Todos periodistasUna modesta proposta per riformare l’Ordine dei giornalisti

In un mondo dove tutti scrivono senza conoscere obblighi, regole e norme, bisognerebbe suddividere gli operatori del settore in tre categorie, istituendo una gerarchia tra chi può scrivere notizie verificate, chi produce materiale informativo e chi fa comunicazione

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«Non si può fermare il mare con le mani». A margine di un convegno su Walter Benjamin e l’epoca della riproducibilità della tecnica, il cronista chiede a Nicola Grauso quale sia il futuro dei giornalisti nel mondo dell’informazione globale. Grauso è già un oracolo. Ha fondato a Cagliari Video on line, primo Internet service provider italiano, appena dopo Tim Berners-Lee. Con la collaborazione di Carlo Rubbia e del CRS4, nel marzo del 1994 mette online L’Unione Sarda, primo giornale d’Europa ad andare su Internet. Niki ha capito con dieci anni d’anticipo le potenzialità di Internet, in un mondo che va in duplex: nessuno in quel momento scommetterebbe un cent sull’ingresso di un computer in ogni casa. E lui: «Tutti si collegheranno alla Rete: ogni casalinga, ogni figlio. Si potrà accedere alla biblioteca di Yale, conoscere i risultati sportivi, scoprire nuovi luoghi. Il giornale si leggerà in diretta, in tempo reale». È il 1993. Noto per i suoi brocardi predittivi («Un giorno Internet sarà un diritto come il pane»), Grauso al cronista quel giorno dice: «Non basterà un ordine professionale a fermare la valanga del giornalismo. Oggi tutti fanno informazione: siamo sommersi dalle notizie, e nessuno le può controllare. Non si può fermare il mare con le mani». 

I numeri
L’analisi sviluppata dall’americana Qmee offre una panoramica sui movimenti scambiati in Rete ogni minuto, spicchio per spicchio, e sembra confermare l’infausta diagnosi grausiana. Ogni sessanta secondi Google viene contattato per due milioni di richieste immesse nella sua maschera. Facebook pubblica quarantunomila post (messaggi di stato, condivisioni, immagini e così via) ogni secondo, mentre ogni minuto si cliccano 1,8 milioni di “mi piace” e trecentocinquanta gigabit di dati passano per i server. In tutto il mondo ogni secondo si caricano sette ore di video su YouTube. Su Twitter, oggi X, vengono pubblicati duecentottantamila tweet al minuto. In generale, ogni due ore sono sfornati ventiquattro milioni di articoli di notizie in tempo reale, sia sulle piattaforme offline che online. 

Quanti di questi contenuti sono scritti da giornalisti? E quante informazioni che arrivano sui device degli utenti finali sono state verificate secondo il rigoroso metodo deontologico della vecchia carta stampata? Forse ancora una volta ha ragione Grauso, il vate sardo. Il giornalismo con le sue radici antiche, dagli stampi d’argilla realizzati dai Sumeri all’antica Roma, ha i bit contati: oggi più che mai, intaccato nella sua peculiarità più irriproducibile – la creatività – dai sistemi di intelligenza artificiale. E se la professione non ha più alcun senso, può averne, a maggior ragione, l’Ordine che ne regolamenta la disciplina?

I nuovi percorsi della notizia
L’Ordine dei giornalisti è un ente pubblico a struttura associativa fondato nel 1963. È il soggetto collettivo che rappresenta l’intera categoria dei professionisti dell’informazione. Gestisce l’Albo dei giornalisti, a cui è obbligatorio far parte per scrivere su una testata registrata, e ha funzioni di vigilanza e di tutela sull’operato degli associati. In verità l’Ordine nacque nel 1925, istituito dal regime fascista come Albo generale dei giornalisti. Progenitore di quello che oggi chiamiamo Odg, il vecchio Albo regolava l’accesso alla professione e i requisiti per esercitarla sotto il cappello del regime.

Diventato Ordine, rafforzata la sua indipendenza, l’Istituto è stato sempre oggetto di scontri, anche feroci, nel mondo civile e politico. Gramsci ne vedeva uno strumento necessario per insegnare la comunicazione alle masse popolari. Luigi Einaudi e Ugo La Malfa l’avrebbero voluto abolire. Marco Pannella promosse un Referendum per abrogarlo. I Radicali nel 1974 iniziarono pure una forma di disobbedienza civile, sostituendo i direttori dei giornali di partito con persone non iscritte. L’idea? Sostituire l’Albo obbligatorio con una Carta d’identità professionale, sul modello francese. Eppure, nonostante queste bordate, l’Odg è ancora lì, e resta in piedi, Fortezza Bastiani impermeabile anche alle recenti cannonate sparate da Beppe Grillo e soci pentastellati. I colpi hanno minato profondamente l’esistenza e l’autorevolezza sua e dei suoi iscritti, ma il colosso d’inchiostro è ancora in piedi.

Cosa c’è che non va nell’Ordine?
In linea teorica l’Ordine dei giornalisti è un impianto virtuoso e necessario: un club esclusivo che permette a chi è iscritto di tutelare la propria creatività intellettuale – prodotto dell’ingegno – e difendere la libertà sua e di chi legge. La Carta deontologica è una seconda Costituzione. Garantisce l’autonomia di chi pubblica una notizia nel rispetto di alcune norme formali, estetiche, giuridiche ed etiche, fondamentali e stringenti. 

Secondo queste regole, il giornalista deve pensare, confrontare informazioni e idee, interpretarle, verificare le sue fonti, ossia controllare accuratamente l’origine delle informazioni, e solo alla fine divulgarne il prodotto finale, nel solo interesse generale. Deve operare una distinzione netta tra informazione e pubblicità. Non può diffondere notizie economiche o finanziarie per un tornaconto diretto o indiretto, non può accettare pagamenti, rimborsi spese, regali, viaggi gratuiti e incarichi che possano entrare in conflitto con la sua attività professionale. In generale, può propagare tutto ciò che ha una pubblica utilità.

Il giornalista con il tesserino è un cittadino in uniforme che vigila sul potere, controlla e gestisce le sue fonti, divulga liberamente i risultati delle sue indagini: un Batman con la penna. Ma è davvero così? No. I giornalisti oggi sono quasi sempre sottomessi agli editori. Troppo spesso succubi di contratti capestro o a termine, con salari da fame – per non parlare dei tariffari delle collaborazioni a pezzo – i supereroi di un tempo sono diventati sempre più dei passacarte, o passa agenzia, operai del copia-incolla dei comunicati stampa. 

La negligenza dell’Odg è notevole: per garantire la floridità di pochi ha preferito sacrificare la stabilità di molti. A questo si aggiunge l’onda di Internet: hanno iniziato a proliferare testate non registrate, notizie non verificate, comunicatori senza patente, e la commistione tra informazione e pubblicità è diventata la foce salmastra che chiamiamo new media. Tutti scrivono: senza conoscere obblighi, regole, norme. Ha dunque senso tenere un registro degli iscritti all’Albo, e dunque un Ordine professionale, quando «siamo sommersi dalle notizie, e nessuno le può controllare»?

Forse il problema è tutto qui: il registro. L’Ordine oggi cura un suo elenco, molto ristretto e più o meno esclusivo, che contiene la lista degli associati. È diviso in due blocchi che si stanno via via omologando: i professionisti, che sono quelli che esercitano in modo specifico e continuativo la professione, e i pubblicisti, che svolgono attività giornalistica anche se mantengono altri lavori. Può diventare professionista solo chi ha svolto diciotto mesi di praticantato in una redazione dove lavorano già altri senior con il tesserino in tasca e chi ha frequentato un’apposita scuola. Successivamente c’è da superare un esame di idoneità professionale piuttosto duro. 

La riforma
Il nodo è questo. Posto che le regole sono fondamentali per tutti, e che la società, per dirla con Max Weber, sarebbe più sana se potesse abbeverarsi di un’informazione corretta, si dovrebbe creare una nuova distinzione tra gli operatori del settore suddividendoli in tre categorie, istituendo una gerarchia tra chi: produce notizie; produce materiale informativo; fa comunicazione. I primi resterebbero inquadrati come “giornalisti professionisti”. Per tutelarne i diritti, l’Unione europea da tempo sollecita la creazione di una piattaforma dove sia data per certa la verifica delle fonti e dunque il fact-checking, magari attraverso un tracciamento di blockchain. 

La seconda categoria dovrebbe essere quella degli addetti stampa. L’addetto stampa contribuisce alla creazione di contenuti per vari canali di comunicazione pubblica e privata, tra cui il sito web, i social media, i blog e le newsletter. Tra le sue mansioni è contemplata la stesura di articoli, discorsi, messaggi, video ecc. Gli addetti stampa non producono notizie, ma materiale informativo che per la realizzazione di un servizio andrebbe sempre verificato.

Il terzo elenco sarebbe quello dei comunicatori. Più che giornalisti, manager impegnati a ideare e coordinare progetti con lo scopo di raggiungere gli obiettivi dell’organizzazione in cui operano (immagine, vendita di un servizio o prodotto o evento), sia come dipendenti sia come consulenti esterni.  Le tre categorie sarebbero tenute a rispettare le regole deontologiche dell’Ordine, e dunque chiamate a sostenere l’esame di Stato (a meno che non si voglia restare semplici account di social network). Solo i professionisti però avrebbero il via libera per pubblicare notizie certificate.  

In altre parole, l’Ordine dovrebbe chiamare a raccolta l’esercito degli operatori della comunicazione e irregimentarlo per dargli dignità, regole e limiti. O anche per ammonirlo, sanzionarlo e se necessario radiarlo – o bannarlo. Oggi questo ruolo è affidato a società private come Twitter o Facebook, ma l’Ordine può tornare in cattedra. Todos periodistas, sì: ma almeno dentro un sistema di regole. È l’unica soluzione. Perché Grauso questa volta si sbagliava. Non si può fermare il mare con le mani: ma con una diga ben progettata sì. 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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