Carissimo diarioIl sabato in cui scoppiò la terza guerra mondiale, e la mia borsa vintage

In attesa dell’atomica, dell’acquisto da fare a Parigi, e delle mie memorie, a consolarmi c’è soltanto la goffaggine egotica dell’autobiografia di Liz Truss: meglio non lasciare prove scritte delle nostre paturnie

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Dov’eri, ci chiederanno tra vent’anni, il sabato in cui scoppiò la terza guerra mondiale? Ce lo chiederanno in collegamento, perché tra vent’anni mica si farà più quella cosa barbara di stare in due o più nello stesso posto, e noi potremo fingere che sia un’informazione memorabile ma sapremo rispondere solo dopo aver consultato i diari d’epoca.

A meno che con «noi» non intendiamo «io», io che ogni fine anno pago cifre imbarazzanti per agende con inciso il mio nome (vedi mai che nelle case in cui abito da sola la mia agenda si confonda con l’agenda di proprietà del fantasma formaggino), e in quelle agende giuro che riporterò tutto, gli eventi storici e le minuzie, altro che i diari di Tolstoj, le mie agende sì che saranno un’opera letteraria, e poi ad aprile sono ancora lì che cerco la pazienza di mettermi ad annotare giornate.

E meno male, ho pensato sabato sera, quando come a tutti il telefono mi si è riempito di messaggi sulla terza guerra mondiale, perché pensa se ogni giorno tenessi il mio bravo diario e tra vent’anni scoprissi che, nella giornata in cui era scoppiata la terza eccetera, io avevo annotato con gran disappunto che stronzo fosse il parigino che non mi aveva venduto la borsa vintage che volevo.

Il che, fin verso le dieci (a che ora si scrive il diario? Di giorno? Di notte? Per essere una che ogni anno compra dell’apposita e pure costosa cartoleria, ne so veramente poco), fino a quella che una volta sarebbe stata la seconda serata, mi era parsa di gran lunga l’informazione più rilevante da dare sul mondo com’era nella giornata di sabato.

Ho finalmente trovato la borsa vintage che cercavo disperatamente, e questo stronzo di parigino non me la vende, maledetto mangiarane, avrà capito che poteva chiedere più soldi e ora vuole fingersi morto finché non mi distraggo e poi rimetterla in vendita, che la mano invisibile del mercato lo fulmini.

Mi sembrava, il non riuscire a ottenere la borsa che volevo, questa ennesima manifestazione d’un secolo di capitalismo imperfetto in cui devi pregare le aziende e i commercianti e tra un po’ persino i mendicanti di prendersi i tuoi soldi, mi sembrava di grandissima lunga l’avvenimento del giorno.

Persino più rilevante di ciò che mi era parso rilevante al mattino, e di cui restava traccia nelle mie conversazioni di dodici ore prima: la gente che va a far colazione col cane e poi ti guarda strano se gli dici di tenerti lontana quella zozza bestia; gli ultimi sviluppi dei contratti di Amadeus; la sparizione dalla società occidentale del profilo caratteriale «sono viziata e piena di fisime», sostituito da «sono neurodivergente».

Tutto questo, diranno i più ottimisti dei miei lettori, ti pareva fondamentale prima che ti dicessero dei droni, dei missili, dei film americani che ci hanno cresciuti malissimo nell’illusione che un capo impazzito che combinava guai ci fosse sempre qualcuno pronto a farlo fuori e invece no, invece Putin è vivo e vegeto, Netanyahu figuriamoci, dove sono gli agenti segreti fuori dai cinema, dove.

Poi hai riordinato le priorità e hai preso quella inutilmente costosa agenda e hai scritto «Caro diario, c’è la terza guerra mondiale», no? No, ovviamente. Poi ho pensato: beh ma meno male che lo stronzo non m’ha venduto la borsa, pensa se non arrivava in tempo prima dell’atomica, sarebbe stata una cosa molto antipatica.

Meno male che a quel punto non avevo idea di dove fosse l’agenda che da quattro mesi mi riprometto di cominciare a riempire, altrimenti finivo come Liz Truss. La per meno di due mesi prima ministra inglese ha scritto le sue memorie, il libro esce domani in Inghilterra ma i giornali inglesi l’hanno ovviamente già letto, e ne hanno scritto impietosamente enfatizzando la goffaggine egotica di alcuni passaggi. Uno in particolare.

A Truss viene conferito l’incarico di primo ministro dalla regina Elisabetta II il 6 settembre del 2022. Vi vedo che state andando a guglare quando sia morta Elisabetta, vi risparmio la fatica: l’8 settembre (per inciso: mentre io ripartivo da Londra, perpetuando la grande tradizione «arriva la notizia, e Soncini si scansa»).

Liz (Truss, no la regina) era scossa dal fatto che il suo momento venisse, come dire, messo in ombra dalla storia – no, scusate: dalla Storia. La capisco: sapesse quanto sono scossa io da questa terza guerra mondiale che nasconde dietro a una coltre di mistero (o forse fungo atomico) le spedizioni delle borse vintage. Solo che io non trovo il diario in cui annotare le mie paturnie, lei aveva preso un anticipo editoriale e ha deciso di rilegare in volume il suo essere sé stessa sestessamente: «Perché io? Perché ora?» si sarebbe chiesta alla notizia della morte della regina. Elisabetta, Elisabetta: perché mi hai abbandonato? Perché abbandoni proprio me che oltretutto mi chiamo come te?

Liz mi consola della mia pigrizia: meglio non lasciare prove scritte. Anche se ho un dubbio: non è che, data la pigrizia di noi tutti a scrivere diari nel secolo in cui tutti scriviamo tutto il giorno, non è che tra qualche decennio l’editoria priva di epistolari e diari si metterà a pubblicare le nostre cronologie di WhatsApp?

In quel caso, farà una peggior figura quello che scriveva che lui, per la terza guerra mondiale, è più preoccupato di me perché ha i bambini piccoli? Io che gli rispondevo che il mio guardaroba di pezzi unici vale più dei suoi intercambiabilissimi figli? O quella che si diceva nervosa perché ha la madre testimone di Geova e insomma se sganciano i missili su Teheran tocca, dopo decenni di litigi, dirle che sì, ha sempre avuto ragione: arriva l’Armageddon?

Ma soprattutto, non sarà che la società colta e scettica che sta nelle mie chat, questi intelligentissimi stronzi convinti di stare dentro “La donna della domenica”, non sarà che noialtri (mica posso chiamarmi fuori), non sarà che un po’ di terza guerra mondiale ce la meritiamo?

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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