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C’è è ancora spazio per il riformismo? Molti indizi sembrano dire di no. E non solo in Italia, dove agiscono dei fattori particolari (per quanto in asse con le tendenze europee e persino mondiali) come l’ondata populista che da noi non si ferma. Quali sono queste tendenze? Sono quelle di una polarizzazione crescente tra – le chiamiamo così per comodità – destra e sinistra. O tra ricconi e disperati. Tra pace e guerra. Tra vita e catastrofe. E potremmo continuare. Ora, il riformismo per affermarsi ha bisogno di un contesto diverso: non necessariamente di una condizione di benessere, come spesso si crede (furono i programmi riformisti a ricostruire l’Europa che era uscita distrutta dalla Seconda guerra mondiale così come fu Franklin Delano Roosevelt a salvare gli Stati Uniti dopo il ’29), ma quantomeno di un clima di ragionevolezza e di pace. Come può, in questo contesto radicalizzato e persino nichilista venir fuori un discorso pacato, pragmatico, razionale, positivo e ottimista, tutte caratteristiche, queste, del metodo riformista?
D’altronde, ognuno vede la gente, le persone in carne e ossa, gli inquilini della porta accanto: vi pare che siano disposti a seguire un programma di responsabile crescita economica o un moderno discorso di razionalizzazione delle risorse o che, piuttosto, siano pronti a mettersi ogni mattina il coltello tra i denti per arrivare a sera? La risposta, sulla base dell’esperienza quotidiana, è la seconda. Ed è questa nevrastenia individuale e collettiva che sospinge il trionfo del populismo affluente alle politiche sovraniste ed egoiste della destra, senza dimenticare gli imbonitori “di sinistra” che si dicono contro il sistema pur essendone un puntello non secondario.
L’Europa politica, quella di Bruxelles, probabilmente si salverà dal populismo per – ché alla fine le grandi famiglie democratiche troveranno l’accordo tenendo fuori dal governo del Continente pazzoidi e fascisti vari: a meno di clamorosi sconvolgimenti il verdetto delle elezioni europee è scritto e va nel senso della continuità. Non ci sarà un Donald Trump europeo, anche se forse quello vero si riaffaccerà negli Stati Uniti, e allora il mondo imboccherà una strada buia e sconosciuta nella quale il residuo riformismo mondiale si troverà malridotto come un operaio licenziato che si è messo a bere. E allora bisognerà scrivere articoli diversi. Ma per il momento Joe Biden tiene aperto il discorso democratico.
Il punto – e veniamo a noi – è che in Italia il presidente americano non sembra avere grandi sostenitori se non, paradossalmente, quella Giorgia Meloni nata e cresciuta nell’ostilità verso l’America e, ancora, diversi dirigenti del Partito democratico nonché i residui del centrismo riformista. L’elemento più problematico è quello della sinistra italiana che negli ultimi anni, con una vistosa accelerazione negli ultimi mesi, ha ammainato la bandiera del riformismo per spostarsi su posizioni che, con termine nobilitante, potremmo definire “radicali” ma che più giustamente dovremmo chiamare “populiste”.
Da dove discende questa mutazione genetica della sinistra, e cioè, in sintesi, del Partito democratico, quel partito che era nato proprio per incarnare e per portare avanti una politica di riforme in un Paese sclerotizzato, vecchio, diviso? Discende da un’analisi disperata della situazione. Cioè dall’idea che si sia entrati in una fase di “resistenza” (e la “r” vorrebbero scriverla con la maiuscola: Bella ciao non è forse il nuovo inno?) nella quale la prospettiva di andare al governo sostanzialmente non esiste e forse non è nemmeno desiderabile perché troppo impopolari sarebbero certe scelte da compiere, e il gruppo dirigente del Pd non conosce altra politica se non quella ammantata di intransigente settarismo che concede un infantile primato a un’astratta purezza latamente estremista. Cioè tutto il contrario della politica riformista, che ricomprende necessariamente la necessità di sporcarsi le mani, non solo nella mediazione con gli altri ma anche nella ricerca di risultati parziali, anche molto parziali, e di piccoli avanzamenti successivi – così diceva Emanuele Macaluso – che di per sé significano poco ma che si spiegano meglio nel quadro di un pensiero generale di trasformazione.
E invece “resistere resistere resistere” potrebbe essere il motto dell’attuale Pd, che non dista poi molto dal substrato populista (che lì prende una piega demagogica e clientelare) del Movimento cinque stelle di Giuseppe Conte, simbolo del nuovo trasformismo di estrazione politica meridionale (Sabino Cassese, “Le strutture del potere”, Laterza). Per questo i due partiti sono più o meno appaiati nei consensi: perché votare Pd o Conte non fa poi questa gran differenza. Certo, come ha notato Claudia Mancina, «la situazione è molto difficile per tutti, ma la difficoltà della sinistra è superiore a quella di altre culture politiche perché è questa la parte che si è identificata con il welfare state e le grandi conquiste sociali del Novecento, fondate su rapporti di lavoro e una dimensione nazionale della democrazia che oggi non tengono più». E, diciamo la verità, dinanzi a queste difficoltà anche teoriche il riformismo italiano si mostra intellettualmente pigro. Pochi, pochissimi affrontano seriamente e con cognizione di causa i grandi temi del nostro tempo, l’Intelligenza Artificiale, le nuove trasformazioni tecnologiche, l’inedito valore del sapere e della ricerca, la declinazione moderna di parole come “meritocrazia” nell’epoca della “mediocrazia”, come la definisce il sociologo canadese Alain Deneault citato da Marco Bentivogli (Licenziate i padroni, Rizzoli) che ha sintetizzato così questo concetto: «La facilità con cui in troppi casi i mediocri vanno al potere».
È persino banale applicare questo concetto della “mediocrazia” alla classe politica italiana che ormai da tempo non ha nulla a che fare con l’idea novecentesca di élite intellettuale. La questione, piuttosto, riguarda quei segmenti tradizionalmente impegnati sul fronte dell’innovazione: chi sta discutendo dei nuovi assetti di potere nella società post-postindustriale? Chi si sta occupando, a parte l’ottantacinquenne Giuliano Amato, dei pericoli per la libertà dell’informazione nell’era dell’Intelligenza Artificiale? Chi si sta riunendo per costruire una politica della ricerca radicalmente nuova? Forse qualche cenacolo intellettuale, ma non c’è nulla di strutturato. Questo è il punto dolente. È drammatico vedere come la breve stagione di Mario Draghi, di cui si glorificava “l’agenda”, abbia seminato ben poco nel terreno inaridito di quell’area che va grossomodo da Stefano Bonaccini a Matteo Renzi passando per un pulviscolo di sigle e di personaggi, tutti incapaci di mettere “ciccia” attorno allo scafo elegante della parola “riformismo”. Aveva ragione Fabrizio Cicchitto quando disse: «Al di là di Draghi non c’è vero riformismo. Mi sento ottimista per l’immediato presente, ma abbastanza sconfortato rispetto al futuro». Dilagano sovranismi e populismo, intorno è silenzio.
Ecco il problema: l’assenza di un progetto riformista che vada oltre la mera difesa del welfare del Novecento, che è una battaglia, questa sì, minimale. Ridotti a mercanteggiare qualche posto nel Pd o a scannarsi tra partitini piccoli piccoli, i riformisti italiani che sembrano aver gettato la spugna e disertato la battaglia delle idee, appaiono oggi i veri sonnambuli nell’epoca dell’antipolitica.
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