PropagandaCosì la disinformazione russa ha peggiorato i rapporti tra Ungheria e Ucraina

Il Cremlino ha sfruttato la disputa identitaria tra Kyjiv e Budapest sulla minoranza ungherese in Transcarpazia per diffondere teorie del complotto e fake news

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L’attualità e la storia recente ci hanno abituato all’idea di un’Ungheria satellite della Russia in territorio europeo. Del resto, le scelte in politica estera del governo di Viktor Orbán, così come le ambizioni autoritarie del premier che guardano al modello del Cremlino, confermano questa immagine. Non si tratta di pregiudizio occidentale (come vorrebbe una certa retorica, popolare anche in Italia), ma di fatti. Tuttavia, quando si tratta del dialogo tra Ungheria e Ucraina occorre fare chiarezza perché ridurre il tutto alle scelte dettate dal cinismo di Orbán banalizzerebbe la questione e, soprattutto, esulerebbe la Russia da una serie di responsabilità dirette che negli anni hanno contribuito a deteriorare i rapporti (già complicati) tra i due Paesi.

Per capire i danni profondi causati dall’operazione putiniana, è necessario fare un passo indietro. La prima vera crisi diplomatica tra Ungheria e Ucraina è scoppiata nel settembre del 2017, quando l’allora presidente Petro Poroshenko ha firmato la legge ucraina sull’istruzione: il provvedimento ha istituito l’apprendimento della lingua nazionale nelle scuole, cancellando di fatto la precedente legge voluta dal filorusso Viktor Yanukovych che autorizzava le regioni con almeno il dieci per cento di abitanti appartenenti a una minoranza linguistica a utilizzare il secondo idioma nelle classi. Una scelta che ha permesso ai soliti noti di gridare al nazionalismo, senza considerare i due aspetti più importanti della legge: quello politico – cancellare l’eredità di Yanukovych, il presidente che solo pochi anni prima si era spinto a sperare nel russo come «lingua ufficiale del Paese» – e, primo tra tutti, quello pratico di contrasto alla propaganda di Putin, rendendo più difficile l’istituzionalizzazione dei canali di informazione russi (provvedimenti simili in questo senso sono stati presi da altri Paesi minacciati da Mosca, come nel caso della Lettonia).

Secondo il governo di Budapest, però, questa legge scritta per contrastare le mire del regime russo sarebbe, allo stesso tempo, discriminatoria verso la minoranza ungherese in Ucraina, particolarmente numerosa in regioni come quella di Zakarpattia, alla quale verrebbe proibito di esprimersi nella lingua d’origine. Nei giorni immediatamente successivi all’adozione della legge ucraina sulla lingua, l’Ungheria inizia un lungo attacco diplomatico verso il Paese che viene esplicitato dalle parole del ministro degli esteri Péter Szijjártó, il quale non sono solo annuncia la volontà di bloccare il processo di adesione all’Ue e alla Nato dell’Ucraina, ma aggiunge che per quest’ultima «tutto questo, lo garantiamo [il governo ungherese], sarà doloroso in futuro».

È così che nell’ottobre del 2017, l’Ungheria vota per la prima volta contro la riunione tra Ucraina e i vertici della Nato, avviando un processo di ostruzionismo che continua ancora oggi. A questo episodio se ne aggiungono altri che nel corso degli anni hanno caratterizzato questo conflitto diplomatico: la decisione ucraina di aprire una base militare a Berehove, paese di confine che ospita un alto numero di abitanti della minoranza ungherese, viene giudicata «disgustosa» dal governo Orbán che risponde con nuovi veti sull’ingresso dell’Ucraina nelle istituzioni occidentali. La polemica degenera in scandalo con la diffusione di un video che ritrae alcuni diplomatici mentre distribuiscono, all’interno del consolato ungherese, passaporti ai cittadini di Berehove (un atto platealmente illegale, trattandosi di cittadini ucraini). La minoranza ungherese diventa così il casus belli per una serie di interferenze – tra queste il coinvolgimento diretto di Viktor Orbán e Péter Szijjártó nel finanziamento del Partito degli Ungheresi di Ucraina, un micropartito irredentista alleato di Fidesz – poi sfociate nell’atteggiamento ambiguo (eufemismo) del governo ungherese di fronte all’invasione russa del 2022.

Di fronte a tutto questo, viene spontaneo chiedersi quale sia il ruolo della Russia in quella che sembra essere soltanto una disputa identitaria riguardante Kyjiv e Budapest. Tutto diventa più chiaro con la già famigerata intervista di Tucker Carlson a Vladimir Putin: durante le due ore di comizio, il presidente russo ha preso una porzione di tempo non indifferente per parlare della Transcarpazia, la regione ucraina confinante con l’Ungheria, raccontando aneddoti personali sui suoi viaggi nell’oblast all’epoca dell’Unione sovietica e nozioni storiche sul territorio, per poi discutere la possibilità che questo «ritorni» sotto giurisdizione ungherese. Sollecitato da Carlson («crede che l’Ungheria abbia il diritto di riprendersi il suo territorio dall’Ucraina?») Putin si è espresso in maniera sibillina: «Qualcuno potrebbe dire che loro [gli ungheresi] possono reclamare le proprie terre pur non avendone diritto, sarebbe comprensibile».

Gli accademici Mónika Palotai e Kristóf György Veres hanno sottolineato come questo non significhi spingere per l’apertura di fronte militare tra Ungheria e Ucraina (anche perché, al momento, Orbán non ha mai fatto dichiarazioni di questo tipo), bensì si tratta di un tentativo di aggravare le tensioni preesistenti sfruttando l’arma più cara al Cremlino: la disinformazione, specie se basata su rivendicazioni storiche campate in aria.

La malafede è palesata dal tempismo di queste dichiarazioni: lo scorso ventinove gennaio – poche settimane prima dell’intervista – i ministri degli esteri dell’Ucraina e dell’Ungheria, Dmytro Kuleba e Peter Szijjarto, si sono incontrati per la prima riunione bilaterale nei due anni successivi all’invasione russa. L’incontro è stato un primo passo, particolarmente difficile, per tentare di risolvere la questione della minoranza ungherese, sperando che questo possa spingere l’Ungheria ad abbandonare progressivamente la politica di ostruzionismo perseguita nelle sedi europee. Da questo primo tentativo sono usciti pochi risultati, ma tanto è bastato per mettere in allarme Putin, il quale è corso ai ripari dopo che Balázs Orbán, direttore politico del premier, ha dichiarato, in occasione del secondo anniversario dell’invasione russa, che «la salvaguardia della sovranità dell’Ucraina è nell’interesse primario dell’Ungheria e il governo ungherese continuerà a sostenerlo». Parole che si scontrano con i fatti, ma abbastanza inaspettate da spingere il Cremlino a rispolverare le conquiste ungheresi del nono secolo dopo Cristo.

Quello della Transcarpazia è un esempio della militarizzazione della disinformazione da parte dei russi, noti per diffondere notizie false volte a destabilizzare la coalizione occidentale e i rapporti tra singoli Paesi. È così che le notizie sulle violazioni dei diritti della minoranza ungherese in Ucraina si fondono a fake news grottesche come il presunto piano dell’Austria di rifondare l’impero asburgico con il beneplacito degli Stati Uniti o le mire della Turchia su Odessa. Deliri che puntualmente troviamo riproposti dagli opinionisti nostrani.

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