Hindutva way Modi ha trasformato l’India a sua immagine e somiglianza (e non è una buona notizia)

Le elezioni più grandi nella storia delle democrazie non dovrebbero riservare sorprese: è quasi certa la riconferma del primo ministro populista. È molto più incerta, invece, la tenuta democratica del Paese

AP/Lapresse

L’India ha dato inizio alla consultazione elettorale più grande della storia delle democrazie. Dal 19 aprile al 1 giugno quasi un miliardo di persone saranno chiamate alle urne nel corso di sette fasi che permetteranno agli elettori nei ventotto Stati della federazione indiana di votare.

Sul risultato finale ci sono pochi dubbi, a vincere sarà il Bharatiya Janata Party (Bjp) del premier in carica Narendra Modi, che dopo dieci anni è pronto a conquistare il terzo mandato e diventare il leader indiano più longevo dopo Jawaharlal Nehru, leader storico dell’India indipendente postcoloniale. Il dato da osservare è la dimensione della sua vittoria, con il Bjp che mira ad aumentare la maggioranza di trecentotré seggi su cinquecentoquarantacinque conquistati nelle elezioni del 2019.

Il partito di Modi gode di grande consenso grazie a un’economia in rapida crescita, all’affermazione di Nuova Delhi sulla scena internazionale e alla retorica nazional-induista incarnata dal suo leader, che nonostante le controversie legate alla sua figura può vantare i più alti tassi di approvazione di qualsiasi leader mondiale.

Il governo Modi può rivendicare un decennio di risultati. Il più evidente è la costruzione di infrastrutture in un Paese drammaticamente carente sotto questo punto di vista. Negli ultimi dieci anni in India sono stati inaugurati aeroporti, porti e autostrade realizzati in tempi relativamente brevi grazie a procedure semplificate e al ricorso agli appaltatori privati.

Il boom infrastrutturale ha cambiato il volto di molte parti del Paese, e nonostante le difficoltà poste da un territorio così vasto e complicato stanno andando avanti, con investimenti che ora puntano alla modernizzazione della disastrata rete ferroviaria indiana, una delle più estese del mondo.

Secondo Nicola Missaglia, capo del dipartimento Comunicazione ed editorialista dell’Ispi e responsabile dell’India Desk, soprattutto durante il primo mandato (2014-2019) Modi è stato molto abile a tenere insieme riformismo economico e conservatorismo politico-religioso, mettendo insieme «da un lato il mondo imprenditoriale, la borghesia e gli indiani che desideravano il riscatto economico di questo Paese considerato sempre in via di sviluppo e arretrato rispetto alla Cina, e dall’altro lato offrendo un interlocutore politico a chi cercava un’identità politica e religiosa (induista) più marcata».

Queste due dimensioni, quella del riformismo economico e quella conservatorismo politico-religioso, hanno convissuto in modo più o meno equilibrato. C’è stato un tradizionalismo crescente ma Modi ha fatto anche riforme importanti, come l’introduzione di un’Iva unificata per tutti i ventotto Stati dell’India o la digitalizzazione del sistema economico, che ha permesso di contrastare e far emergere l’economia sommersa, e di erogare sussidi direttamente ai conti di chi ne aveva bisogno riducendo il peso delle figure di intermediazione.

Nuova Delhi ha anche rafforzato la rete di sicurezza sociale per milioni di indiani poveri. Sebbene nel 2014 Modi abbia fatto una campagna elettorale contro gli schemi di welfare del precedente governo dell’Indian National Congress, da lui giudicati troppo dispendiosi e «diseducativi» (poiché a suo dire hanno generano una cultura di dipendenza dai sussidi), il governo ha fatto in modo di fornire servizi igienici, bombole di gas da cucina, e accesso all’elettricità e all’acqua potabile pulita nelle zone rurali.

Queste iniziative non sono state perfette: manca acqua corrente per i servizi igienici, molte famiglie povere hanno le bombole del gas ma non possono permettersi di riempirle, e le forniture elettriche sono spesso irregolari.

Tuttavia, sono interventi che hanno indubbiamente migliorato la qualità della vita di quell’India più remota dove la popolazione soffriva la mancanza dei servizi di base, specialmente negli Stati più poveri della Hindi Belt che oggi rappresenta il nucleo del consenso del Bjp.

Il governo Modi ha dato una forte spinta anche alla diffusione della tecnologia. La proliferazione di smartphone con piani di traffico dati a prezzi economici ha collegato a Internet quasi un miliardo di indiani, creando un ecosistema comunicativo senza precedenti in un paese così grande, eterogeneo e popolato. 

Il decantato  «India Stack», ovvero il progetto di creazione di una piattaforma software unificata per portare la popolazione indiana nell’era digitale, ha permesso alle aziende private di costruire i beni comuni online.

Ciò ha alimentato una cultura delle start-up, principalmente nel dominio tecnologico, che ha visto emergere numerosi «unicorni» (le start-up il cui valore supera il miliardo di dollari).

Un sistema di cui hanno beneficiato soprattutto gli Stati dell’India meridionale, più ricchi, dinamici, laici, aperti e sviluppati, dove la retorica nazional-induista del Bjp di Modi è minoritaria.

Infine, Modi ha saputo cavalcare l’evolversi della realtà internazionale rafforzando lo status dell’India, che grazie al ruolo di potenza continentale (e democratica) da corteggiare in funzione anti-cinese oggi può vantare un rapporto privilegiato con i leader dell’Occidente, ma anche con i leader del G20, del Brics e del cosiddetto Sud globale.

Tutti questi successi però sono compensati da politiche poco ammirevoli e molto controverse emerse soprattutto nel secondo mandato (2019-2024). Il nazionalismo Hindutva del Bjp promuove un’interpretazione ristretta della storia che demonizza le minoranze indiane, in particolare i musulmani (il quattordici per cento della popolazione), e sta diventando sempre più intollerante e violento avvelenando la complessa e diversificata società indiana.

Un nazionalismo che sta scivolando verso l’autoritarismo. Sebbene le elezioni rimangano libere ed eque, le tendenze antidemocratiche del Bjp sono diventate evidenti.

Il dissenso è inquadrato come slealtà, le critiche alle politiche governative sono etichettate come  «anti-nazionali». Le agenzie fiscali e la polizia finanziaria vengono usate contro la stampa, i leader dell’opposizione e i loro sostenitori; e la giustizia viene spesso applicata con un eccesso di zelo e rigore contro gli oppositori musulmani.

Il principale partito di opposizione, l’Indian National Congress, denuncia che sotto Modi la democrazia indiana è diventata  «un guscio vuoto» con le istituzioni statali asservite al governo.

Adesso la domanda è se Modi avrà una maggioranza ancora più ampia di quella che avuto nel 2014 e nel 2019, e se il terzo mandato sarà caratterizzato da una svolta più autoritaria. La pressione sulle istituzioni è infatti destinata a continuare, ma fino a che punto?

«L’India è una democrazia abbastanza solida, per quanto giovane», afferma Missaglia. «Se questa pressione dovesse aumentare eccessivamente, il rischio che corre Modi è di compromettere il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo di lungo termine del Paese, poiché a garantire la crescita indiana finora sono stati anche l’apertura, il dinamismo e l’inclusività che caratterizzando la democrazia più grande del mondo. Un’India più divisa, violenta, e tendente all’autoritarismo finirebbe col produrre un’instabilità tale da compromettere la crescita economica e le ambizioni di Nuova Delhi».

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