Agenda SuperÈ ora che i riformisti lavorino per portare Mario Draghi al vertice delle istituzioni Ue

L’ex presidente del Consiglio sarebbe per competenza, esperienza e carisma la personalità migliore per guidare l’Unione europea, ma ha bisogno che la sua candidatura, cara a Macron e a Renew Europe, sia trasversale e sostenuta anche dal Partito democratico

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Adesso che sul tavolo c’è un’agenda Draghi europea bisogna fare i draghiani, cioè si inizia a pensare a come mettere insieme le truppe che potrebbero scortare l’ex presidente del Consiglio italiano fino alla poltrona di presidente della Commissione europea (ipotesi improbabile) o di quella di presidente del Consiglio europeo (ipotesi se non probabile, almeno fattibile). Si conosce benissimo lo sponsor principale di super-Mario e dove sta di casa: a Parigi, all’Eliseo, e si chiama naturalmente Emmanuel Macron. Il principale avversario di Ursula von der Leyen non a caso osteggiata in Italia da Matteo Renzi che, tra parentesi, potrebbe sbarcare a Bruxelles se come sembra si candiderà nella circoscrizione del Centro Italia. 

I macroniani di Renew Europe – da noi la lista Stati Uniti d’Europa – reclamano Mario Draghi a voce alta nella convinzione che si tratti della personalità più forte, per competenza, esperienza e carisma, per affrontare la prospettiva drammatica che non lascia dormire tranquilli i gruppi dirigenti europei, e cioè la contemporaneità di una crescente aggressività di Vladimir Putin con una possibile nuova irruzione di Donald Trump sulla scena mondiale. 

Nessuno come Draghi avrebbe l’autorevolezza per fare giocare un ruolo positivo a una nuova Europa nel disordine mondiale. È un’opinione ormai sempre più forte dopo il discorso che Draghi ha tenuto martedì 16 aprile durante una conferenza di due giorni tutta dedicata all’Europa sociale che si sta svolgendo a La Hulpe, un sobborgo residenziale della capitale belga, dove l’ex banchiere centrale ha tratteggiato a grandi linee l’attesa relazione che dovrebbe essere pubblicata dopo le elezioni europee di inizio giugno.

«Nella Ue c’è bisogno di un cambiamento radicale – ha detto l’ex presidente del Consiglio italiano – le nostre regole per gli investimenti sono costruite su un mondo che non c’è più, il mondo pre-Covid, pre-guerra in Ucraina, pre-crisi in Medio Oriente. E ci troviamo in un mondo in cui è tornata la rivalità tra le grandi potenze». Un ragionamento di rinnovamento radicale. Sostenuto da un insieme di idee tese a restituire un senso politico profondo al Vecchio continente.

È singolare che la destra italiana di Giorgia Meloni sia disponibile a esaminare questa ipotesi. Anzi, ieri Ignazio La Russa, a sorpresa, ha fatto anche un passo in più dicendo che Draghi «ha tutti i titoli» per ambire a una poltrona apicale a Bruxelles. La questione per il momento non è sul tavolo della squadra socialista europea e segnatamente del Partito democratico.

In effetti è tutto molto prematuro. Tuttavia è ipotizzabile che la pattuglia di europarlamentari dem di area riformista (che come abbiamo scritto non saranno pochissimi) non potrà non sostenere una candidatura di Draghi a una delle due cariche più importanti. Magari dovendo premere in questa direzione su Schlein, ora ferma sul socialista Nicolas Schmit, soprattutto nel caso dovesse tentennare sull’accordone che confermerebbe quelli dell’attuale legislatura: la presidenza della Commissione a un popolare, la presidenza dell’Europarlamento ai socialisti per i primi due anni e mezzo, la presidenza del Consiglio europeo a un liberaldemocratico: Mario Draghi, appunto.

 

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