La buona notizia, riguardo all’andamento demografico dell’Italia, è che, contrariamente ad alcune stime, nel 2023 la popolazione residente in Italia è diminuita, sì, ma solo di sette mila persone, ovvero di circa una ogni mille. La cattiva è che potrebbe trattarsi di un dato provvisorio, dovuto a un aumento estemporaneo dell’immigrazione. Il calo, evidentemente più strutturale, delle nascite invece prosegue e, questa è una delle novità recenti, accelera soprattutto in quelle zone che sembravano parzialmente salvarsi.
L’anno scorso i cittadini stranieri hanno raggiunto i 5,3 milioni, grazie a un incremento di centosessantasei mila – maggiore di quello verificatosi nei quattro anni precedenti. È stato l’aumento della differenza tra ingressi e partenze a 4,6 persone ogni mille, il maggiore dal 2010, a determinare una riduzione così lieve degli abitanti della Penisola. Tuttavia, l’Istat ci dice che, come nel 2022, anche nel 2023 l’Ucraina è stata la prima fonte del flusso di immigrati, seguita dall’Albania. È chiaro come si tratti di un dato contingente collegato alla guerra.
C’è stato un piccolo miglioramento anche nel saldo naturale (quello che misura la differenza tra nati e morti) negativo per 4,8 unità ogni mille, contro le 5,5 del 2022. Il cambiamento però è dovuto solo a un ritorno verso la normalità del numero dei decessi, scesi di cinquantaquattromila in un anno rispetto ai livelli anomali dovuti al Covid. Parliamo di un saldo naturale comunque molto più negativo di tutti quelli precedenti alla pandemia, causato dalla continua riduzione delle nascite. È quest’ultima che determinerà in realtà il futuro demografico del nostro Paese, anche quando fattori transitori come l’immigrazione ucraina e l’uscita dall’incubo Covid saranno terminati.
E lo determinerà ovunque. È probabile che anche il Nord, che ha visto tassi di crescita positivi – di 1,6 e 2,7 persone ogni mille, rispettivamente nel 2022 e 2023 – avrà performance più simili a quelle del Centro, dove ora la discesa delle nascite si fa più sentire, o del Mezzogiorno, dove oggi conta molto l’emorragia di abitanti.
Il tasso migratorio interno nello scorso decennio è diventato gradualmente sempre più negativo nelle province meridionali più interne. Tra 2019 e 2023 sono state poche le novità. Tra queste figura la perdita netta di abitanti verso il resto d’Italia dell’Umbria e del senese, oltre che l’ulteriore peggioramento dei numeri in zone popolose come il napoletano, che ha visto il trasferimento di 4,6 persone ogni mille, o il foggiano, 5,5 ogni mille. L’emorragia è intensissima anche in Basilicata verso il reggino, dove a essersi trasferiti in altre aree del Paese sono più di sei residenti ogni mille, e le province di Enna, Agrigento e Caltanissetta. Viceversa, appaiono molto meno attraenti Milano e la sua provincia, che vedono un saldo zero, contro quello di tre abitanti ogni mille risalente al 2019. Ad acquistare popolazione dalle aree limitrofe e dal resto d’Italia sono, invece, il pavese, il bolognese, il ferrarese, e la provincia in generale.
Siamo davanti a una controtendenza: che sia finito il periodo d’oro per Milano? L’unica metropoli europea del Paese sembra non attirare più gli italiani come un tempo e, questo è ancora più rilevante, neanche coppie che vogliono avere un figlio.
Ancora più del saldo migratorio, che ovviamente è a somma zero a livello nazionale, conta infatti quello naturale. Nel corso del tempo è diventato negativo quasi ovunque ed è peggiorato soprattutto dove, come si diceva, i numeri erano migliori: nel Centro-Nord. In provincia di Milano, appunto, da un saldo di +0,8 ogni mille del 2009 si è passati a -2,2 nel 2029 e a -3,3 nel 2023. In quella di Bergamo da +2,9 a -1,7 a -3,1. A Roma e dintorni la differenza tra nascite e morti, positiva a 0,6 per mille quindici anni fa si è trasformata in negativa a 2,8 dieci anni dopo e in una di ben -4,3 l’anno scorso.
Il dato più paradigmatico è quello dell’Alto Adige, che rappresentava una sorta di isola europea, con tassi di natalità e fertilità più simili a quelli più alti del Nord Europa che dell’Italia. Qui, oggi, il tasso di crescita naturale nel 2023 è stato ancora leggermente positivo, di 0,3 per mille, ma meno che nel 2019 (+1,5), nel 2009 (+2,9), e nel 2003 (+3,3).
Le minori nascite, che l’anno scorso sono state solo trecentosettantanove mila e hanno segnato un record negativo, sono strettamente legate al numero di figli per donna in caduta libera:, solo 1,2 nel 2023. Rispetto al 2019, prima del Covid, e a quindici anni fa la riduzione di questo indicatore è stata particolarmente accentuata in Lombardia, in Trentino Alto Adige, e in Emilia Romagna, dove il tasso di fertilità era più alto anche per la presenza di stranieri. Anche loro, però, ormai non fanno molti più figli degli italiani.
Dal 2005 in poi, nel Nord-Ovest il numero di figli per donna ha sempre superato la media italiana, arrivando, per esempio in alcune province lombarde, anche a 1,68. Proprio qui, tuttavia, è sceso così tanto e di più che nel resto del Paese che nel 2022 e 2023 per la prima volta è stato in linea con il dato nazionale (1,24 e 1,2). In compenso, nel Mezzogiorno, dove era rimasto stabile e da un certo punto in poi inferiore alla media italiana, si è ridotto in misura minore, al punto che oggi dopo tanto tempo proprio al Sud si fanno di nuovo più figli che al Centro-Nord (1,24 contro 1,23 al Nord-Est e 1,2 al Nord-Ovest, appunto).
Tra 2019 e 2023 nelle province di Caserta, Avellino, Brindisi, Reggio Calabria, Foggia, Agrigento e Cosenza, c’è stata addirittura una risalita della fecondità. Altrove nel Mezzogiorno è scesa, sì, di due o tre punti percentuali, ma meno che al Nord: nel Milanese, nel pavese, in Trentino, nella bergamasca, nel comasco, il tasso di fertilità è diminuito invece tra l’otto e il dieci per cento.
I dati peculiari sono proprio quelli delle province di Milano, Roma e Bolzano. Nelle prime due il tasso di fertilità superava quello medio italiano fino al 2016, nel caso di Roma, e al 2020, in quello di Milano. Ora è sceso al di sotto. L’esatto contrario di quanto è avvenuto, per esempio, nel napoletano. Anche in Alto Adige dal 2021 c’è stata una netta riduzione dei figli per donna, che rimangono più che nel resto d’Italia, ma non della stessa misura: sono passati da 1,71 a 1,56.
Insomma, siamo davanti a un nuovo fenomeno. La fertilità scende soprattutto nelle aree più ricche, con più immigrati, dove ci sono più risorse per crescere un figlio, e dove in fondo la popolazione cresce ancora di più, a Bolzano, Brescia, Parma, Prato, Trento, Milano, Lodi, Verona.
Ma crescerà ancora per quanto? Per quanto gli immigrati continueranno ad aumentare se, come è naturale, il flusso dall’Ucraina si seccherà e se anche quello dalla piccola Albania scemerà? Per quanto gli immigrati faranno più figli degli italiani? I dati ci dicono che stanno già prendendo lo stesso ritmo, molto basso, degli autoctoni.
A un certo punto conteranno solo le dimensioni della prole di tutti, italiani e stranieri. E il fatto che ci sia questa riduzione delle nascite proprio laddove gli stipendi sono più alti, le donne lavorano e guadagnano di più, e che in provincia di Milano, l’unica area in cui ci sono grandi aziende con il loro welfare, si facciano solo 1,17 figli per donna, molti meno che in Calabria, ci fa pensare che siamo davanti a qualcosa di più profondo di quello che pensiamo. Che non dipende solo dalle prospettive economiche delle giovani coppie. La mancanza del desiderio di avere un figlio sembra essere un dato di fatto della nostra società, causato anche da fattori socio-culturali con cui dobbiamo fare i conti. Forse dobbiamo cominciare a pensare non solo a come invertire la tendenza, ma anche, più realisticamente, a come mitigare i danni se non dovessimo riuscirci.