La trilogia dell’esilio La vita tormentata di Vintilă Horia e la profezia politica de “Il cavaliere della rassegnazione”

In "Vintilă Horia. Biografia di un esilio" (WriteUp Books), Maurizio Stefanini racconta la storia dello scrittore rumeno costretto ad abbandonare la sua patria a causa della persecuzione comunista. La sua lotta contro i totalitarismi è simboleggiata dal capolavoro scritto nel 1959

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Intanto che aspetta la pubblicazione di Dio è nato in esilio, sempre in Spagna ma pure in francese Horia scrive nel 1959 Le Chevalier de la Résignation. Terminato prima della pubblicazione del libro che vincerà il Premio Goncourt, ma uscito nel 1961, assieme al precedente costituisce una «Trilogia dell’esilio» che sarà completata nel 1987 da Persécutez Boèce. «È un romanzo tanto contemporaneo quanto l’altro, nonostante la sua ambientazione storica», spiega Horia. È però molto più militante, e in qualche modo inverte lo schema precedente. Ovidio infatti è un letterato italiano che un potere totalitario confina in Romania, e che cerca di sottarsi alla disperazione attraverso un lavoro di introspezione intellettuale che diventa ricerca spirituale e proto-rivelazione. Radu-Negru è invece un giovane principe valacco che conduce nella foresta una disperata guerriglia contro gli invasori ottomani, e che a un certo punto va a Venezia per chiedere aiuto alla sua lotta per la libertà.

Come Horia, Radu-Negru è dunque un rumeno che rifugiatosi in Occidente cerca di convincere questo stesso Occidente a prendere consapevolezza della minaccia che su di esso incombe da Est e aiutare i popoli che all’Est cercano di resistere alla schiavitù. Ma l’Occidente non gli dà retta, distratto come è dalla ricerca di piacere e dalla voglia di fare affari. A differenza di Horia e di Ovidio, è in più un leader politico e un uomo d’azione, le cui avventure in stile cappa e spada non verrebbero male in una trasposizione cinematografica. Ma anche lui è personaggio di una ricerca filosofica, che nella mentalità dell’epoca acquisisce i chiari profili esistenzialisti ‒ pur anacronistici ‒ di molti eroi del cinema di quegli anni: dal Faust interpretato da Gérard Philipe in La bellezza del diavolo, allo scudiero del Settimo sigillo. Lo stesso titolo è ispirato a una frase di Søren Kierkegaard: «il cavaliere della rassegnazione rinuncia alla realizzazione e si inchina in tutta umiltà davanti al potere eterno. È la sua libertà». Come Kierkegaard, Radu-Negru vive l’angoscia e il peccato ereditario di un padre che in punto di morte ha maledetto Dio. E, come quello di Albert Camus, anche lui è un uomo in rivolta.

«Rivestiti di storia, i miei romanzi ignorano le cronologie ufficiali», spiegava Horia. «Ovidio e Platone possono essere nostri contemporanei allo stesso tempo». In effetti il nome di Radu-Negru si riferisce a un principe di cui non è neanche sicuro se sia vissuto sul serio o sia un personaggio leggendario, ma che la tradizione fa vivere tra 1269 e 1300, e pone a fondatore del primo Stato rumeno. All’inizio del romanzo, però, l’atmosfera sembra quella del XV secolo: a cavallo tra la caduta di Costantinopoli e quella resistenza agli ottomani del voivoda Vlad Tepes Dracula, di recente evocata da una serie Netflix. Quando si reca a Venezia, il personaggio di Erretino, chiaramente ispirato a Pietro Aretino, ci trasporta invece con altri particolari nel Rinascimento, prima di Lepanto (XVI secolo). Con sorpresa scopriamo dopo ancora che la vicenda di svolge al tempo del secondo assedio di Vienna (fine XVII secolo). Ma i guerriglieri nella foresta sono chiaramente quelli che combattevano contro il comunismo, e che ancora a fine anni ‘50 continuavano la lotta. Radu-Negru a Venezia è dunque un esule anticomunista nell’Europa del primo tentativo di distensione, e il losco e cinico Erretino è il prototipo degli intellettuali occidentali «compagni di strada» del comunismo. Per bassi interessi, prima ancora che per vera solidarietà ideologica.

Nel convegno spagnolo su Horia, una analisi di questo romanzo è fatta dallo storico della letteratura Pompiliu Crăciunescu. «Partito per Venezia per ottenervi appoggio politico e militare per salvare il suo paese invaso dagli ottomani», osserva, «Radu-Negru, principe di Valacchia, è un simbolo storico ed esistenziale. Al primo livello, incarna la necessità di ostacolare l’ascesa del potere turco nell’Europa del XVII secolo, al secondo l’acuta consapevolezza degli opposti che hanno governato l’uomo in ogni momento. In un mondo corrotto e stanco, gloriosamente condannato, solo l’uomo risvegliato ‒ dalla disperazione e dalla capacità di compiere scelte ‒ potrebbe partecipare alla salvaguardia dell’umanità. Per questo il tempo del romanzo è anche il nostro». E cita Horia: «I Turchi, come Venezia, la foresta, come Erratino sono solo simboli viventi. Sta al lettore riconoscerli mettendoli nel presente».

A Venezia il principe è accompagnato da Della Porta: medico italiano del padre defunto, raffinato conoscitore di Platone e Pitagora, Paracelso e Ficino. Viaggio ed al tempo stesso iniziazione, è un vero e proprio tentativo di collegare Oriente e Occidente, tra la foresta libera e il mare illuminante, ed ingaggia due livelli di realtà: quello dell’esteriorità spazio-temporale, ossessionato dai turchi, e quello dell’interiorità, ossessionato dall’irriducibile tensione temporale-eterna. «C’è solo un problema veramente serio e importante: la mia presenza davanti a Dio! La mia aspettativa. Il resto è solo una farsa!». «Tutto è memoria», è il motto di questo principe nel cui spirito il fulgore di un esistenzialismo cristiano ante litteram interferisce con i bagliori di un Rinascimento crepuscolare. Portando lo stesso titolo, il primo capitolo del romanzo è una discesa alle fonti riflessive del personaggio assiale, una profonda introspezione; durante la cerimonia dei funerali del Vecchio si sente solo la voce interiore e silenziosa del principe. Spiegandosi a volte frettolosa, a volte lenta, questa voce si rivela l’eco di uno scontro insondabile, lo scontro tra la ragione e qualcosa che non è la ragione e di cui sfugge il nome. Riflettendo sulla turbolenta vita del padre, dedito alla difesa del suo Principato danubiano contro ogni invasione, in particolare da parte degli ottomani, il giovane principe ereditario si dice che una lotta così feroce contro le forze visibili era solo un modo per dimenticare «le forze invisibili, che sole veramente minacciavano gli uomini: la morte, la vecchiaia, la debolezza e il fatalismo di fronte alla sofferenza e all’oppressione. Tutti si sono rassegnati a forze sovrumane, scegliendo come nemici forze umane deboli, commisurate alla loro codardia e stupidità».

La traversata del territorio conquistato dalla Mezzaluna, dalla Valacchia all’Adriatico, compiuta al riparo delle notti stellate, rivela l’entità del pericolo che corre Vienna e l’Occidente. L’esercito turco in marcia evoca «il sontuoso arrivo della morte». Allo stesso tempo, questa traversata consacra il viaggio verticale del principe tra mneme e anamnesis, tra i ricordi che «corrono» (l’infanzia, l’amore di Maria-Domna) e la ricerca di tutto ciò che potrebbe essere seppellito dalla «svista». Il dottore sogna il giorno in cui «gli uomini si muoveranno tra la luna e il sole, tra la terra e Venere, su caravelle alate». Il principe è più pessimista. A un certo punto l’apparizione del contadino dalmata Udina Burbur – un altro «contadino del Danubio» ‒ rappresenta l’inserimento violento del presente in un’equazione che finora era dominata dalla contrapposizione tra passato e futuro. Ex schiavo a Istanbul e Tripoli, riscattato da un monaco dell’ordine mercedario che ha rinunciato alla libertà in cambio della sua, Udina è il segno vivente di una rassegnazione senza speranza di fronte alla forza cieca di un tempo spietato, popolato di infedeli e traditori.

Intitolato «Le stelle», il secondo capitolo scioglie le facce temporali, collegando due spazi di libertà come quello chiuso della foresta protettiva della Valacchia e quello aperto della spensierata Venezia in un rapporto passato-futuro. E così torniamo in pieno alla alternativa di Kierkegaard tra uomo etico e uomo estetico. Venezia corrisponde infatti soprattutto alla fase estetica della vita ma costituisce, per Radu-Negru, il punto di passaggio alla fase etica.

Di sapore amaramente autobiografico sembra il racconto che Horia fa dell’arrivo a Spalato, la prima città del territorio veneziano. Dovrebbe essere «il mondo libero», ma lì essere nemici dei turchi «non è una buona raccomandazione», avendo la Serenissima «ottimi rapporti con la Sublime Porta». Inoltre il doganiere non conosce nessun «libero principe cristiano al di là dei monti». Insomma, Radu-Negru e Della Porta finiscono in gattabuia, «fino a nuovo ordine». Per fortuna dura poco, e in capo a due settimane principe e medico sono nella laguna. Ma l’attesa di udienza dal Doge è interminabile, mentre l’atmosfera godereccia invita a stordirsi, divertirsi e dimenticare. L’Occidente consumista è pure pronto a condividere la sua gioia di vivere con gli esuli, basta che non scoccino. Alla fine il Doge mostra simpatia, ma fa solo vaghe promesse. Una nuova crociata che gli sembra tanto inutile quanto impossibile: «come trasformare le tue argomentazioni in forze operative?», si chiede davanti al giovane principe, tanto più che i turchi «non costituiscono più un pericolo per noi« e tutto ciò che è fuori Venezia è «un invito alla ferocia e alla morte».

A poco a poco, Radu-Negru si rende conto che questa città dell’oblio è anche la città dei traditori: titolo del terzo capitolo. Osserva Crăciunescu: «la memoria e l’onore amputati tradiscono la profonda falsità della libertà: la spensierata Venezia è solo una prigione dorata, uno spazio chiuso, ripiegato su se stesso e condannato al disordine che la rode. Preso nelle sue reti, il principe assaggerà il dolce veleno dell’oblio tra le braccia di Veronica Trévisan, ma senza affondarvi per sempre. Per lui, infatti, Venezia rappresenta il centro del guado, l’espressione spazio-temporale di una feroce lotta tra due diversi livelli dell’esistenza: estetico ed etico». Conferma ulteriore che «il principe di Vintilă Horia è un personaggio kierkegaardiano nel senso pieno del termine».

Peraltro, come i Servizi comunisti, anche quelli ottomani approfittano di questo clima per tendere trappole. Scampato a un attentato a Torcello, in casa di Fiorentino di Concaresso, il principe, inseguito da lontano dai Turchi, non riuscirà più a sfuggire alla trappola di Erratino. Intellettuale che rappresenta l’emblema di questo universo spazzatura che si vende a quelli che considera i vincitori. Raggiunto da Dragomir e dai suoi scagnozzi, alleati di Erratino, e gettato nella stiva di una barca turca, Radu-Negru si crede perduto per sempre; poiché Dragomir non era solo un traditore che aveva abiurato la fede in favore del Profeta, ma anche il favorito dei Turchi incoronato in Valacchia e il marito geloso di Maria-Domna, l’amata del principe «Aveva rischiato tutto e perso tutto. La punizione sarebbe presto compiuta sotto l’ascia del carnefice». Ma la situazione si capovolge con un colpo di scena, e il tutto si trasforma in una ulteriore tappa iniziatica. «Fuorché la morte» il titolo del capitolo.

Proprio l’uomo che lo ha liberato gli racconta uno straordinario apologo. «C’era una volta un imperatore, da qualche parte in Asia, forse in Cina o in India, una specie di sultano crudele e assetato di potere, che voleva conquistare il mondo e trasformare tutti gli esseri viventi in schiavi. Aveva già conquistato un intero impero, mezza terra o più, ma non gli bastava. Voleva tutta la terra. I popoli si piegarono codardi alla sua volontà, senza resistenza, più sottomessi e più disposti a rinunciare alla libertà mentre l’imperatore aumentava i suoi territori e assottigliava i confini del mondo libero. Ma da qualche parte c’era una grande foresta dove uomini liberi difendevano ferocemente il loro sommo bene. Ciò preoccupava l’imperatore, sebbene questi uomini avessero pochi mezzi e il loro numero fosse molto piccolo. L’imperatore decise di finirli e, a capo di un esercito, entrò nella foresta. La lotta non è stata facile, perché la foresta proteggeva i ribelli. Quando capì che l’unico modo per distruggere questi pazzi era distruggere la foresta stessa, ordinò ai suoi soldati di abbattere gli alberi in modo che gli uomini liberi non avessero più la possibilità di nascondersi e sfuggire così alla giustizia.

Per molti anni i soldati dell’imperatore hanno abbattuto migliaia e migliaia di alberi. Giunsero così in fondo alla foresta, dove uccisero gli uomini liberi, i pochi che vi erano rimasti dopo tanti anni di combattimenti e di fuga. Erano solo uomini vecchi, senza forze, indifesi e malati. “Erano questi, gli uomini liberi?”, chiese sdegnosamente l’Imperatore. E cominciò a incamminarsi verso la sua capitale, che aveva abbandonato per tanto tempo, soddisfatto ugualmente della sua vittoria. Ma mentre camminava, si accorse che dietro di lui gli alberi tagliati erano ricresciuti. Dopo pochi giorni si ritrovò nel mezzo di una nuova foresta, giovane e forte, da cui erano spuntate vecchie radici. E questa foresta pullulava di uomini liberi che circondarono l’imperatore e i suoi soldati e diedero loro la morte che meritavano. Non si finisce mai di abbattere le foreste, mio principe, vedi. E finché ci saranno foreste, esse daranno riparo alla libertà degli uomini e nessun imperatore, nemmeno il sultano, potrà sterminarle. Tu vieni da questa foresta, non so per quali motivi. Quello che so è che devi tornare indietro. Non sei il principe della foresta?».

E qui, folklore a parte e a parte le guerriglie anticomuniste, c’è anche un riferimento a Ernest Jünger, che nel Trattato sul ribelle equipara la foresta al daimon socratico, essendo per lui essenza umana e foresta sinonimi. È stato rilevato che nella descrizione di Venezia come immobilismo potrebbe esserci anche un eco della polemica di Marinetti, che voleva colmare i canali con le rovine dei palazzi per salvare la Serenissima dal passatismo.

Il capitolo finale del romanzo, «Le Foreste», è la consacrazione simbolica di questa unità salutare. In effetti, tornato nel suo paese, Radu-Negru è tornato in sé. Il suo daimon gli rivela il vero modo di essere, che non è «fuori», ma dentro la vita, e che per sua natura comporta la morte combattendola ogni momento: «Rinunciare al suo sogno di saggezza e immortalità, rassegnarsi senza maledire, a combattere al fianco dei suoi contadini, affinché la foresta continuasse ad alimentare la speranza nel cuore degli schiavi, non era questa l’unica libertà concessa agli uomini in mezzo alle leggi che facevano di un uomo un prigioniero gettato nelle profondità delle tenebre?».

Sessantacinque anni sono passati dalla redazione di questo romanzo, e sessantatré dalla sua pubblicazione. È possibile attualizzare il romanzo, e intravedere nel profilo di questo leader di un popolo dell’Est che resiste a una aggressione e chiede aiuto all’Occidente una anticipazione del presidente ucraino Zelensky? E in Erratino l’archetipo dell’intellettuale «comprensivo» secondo cui i Radu-Negru e gli Zelensky sono solo dei guitti rompiscatole, mentre il vero interesse dell’Occidente sarebbe quello di fare affari con gli imperi dell’Est?

Nel 2009 una edizione de Il cavaliere della rassegnazione fu pubblicata in italiano dalle Edizioni Il Cerchio con una introduzione di Franco Cardini, in cui il noto storico si preoccupava di mettere in guardia da «chi (in buona o, più facilmente, in cattiva fede) fingerà di leggerlo come la ripresa di una voce d’allarme contro “l’ondata islamica”». E avvertiva: che «in effetti, questo romanzo… mirava a denunziare non l’ignavia dell’Europa rinascimentale contro il Turco, bensì quella dell’Europa e dell’Occidente “liberi” contro l’Unione Sovietica e l’asservimento dei paesi est-europei. E il discorso allegorico era ovvio, trasparente, diretto. Chi doveva capire, capì benissimo: e reagì con forza, facilitato dagli Erratini che in quegli anni erano potentissimi dal momento che le società occidentali, evidentemente troppo impegnate a far soldi nell’incipiente boom economico, avevano completamente disertato il mondo della cultura, abbandonandolo nelle mani di studiosi e di intellettuali marxisti o loro “compagni di strada”». Quindici anni dopo, per le posizioni prese al momento dell’aggressione putiniana all’Ucraina, anche Cardini sembra essersi erratinizzato.

Tratto da “Vintilă Horia. Biografia di un esilio” di Maurizio Stefanini, WriteUp Books, 284 pagine, 23,71 euro Dalla copertina: 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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