Io sono preferenzaDopo il nome sulla scheda elettorale, restano le facciate dei palazzi e gli obelischi

Con l’invito a scrivere soltanto il suo nome di battesimo per le prossime europee, la premier ha compiuto l’ultimo passo lungo la strada della disintermediazione e della personalizzazione della politica. «Ma quando mai si è vista una cosa simile, in Italia?», scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

(Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)

Con l’invito a scrivere sulla scheda soltanto il suo nome di battesimo, «semplicemente Giorgia», come ha scandito ieri la presidente del Consiglio dal palco della convention di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni ha compiuto l’ultimo passo lungo la strada della disintermediazione e della personalizzazione della politica, su cui già molto avanti si erano spinti i due Matteo che l’hanno preceduta (nel caso di Renzi, con l’indimenticabile pseudo trasmissione «Matteo risponde» in diretta Facebook da Palazzo Chigi) o avrebbero voluto precederla (senza successo, nel caso di Salvini). Perlomeno c’è da augurarsi che sia l’ultimo passo, lungo questa strada, perché dopo il nome sul simbolo del partito e il nome di battesimo sulla scheda elettorale, resta solo il nome sulle facciate dei palazzi e sugli obelischi. Ma quando mai si è vista una cosa simile, in Italia?

Leggi l’articolo di Mario Lavia su questo argomento

«Scrivete Georgia, non Giorgia, o se volete scrivete Sakartvelo, il nome originale del piccolo e tenace paese del Caucaso meridionale, la Georgia appunto, che da giorni scende in piazza con le bandiere europee contro l’ingerenza russa, in una riedizione caucasica della rivoluzione della dignità ucraina di EuroMaidan». In vista delle elezioni europee di giugno, come scrive oggi Christian Rocca su Linkiesta, si moltiplicano gli allarmi per le operazioni di manipolazione e disinformazione russe, non bastassero le minacce esplicite dei missili di Putin, ma la politica italiana discute di tutt’altro. E forse, aggiungo io, è anche meglio così, visto il tenore delle dichiarazioni di chi se ne occupa, come quelle di Cecilia Strada, capolista del Pd nel Nord Ovest, secondo la quale «l’invio delle armi in Ucraina non ha funzionato», perché «dopo due anni dall’inizio della guerra, se fosse bastato il sostegno militare e l’invio delle armi, staremmo festeggiando l’Ucraina in pace, invece stiamo ancora contando i morti». E meno male che gli americani nel 1941 non hanno detto lo stesso di noi, altrimenti non avremmo avuto nessun 25 aprile da festeggiare. Se questi sono gli europeisti, verrebbe quasi da rivalutare i sovranisti. Ha ragione il direttore de Linkiesta: «Alle elezioni dell’8 e del 9 giugno, avrà senso prendere in considerazione soltanto i partiti, e i candidati, che parleranno del fascismo contemporaneo e della lotta di liberazione europea dei nostri fratelli resistenti ucraini e georgiani, anziché far finta di niente. Scrivete Ucraina e Georgia, non Giorgia».

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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