Agenda riformistaLe istituzioni europee si affidano a Draghi per cambiare l’Ue

L’ex presidente del Consiglio dovrà consegnare a luglio un rapporto sulla competitività e ha già annunciato di voler proporre cambiamenti radicali

Come sanno gli accorti osservatori delle vicende che una volta si chiamavano comunitarie, le istituzioni dell’Unione europea hanno deciso di rivolgersi all’esperienza di due ex primi ministri italiani per riaprire i cantieri del mercato unico ancora incompiuto (dopo essere passato dal mercato comune dei Trattati di Roma al mercato interno dell’Atto Unico Europeo) e della competitività europea. Anche quest’ultima a metà del guado nonostante i rapporti scritti fra il 2012 e il 2015, ormai dimenticati nei capaci archivi europei, prima dai quattro e poi dai cinque presidenti delle istituzioni europee.

La prima missione è stata affidata nel giugno 2023 da Charles Michel, in nome e per conto di tutti i Capi di Stato e di governo (e dunque, immaginiamo, anche di Giorgia Meloni), a Enrico Letta per mettere sul tavolo dei Governi e della Commissione europea delle riflessioni e delle proposte a trent’anni da “obiettivo 1992” che, grazie all’Atto unico europeo, avrebbe dovuto essere compiutamente raggiunto entro il 1 gennaio 1993. Secondo una certa logica ed affinché esso possa essere di qualche utilità, il rapporto di Letta dovrebbe essere trasfuso nella “Agenda Strategica 2024-2029” che il Consiglio europeo adotterà a fine giugno dopo le elezioni europee.

La seconda missione è stata affidata da Ursula von der Leyen a Mario Draghi, a nome della Commissione europea, in occasione del discorso sullo “Stato dell’Unione” nel settembre 2023. Il rapporto di Draghi dovrebbe essere consegnato nel mese di luglio alla stessa Commissione europea, ormai sulla via di consegnare la “campanella” (se esistesse anche nell’Unione europea il rituale di Palazzo Chigi) a quella nuova, per essere trasfuso fra le priorità della nuova Commissione nella prossima legislatura.

Enrico Letta e Mario Draghi hanno svolto ampie consultazioni per dare seguito ai mandati ricevuti e, pur dovendo rispondere stranamente a due diverse istituzioni, immaginiamo che la complementarietà fra i due temi li abbia spinti a coordinare i loro violini. Entrambi hanno frequentato in questi mesi prospicenti palazzi europei non limitandosi ad incrociarsi sulla piazza del Rond Point Schuman, dove si affacciano il Justus Lipsius per il Consiglio ed il Berlaymont per la Commissione, e avendo reso ripetuti omaggi non formali nel Palazzo Spinelli al Parlamento europeo.

Letta ha dichiarato in più occasioni che la realizzazione del mercato unico esige (così come sanno gli studenti nei corsi di diritto europeo) lo sviluppo di politiche per l’economia reale, molto opportunamente analizzato da Roberto Santaniello nel suo manuale “Capire l’Unione europea” (Il Mulino). Queste politiche devono essere aggiornate alla luce dello stato dell’Europa e del mondo in quella che Enrico Letta ha definito la «dimensione geopolitica» per rilanciare il mercato unico investendo nei pilastri della difesa, delle telecomunicazioni, dell’energia e del settore finanziario dove hanno prevalso le dimensioni nazionali al contrario della ricerca di asset strategici europei.

In modo non totalmente dissimile, Draghi declina una parte dei pilastri individuati da Enrico Letta. L’ex direttore della Bce non si limita a quelli necessari per rilanciare il mercato unico, ma aggiunge quelli necessari per garantire l’autonomia strategica europea che non riguarda solo la difesa, ma le trasformazioni digitale e ambientale, insieme alla sicurezza e alla dimensione industriale legate all’approvvigionamento delle materie prime che passa attraverso un rapporto equo di cooperazione con l’Africa.

Poiché Draghi si ispira ed ispira la ricerca di beni pubblici che possono essere garantiti solo in una dimensione transnazionale, ci permettiamo dì attirare l’attenzione sulle riflessioni sviluppate dal Movimento europeo nel suo “Libro Verde”, immaginato e proposto in vista di una «agenda costituente per la decima legislatura europea», che unisce al tema delle politiche la dimensione fiscale, cioè il bilancio e la dimensione istituzionale e quindi la funzione del governo europeo, richiamata con positiva, ma scarsamente ascoltata dalla classe politica italiana, determinazione dagli economisti Marco Buti e  Marcello Messori sulle colonne de Il Sole 24 Ore.

Letta ha parlato di un «grande cambiamento» e Draghi ha posto ai suoi interlocutori tre domande a cui per ora non ci sono state risposte adeguate perché tutti attendono di sapere, senza prepararli adeguatamente, quali saranno gli equilibri politici fra e dentro le istituzioni europee dopo le elezioni dal 6 al 9 giugno. Le domande sono state: come possono le istituzioni europee mobilitare una migliore spesa pubblica per sostenere gli investimenti privati negli innovatori che guidano la doppia transizione verde e digitale? Cosa possiamo fare per stimolare ed accelerare l’innovazione pioneristica? Come possiamo colmare il disallineamento delle competenze in Europa?

Sia Letta che Draghi sanno bene che il «grande cambiamento» potrà avvenire solo a due condizioni complementari che richiederanno tuttavia tempi, modi e condizioni politiche diversi ma non conflittuali. La prima condizione prevede un bilancio fondato su nuovi finanziamenti comuni attraverso risorse proprie e safe asset europei per obiettivi comuni, come ricordato recentemente da Paolo Gentiloni. Quando arriverà a conclusione il 31 dicembre 2026 il Next generation Eu, si dovrà rimborsare il debito pubblico contratto dalla Commissione europea per le sovvenzioni concesse agli Stati e si avvierà la discussione sul quadro finanziario pluriennale 2028-2032 a cavallo fra l’Unione europea attuale a ventisette e quella futura a trentacinquw.

Per facilitare la ricerca di un consenso fra le dimensioni nazionali e la dimensione europea, il Movimento europeo sostiene la necessità di promuovere nel 2026, e dunque a metà legislatura, una conferenza interparlamentare secondo il modello delle assise che si svolsero a Roma nel novembre 1990, accompagnate da forme di democrazia deliberativa secondo il modello della Conferenza sul futuro dell’Europa.

La seconda condizione prevede una fase costituente che abbia al suo centro l’azione riformatrice del Parlamento europeo per superare l’immobilismo confederale dei Governi e trasformare le proposte di revisione del Trattato di Lisbona, votate dall’Assemblea il 22 novembre 2023, in un progetto di natura costituzionale confrontandolo con i parlamenti nazionali nelle assise, con l’obiettivo di sottoporlo a un referendum pan-europeo prima dell’adesione all’Unione europea di nuovi membri.

Poiché la storia dovrebbe essere maestra della vita (politica) suggeriamo di rileggere il lungo intervento davanti al Parlamento europeo di Jacques Delors il 17 gennaio 1989 che, preparando il secondo quinquennio della sua presidenza e analizzando il passato, il presente e il futuro dell’Europa, ci ammoniva che «non ci si innamora del grande mercato» e, citando Fernand Braudel, che «la coscienza europea non si forma sulle cifre».

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