesausta. E si tratta, banalmente quanto drammaticamente, della carica ulteriore che quel pregiudizio riceve da qualche mese a questa parte, e cioè da quando Israele ha deciso di fare la guerra a chi gli ha dichiarato la guerra il 7 ottobre.

Lo schema è pressappoco questo. Che siccome laggiù muoiono tantissime persone, allora l’allarme per l’ipotesi che ne muoia una qui per un’aggressione antisemita, o la preoccupazione per il fatto che le squadracce filoterroriste assaltino le università reclamandone un assetto Judenfrei, suonano insultanti per inattualità e sproporzione se appunto si pensa alla tragedia del conflitto in corso.

Che cosa ne viene? Ne viene che una violenza antisemita perpetrata qui, esercitata contro un ebreo in quanto ebreo, magari opportunamente guarnita di scriminante “antisionista”, deve incontrare le braccia allargate dell’osservatore perché Israele bombarda Gaza. Ne viene che, vista l’immane tragedia del popolo palestinese, un inasprimento della violenza antiebraica non solo non dovrebbe allarmare poi troppo, ma a ben guardare dovrebbe essere rinfacciata a chi la subisce spiegandogli che non viene dal nulla. Quindi la sassata al bambino con la kippah non solo è poca cosa a confronto di tutti i bambini uccisi a Gaza, ma oggettivamente retribuisce quella violenza più vasta.

Che saranno mai, dunque, le stelle disegnate sulle case degli ebrei? Che saranno mai i cori «Fuori i sionisti da Roma»? Che saranno mai le sinagoghe e i cimiteri ebraici devastati? Che saranno mai le vetrine sfondate dei negozi degli ebrei? Che sarà mai tutto questo, visti i quotidiani massacri laggiù? E che sarebbe mai, appunto, se ci scappasse il morto? Sarebbe un ebreo ucciso in quanto ebreo, d’accordo; un ebreo ucciso in quanto ebreo nell’Europa che fu della Shoah, d’accordo. Ma vogliamo preoccuparci dell’eventualità mentre Israele fa quei massacri o perfino, come si dice, un genocidio?

Questa è l’idea che incredibilmente, non sempre in modo inconfessato, fa il suo buon lavoro presso quella sinistra: l’idea che non bisogna metterla giù tanto dura per cose magari spiacevoli («inaccettabili», in vernacolo progressista), quando c’è semmai da organizzare il corteo contro il crimine israeliano. E magari, anzi certamente, chi si toglie dal partito che fa finta di non accorgersi di quel che succede non risolve il problema. Ma chi ci rimane ha un problema più grande.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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