La riluttanza dell’OccidenteChi finanzierà lo sviluppo energetico dell’Africa?

Ostacolare l’accesso della popolazione africana agli idrocarburi è una politica che ottiene minuscoli vantaggi climatici a fronte di enormi costi in termini di crescita per chi è tra i più poveri del mondo

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Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 59 di We – World Energy, il magazine di Eni

La povertà energetica è una delle sfide più persistenti dell’Africa. Secondo l’African Development Bank, un africano medio consuma in un anno meno energia di quanta ne servirebbe per tenere accesa una lampadina da 50 watt. In media, gli europei consumano circa trentasei volte più energia elettrica degli africani e gli americani settantadue volte tanto. Sono circa seicentoquarantacinque i milioni di africani senza accesso all’energia elettrica, di cui circa l’ottanta per cento è composto da popolazioni rurali – una cifra che si avvicina al novanta per cento in Paesi come Sierra Leone, Liberia, Malawi e Repubblica Democratica del Congo. L’inadeguato accesso all’elettricità in Africa è uno dei principali fallimenti del nostro tempo quando si parla di sviluppo. Tale deficit impatta negativamente su quasi tutte le sfide della regione legate a questo tema: dai seicentomila africani che ogni anno muoiono a causa dell’inquinamento dell’aria all’interno delle proprie abitazioni come conseguenza dell’utilizzo del carbone di legna per cuocere i cibi alle difficoltà di sostenere la catena del freddo per la conservazione dei vaccini.

I veti delle istituzioni occidentali
L’Africa ha tra le mani un’occasione d’oro per fare il grande salto e rimpiazzare alcune delle tecnologie odierne più inquinanti: semplicemente, non c’è spazio nel continente per l’apertura di nuovi impianti a carbone. Ma se da un lato le opzioni solari ed eoliche saranno praticabili e allettanti in molte parti dell’Africa, dall’altro sappiamo per esperienza che una rete moderna deve fondarsi sulla generazione termica per rimanere equilibrata e stabile – e fortunatamente il continente abbonda di petrolio e gas per rifornirla.

Eppure, sempre più spesso i partner occidentali non vogliono nemmeno sentir parlare di investimenti di questo tipo: anziché dare il massimo per portare agli africani l’energia di cui hanno bisogno, le istituzioni finanziarie occidentali per lo sviluppo guardano sempre più con sospetto a qualsiasi progetto che faccia affidamento sui combustibili fossili, anche quando lo sviluppo di tali progetti è la via più semplice per portare in Africa l’energia di cui ha bisogno. È naturale che tutti noi condividiamo le preoccupazioni per i progetti che aggiungono nuove fonti di emissioni, ma è necessario bilanciare queste preoccupazioni con le urgenti necessità dell’Africa.

Più di ogni altra cosa, dobbiamo chiederci: è ragionevole aspettarsi che le persone più povere del mondo paghino lo scotto per far fronte a un problema che non sono loro ad aver creato? E i guadagni ne varrebbero la pena? Come evidenziato da Benjamin Attia e Morgan Bazilian, attualmente le emissioni dell’Africa sono così basse che, se anche ipoteticamente (e poco plausibilmente) triplicassero da un giorno all’altro, le emissioni globali aumenterebbero solo dello 0,6 per cento, un livello paragonabile a quello dello stato americano della Louisiana. Gli idrocarburi liquidi e gassosi hanno una densità energetica, una trasportabilità e un dispiegamento unici: è un dato di fatto.

Nei Paesi sviluppati, che hanno accesso a sofisticate infrastrutture di generazione e trasmissione, la relativa facilità di utilizzo dei prodotti a base di petrolio e gas non rappresenta una preoccupazione primaria, ma lo stesso non vale per l’Africa, la cui carenza di infrastrutture rende importante considerare la facilità di spostamento e utilizzo di questi idrocarburi. Ostacolare l’accesso della popolazione africana agli idrocarburi è una politica che ottiene minuscoli vantaggi climatici a fronte di enormi costi di sviluppo per chi è tra i più poveri del mondo.

Nel peggiore dei casi, il veto a tutti i progetti relativi a petrolio e gas nel continente sembra una sorta di neocolonialismo verde, dove le ex potenze coloniali continuano ad avere l’ultima parola su ciò che gli africani possono o non possono fare. Diversi leader africani ascoltano con profondo sospetto le pie lezioni dei leader occidentali sul cambiamento climatico e molti cominciano a sospettare che l’Occidente, dopo essere salito in cima al muro dello sviluppo, sia ora felice di “buttare via la scala”, rendendo impossibile ai Paesi meno sviluppati fare altrettanto.

I nuovi finanziatori
In ogni caso, l’incapacità occidentale di finanziare i progetti relativi a petrolio e gas dell’Africa non fermerà i Paesi del continente; nel mondo di oggi, hanno di fronte diverse scelte quando si tratta di finanziare progetti di sviluppo. Turchia, Israele, Brasile e India stanno investendo attivamente nello sviluppo di risorse petrolifere e di gas nel continente africano, apportando non solo finanziamenti, ma anche know-how ingegneristico, ambientale e legale a progetti complessi nel settore. Il loro contributo, tuttavia, è relativamente modesto rispetto al più grande nuovo finanziatore dell’energia africana: la Cina

A monte e a valle, in mare aperto e a terra, le aziende cinesi sono ora tra i maggiori protagonisti in Africa, anche grazie ad ambiziosi progetti infrastrutturali (tra cui l’oleodotto di millenovecentottanta chilometri che la Cnpc sta costruendo dal giacimento petrolifero di Agadem in Niger al porto di Seme in Benin). L’East African Crude Oil Pipeline, l’oleodotto che collegherà i giacimenti petroliferi dell’Uganda ai terminali di spedizione della Tanzania, è stato costruito al costo di 1,8 miliardi di dollari anche dopo che la maggior parte dei partner occidentali si è rifiutata di sostenerlo: sarà la Cina a finanziarlo.

La riluttanza dell’Occidente a partecipare a questi progetti non ferma l’Africa e anzi la lascia nelle mani di partner che assicurano minori garanzie in fatto di tutela dell’ambiente, trasparenza e stato di diritto. In pratica, l’Occidente sta seguendo una politica che si limita a lasciare il campo al capitale cinese. Mentre la Cina espande la propria influenza in tutto il continente, la disponibilità a finanziare quei progetti del settore Oil & Gas da cui i partner occidentali prendono le distanze non è che una carta in più da giocare nel proprio mazzo diplomatico.

Ironia della sorte, la buona volontà che la Cina genera in questo modo finisce per aiutarla a raggiungere un secondo obiettivo strategico: mettere all’angolo il mercato delle forniture dei tipi di terre rare necessari per dominare le filiere delle energie rinnovabili e della produzione di batterie. Tutti quanti condividiamo il disperato bisogno di ridurre le emissioni a livello globale, ma, come evidenziato durante la COP28, è necessario bilanciare questo obiettivo con il costante bisogno di idrocarburi per i prossimi decenni.

Escludere l’Africa dallo sviluppo delle proprie risorse fa dormire sereni i politici occidentali a un costo esorbitante per il benessere africano. Non sono gli africani ad aver causato il disastro climatico che sta colpendo il pianeta, eppure sono tra i più vulnerabili ai suoi effetti e il costo per affrontare questa crisi non deve essere scaricato su chi meno può permetterselo. Dobbiamo essere più intelligenti di così: vietare al capitale occidentale di sviluppare il settore del petrolio e del gas dell’Africa è solo neocolonialismo mascherato da ambientalismo.

Moisés Naìm è distinguished Fellow presso il Carnegie Endowment for International Peace a Washington, DC e membro fondatore del comitato editoriale di WE. Il suo ultimo libro è “The Revenge of Power: How Autocrats are Reinventing Politics for the 21st Century”. [La versione in italiano si intitola “Il tempo dei tiranni. Populisti, falsi, feroci: storia di Putin, Erdogan e di tutti gli altri” (Feltrinelli, 2022)].

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 59 di We – World Energy, il magazine di Eni

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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